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Una calza elastica correttamente prescritta può dare molto sollievo

Come scegliere, indossare e utilizzare la calza elastica in modo efficace

La calza elastica è un dispositivo medico che si utilizza per migliorare stati di cattiva circolazione e ristagno di liquidi nelle gambe, oltre che per alleviare sintomi come dolore e pesantezza.

Spesso è difficile orientarsi nella scelta della calza elastica più corretta, sia per le tante e diverse tipologie di prodotto che si trovano in commercio sia per la scarsa cultura presente su questo tema tra i sanitari.

Infatti, la calza elastica rappresenta un insieme di prodotti molto diversi tra loro, che si usano per problematiche differenti.
Spesso prescritta erroneamente, la calza elastica provoca alle volte più fastidio che beneficio, contribuendo così alla sua scarsa diffusione tra le persone che avrebbero bisogno di usarla.

In questo articolo ti spiegherò le differenze tra i vari tipi di calza elastica e ti aiuterò ad orientarti nella scelta del prodotto più adatto al tuo problema.

Cos’è la calza elastica

La calza elastica è un tutore dalla forma variabile che si applica sugli arti inferiori per supportare il sistema venoso e linfatico.
La sua funzione è di esercitare una pressione esterna sulle gambe, con lo scopo di migliorare il flusso del sangue e il drenaggio dei liquidi.

Come si ottiene questa pressione?
La calza elastica deve questa proprietà alla sua particolare fabbricazione, nella quale il tessuto viene costruito intrecciando due fili diversi.
La maglia, che costituisce l’intelaiatura principale, fornisce spessore e rigidità alla calza, mentre il filo di trama determina la pressione che il tutore eserciterà sull’arto compresso.
La calza elastica, quindi, avrà caratteristiche diverse in base ai materiali che la compongono e alla tecnica di tessitura.

La calza elastica è fabbricata con maglia e filo di trama

Una volta indossata, la calza elastica si adatta all’arto grazie all’allungamento dei suoi filati. Questo allungamento crea sul tessuto una tensione, che per mantenersi costante determinerà pressioni diverse nei vari segmenti della gamba e della coscia (questo avviene in relazione ad un importante principio fisico).
Cosa significa? A parità di tensione, dove il diametro è minore, come ad esempio alla caviglia, la pressione sarà maggiore, mentre dove il diametro è maggiore, come alla coscia, la pressione diminuirà.

Come funziona la calza elastica

Il funzionamento della calza elastica si spiega in base a due parametri importanti, cioè il dosaggio e la rigidità (meglio conosciuta con il termine inglese “stiffness”).
Queste grandezze differenziano le calze tra loro e indicano qual è il prodotto più adatto per lo specifico problema che vogliamo risolvere.

Dosaggio

Il dosaggio indica quanta pressione la calza produce sull’arto in cui viene indossata.
Per convenzione, il dosaggio di una calza elastica si riferisce alla pressione esercitata alla caviglia, e si misura in millimetri di mercurio (mmHg, la stessa unità di misura della pressione del sangue).

Il dosaggio della calza deve mantenersi costante durante la giornata, soprattutto non calare verso sera quando le gambe tendono gonfiarsi o manifestano sintomi come dolore e pesantezza.
Inoltre, se l’uso della calza è continuativo, dopo circa sei mesi il dosaggio viene meno ed è opportuno sostituire il prodotto.
Come dobbiamo regolarci? Di solito è ora di cambiare la calza se iniziamo ad indossarla con troppa facilità, proprio perché l’azione compressiva dei filati si è esaurita.

Stiffness

La “stiffness” rappresenta la capacità della calza di resistere all’espansione della gamba, cioè a quella forza che agisce in direzione opposta a quella della calza stessa.

L’arto in cui indossiamo la calza elastica, infatti, si espande durante la giornata per il fisiologico aumento del gonfiore. Questo avviene per lo più a causa della contrazione muscolare, che si verifica con i cambi di postura oppure mentre camminiamo o facciamo esercizio fisico.

A cosa serve quindi la “stiffness”? Questa domanda ci permette di spiegare meglio come funziona la pressione della calza e cosa bisogna fare per trattare una gamba gonfia.

gamba gonfia

A riposo, una calza poco elastica e molto rigida esercita meno pressione (stiamo parlando di “stiffness e non di dosaggio), ma quando iniziamo a camminare e i muscoli della gamba si contraggono, la circonferenza diventa maggiore e la pressione verso l’esterno aumenta.
La calza, essendo rigida, oppone resistenza a questa forza espansiva, e si crea una differenza di pressione tra la situazione di riposo e quella di esercizio che si trasferisce alle vene profonde del polpaccio, aiutando il flusso del sangue.
Questa importante differenza di pressione aiuta la gamba a sgonfiarsi dai liquidi in eccesso.

Viceversa, se la calza è molto elastica e poco rigida, eserciterà più o meno la stessa pressione a riposo e in movimento, proprio per le caratteristiche dei materiali che la compongono.
Non venendosi a creare la differenza di pressione necessaria, una calza poco rigida non permetterà quindi di sgonfiare la gamba (ribadiamo che questo avviene indipendentemente da quanto la calza comprime, cioè dal dosaggio).

Ma cosa determina la rigidità di una calza elastica? La “stiffness” dipende dal tessuto che compone la calza e dal tipo di tessitura utilizzata per fabbricarla; vedremo meglio questi aspetti nei prossimi paragrafi.

A cosa serve la calza elastica

Lo scopo della calza elastica è di ridurre il diametro delle vene delle gambe producendo una pressione contraria a quella del sangue.
A cosa serve questa azione? Quando avvertiamo sintomi come dolore o pesantezza alle gambe, o quando le vene si sfiancano a causa dell’insufficienza venosa, il sangue tende a ristagnare e il sistema circolatorio ha bisogno di una spinta esterna.

Secondo un principio fisico, infatti, se il diametro di una vena si riduce, il sangue al suo interno scorrerà più velocemente e i problemi legati all’insufficienza venosa diminuiranno.

Quanto bisogna ridurre il diametro delle vene per avere un miglioramento?
L’effettiva azione della calza elastica dipende dalla posizione che assumiamo, perché la pressione del sangue cambia di molto tra la posizione distesa e quella eretta.

Se siamo sdraiati, ad esempio, serve una pressione di almeno 20 mmHg per restringere in maniera significativa le vene profonde della gamba; se siamo seduti il valore sale a 50 mmHg circa e se siamo in piedi addirittura a 70-80 mm Hg.
Queste pressioni sono decisamente troppo elevate per essere trasferite in una calza elastica, che risulterebbe impossibile da indossare.
Per avere una azione terapeutica sono sufficienti pressioni minori (da 18 a 24 mmHg circa); il risultato è che le valvole venose funzionano meglio e impediscono al sangue di tornare indietro verso la caviglia.

Per lo stesso motivo, la calza elastica previene l’insorgenza della trombosi venosa, una complicanza da tenere sempre presente in presenza di vene varicose.

Un’altra azione della calza elastica è quella di ottimizzare la funzione di pompa dei muscoli del polpaccio, che aiutano il sistema venoso e linfatico a drenare l’acqua proveniente dai tessuti delle gambe.
Per questo chi soffre di gonfiore, dolore o pesantezza alle gambe potrà trarre beneficio dall’uso di una calza, purché prescritta correttamente.

Come è fatta la calza elastica

La tecnica di fabbricazione della calza elastica, e in particolare il tipo di maglia con cui viene creata, conferisce al prodotto proprietà diverse.

Maglia circolare

I macchinari che producono questo tipo di calza elastica sono costituiti da tamburi di forma circolare con pile di aghi molto sottili.
Per questo i filati che si prestano a questa tessitura sono molto fini, e le calze elastiche prodotte sono di solito esteticamente gradevoli ed eleganti.

La maglia determina sulla calza il livello di flessibilità, traspirazione e nitidezza oppure opacità, mentre il filo di trama è responsabile della pressione esercitata.

Maglia circolare rigida

La tecnica di fabbricazione è la stessa della maglia circolare, ma la distribuzione del dosaggio lungo la calza è più uniforme.

Inoltre, la calza elastica fabbricata in questo modo ha una “stiffness” leggermente maggiore.
Questo effetto si ottiene grazie ad un pattern di intreccio diverso, nel quale c’è una maggiore densità di loop (asole) ad incastro, che danno alla calza più resistenza all’espansione.

Si tratta di una calza ibrida tra la trama circolare e la trama piatta, che spesso non raggiunge livelli di compressione certificabili come terapeutici (vedremo tra poco cosa significa).

Maglia piatta

Questo tipo di calza viene prodotta con macchine a base piatta in cui gli aghi hanno una disposizione lineare, sono più grossi e per questo possono tessere fili di trama più spessi.

Di conseguenza, i filati che si prestano a questa tessitura sono più grossolani rispetto a quelli lavorati a maglia circolare. La calza prodotta è maggiormente spessa e ha una “stiffness” massima.

Tipologie di calza elastica

La calza elastica può essere classificata in base al tipo di compressione esercitata oppure in base alla sua funzione, in particolare in base a quale problema intende prevenire o risolvere.

Tipo di compressione

Esistono la calza a compressione graduata e la calza a compressione progressiva.

Calza elastica a compressione graduata

Questo tipo di calza elastica è il più utilizzato, e come vedremo più avanti appartengono a questa categoria le calze certificate come terapeutiche.

In questa calza la pressione esercitata è massima alla caviglia e decresce man mano che si sale verso la coscia. Lo scopo, infatti, è di contrastare in modo equilibrato la pressione del sangue nelle vene, che in posizione eretta è maggiore in posizione declive a causa della forza di gravità.

La calza elastica a compressione graduata si realizza solitamente con una trama piatta, creando un maggiore “stretch” nel tessuto a livello della caviglia e riducendolo via via che si sale verso la coscia (sempre per il principio fisico che abbiamo visto prima).

Calza elastica a compressione progressiva

Questa calza elastica esercita una pressione maggiore al polpaccio rispetto alla caviglia.
Come mai? Lo scopo è quello di massimizzare l’efficienza della pompa muscolare, per favorire il flusso di sangue verso il cuore.

Secondo alcuni studi, infatti, questo tipo di calza è risultato più efficace nel migliorare il flusso di sangue a livello dalle gambe, con lo svantaggio però di provocare più facilmente gonfiore alla caviglia.

La compressione progressiva sembra anche migliore nel ridurre sintomi come dolore e pesantezza alle gambe, almeno nei soggetti con insufficienza venosa. Inoltre, questa calza è tendenzialmente più facile da indossare.
Ricordiamo tuttavia che, proprio per le sue caratteristiche di compressione, la calza a compressione progressiva non appartiene alla categoria delle calze terapeutiche (le vedremo tra poco).

Funzione della calza

In base alla sua funzione, la calza elastica può essere definita preventiva o terapeutica.

Calza elastica preventiva

La calza elastica preventiva è costituita solitamente dalla sola maglia, senza il filo di trama; per questo motivo non può esercitare pressioni tali da poterla definire terapeutica.

Se ne distinguono due tipi diversi, a seconda che lo scopo sia quello di prevenire l’insufficienza venosa oppure la trombosi.

Prevenzione dell’insufficienza venosa

Questa calza elastica esercita una pressione non terapeutica per alleviare sintomi come dolore o pesantezza alle gambe, soprattutto in individui che per abitudini lavorative passano molto tempo in piedi o seduti.

La calza elastica preventiva si misura di solito in denari, una grandezza che non ha nulla a che fare con la compressione esercitata ma che indica solamente il peso del filato della calza.
Una calza da 70 denari, ad esempio, può alleviare alcuni sintomi grazie al suo effetto compressivo, ma la pressione effettiva che esercita sarà diversa a seconda del materiale di cui è fatta (paradossalmente potrebbe comprimere di più rispetto ad una calza da 140 denari fatta di un materiale più leggero).

In generale, comunque, la pressione esercitata da una calza elastica di questo tipo non supera i 18 mmHg.

Prevenzione della trombosi

La trombosi venosa è una complicazione grave che avviene quando il sangue all’interno di una vena coagula improvvisamente. Il pericolo principale, in questi casi, è che si stacchi un frammento solido che, seguendo il flusso del sangue, provochi una embolia ai polmoni.
Per questo è importante prevenire la trombosi in situazioni a rischio come interventi chirurgici, gravidanza, fratture delle ossa oppure immobilizzazione prolungata a letto.

La calza elastica preventiva per la trombosi è tipicamente di colore bianco e si fa indossare in ospedale subito dopo un’operazione o dopo il parto.
Mentre siamo sdraiati a letto, essa esercita una blanda compressione che aiuta a far scorrere meglio il sangue, evitando che si coaguli.

La calza elastica preventiva per la trombosi funziona quando stiamo distesi

Bisogna tuttavia ricordare che questa azione terapeutica scompare completamente appena ci alziamo in piedi, proprio perché la pressione del sangue alla caviglia aumenta di molto. Di conseguenza, questa calza non serve a nulla se la indossiamo in posizione eretta, magari mentre camminiamo per il corridoio come spesso si vede fare nei reparti ospedalieri.

Calza elastica terapeutica

La calza elastica terapeutica possiede determinati standard qualitativi che la certificano come dispositivo medico terapeutico e non preventivo.
Le sue peculiarità sono la pressione ben definita che esercita nei vari punti della gamba e la precisa decrescita di questa stessa pressione dalla caviglia alla coscia.

La calza elastica migliora il risultato della scleroterapia dei capillari

Le caratteristiche che definiscono la calza elastica terapeutica fanno riferimento alle normative tedesca (RAL-GZ 387), francese (NFG 30-102B) e più recentemente europea.
Inoltre, i valori in mmHg che troviamo nella confezione della calza si riferiscono alla pressione esercitata alla caviglia, in particolare nel punto al di sopra dei malleoli.
Sulla base di questo valore, si distinguono calze di prima, seconda o terza classe, che vanno prescritte a seconda della gravità della patologia da trattare.

Prima classe

Secondo la normativa tedesca, questa calza elastica esercita pressioni alla caviglia comprese tra 18 e 21 mmHg.
Si utilizza in caso di pesantezza o dolore alle gambe, oppure per ottimizzare il risultato in corso di scleroterapia dei capillari.

Seconda classe

Questa calza è ideale per le persone che soffrono di insufficienza venosa; la pressione alla caviglia è compresa tra 22 e 32 mmHg.
Si utilizza in presenza di vene varicose, come terapia dopo una trombosi oppure dopo un intervento chirurgico di asportazione delle varici.

Terza classe

Si tratta di una calza particolare che esercita pressioni molto alte (34-46 mmHg) da prescrivere solo in caso di gravi linfedemi alla gamba, dopo una adeguata terapia decongestiva.

Come scegliere il prodotto più adatto

La calza elastica andrebbe sempre prescritta da un medico specialista in ambito flebologico. Tuttavia, è comunque utile avere alcune nozioni basilari nel caso non disponessimo di una prescrizione, se non altro per evitare di acquistare un prodotto che poi si riveli inutile.
I fattori da considerare riguardano in particolare il tipo di filato e la forma della calza.

Filato

La scelta del filato determina le diverse caratteristiche del filo di trama, e quindi le differenti proprietà compressive della calza.
Parliamo in questo caso di calza elastica terapeutica, proprio per la presenza del filo di trama.

Microfibra

La microfibra è un materiale molto sottile, addirittura più della seta.
PRO: Molto leggera e traspirabile, ben tollerata, è adatta a persone giovani che non vogliono rinunciare all’eleganza e al comfort pur indossando un presidio terapeutico.
CONTRO: Si tratta di un tessuto fragile e dal costo elevato, che mal si adatta alle variazioni di circonferenza degli arti; va evitata quindi nei soggetti obesi.

Materiale sintetico

Il materiale sintetico può essere di diverso tipo e i vari materiali si possono utilizzare anche in combinazione tra loro. I più usati sono il Nylon (derivato dalle poliammidi), e le fibre di poliuretano come l’Elastam.
PRO: Questa calza è più spessa della microfibra, ma è comunque sufficientemente leggera, elegante e vestibile. Inoltre, resiste maggiormente all’usura e si asciuga in fretta dopo il lavaggio. In assoluto è la calza più versatile e che personalmente prescrivo più spesso.
CONTRO: I materiali sintetici possono essere allergizzanti.

Cotone

Si tratta di un altro materiale molto usato; la calza in cotone può avere spessori variabili.
PRO: Molto traspirante, è l’ideale per le persone che soffrono di dermatiti o allergie cutanee.
CONTRO: Questa calza risulta un po’ meno estetica, a seconda comunque dello spessore del cotone. Ricordiamoci inoltre che può essere un po’ più difficile da indossare.

Caucciù

Il caucciù viene estratto dal lattice di alcune piante che producono gomme naturali; lo si trova per lo più in Asia e in Amazzonia.
PRO: Si tratta di un materiale molto elastico, che attutisce bene il gonfiore degli arti e mantiene un’ottima compressione durante la giornata, nonostante la grande estensibilità.
Ha anche una elevata “stiffness”, quindi è la calza ideale per ottenere compressioni importanti e pressioni più alte durante l’esercizio muscolare.
Per questo la calza in caucciù è ottima per mantenere la gamba sgonfia dopo un ciclo di bendaggi.
CONTRO: Essendo molto rigida, non è una calza versatile e va prescritta solo in casi specifici.

Forma del tutore

La forma del tutore dipende molto dalle abitudini personali. L’importante, tuttavia, è che la calza comprima almeno a livello del polpaccio, dove agisce la pompa muscolare.

Gambaletto

Il gambaletto è un tipo di calza molto diffusa; è comodo ed è del tutto simile ad un calzino lungo che arriva fino al ginocchio.
PRO: Ovviamente è l’ideale per l’uomo, ed è la tipologia di calza elastica più facile da indossare in assoluto.
Va molto bene come calza preventiva per chi soffre di pesantezza alle gambe, ma per lo stesso problema può tranquillamente essere usata una prima classe, se vogliamo avere un effetto un po’ più forte.

Il gambaletto è una tipologia di calza elastica ideale per l'uomo
CONTRO: Si limita a comprimere sul polpaccio quindi svolge la sua funzione fondamentale, ma può non essere sufficiente se sono presenti vene varicose sulla coscia o se c’è un reflusso lungo la vena safena.
In questi casi, una compressione completa previene l’insorgenza di trombosi e riduce il reflusso di sangue.
Ovviamente non è l’ideale per la donna, che preferisce indubbiamente prodotti più “femminili”.

Autoreggente

Si tratta di una calza adatta ovviamente alla donna.
PRO: Generalmente è più comoda rispetto al collant perché non stringe sulla pancia, ed è ideale da usare in corso di scleroterapia dei capillari.

La calza elastica autoreggente è ideale per la donna
CONTRO: Potrebbe scivolare verso il basso se la coscia è troppo sottile; si può evitare questo inconveniente bagnando la parte in silicone che assicura la tenuta.
Ricoriamoci che la stessa parte reggente in silicone può causare allergie.

Monocollant

Si tratta di una calza che comprime interamente un solo arto, e di solito ha una cinghia che permette di avvolgerla in vita.
PRO: Ideale per chi ha problemi di vene varicose su un solo arto, oppure da usare dopo un intervento alla safena.
Può essere usata all’occorrenza anche per l’altro arto, semplicemente rovesciandola.

Il monocollant è la calza elastica ideale dopo un intervento
CONTRO: Sicuramente meno apprezzata dalle donne, che preferiscono una calza che copra entrambi gli arti.

Collant

PRO: Ideale per la donna e sicuramente molto estetica e versatile, quelle in microfibra o materiale sintetico sembrano a tutti gli effetti delle calze normali.
Effettuano una compressione totale e ottimale su entrambi gli arti.
CONTRO: Possono risultare fastidiose soprattutto in chi è sovrappeso, perché stringono fino alla pancia; molto dipende comunque dalle preferenze personali.
Ovviamente sono più difficili da portare per l’uomo.

Punta chiusa o punta aperta?

Un ultimo aspetto su cui soffermarsi riguarda il tipo di copertura sul piede.

La punta chiusa è sicuramente più elegante, e per tale motivo si adatta meglio al gambaletto e al collant. Lo svantaggio della punta chiusa è che risulta un po’ più difficile da indossare.

La punta aperta è più facile da indossare e si adatta bene soprattutto al monocollant. Tuttavia, può dare fastidio perché lascia scoperta la parte anteriore del piede, soprattutto per un motivo legato alla sudorazione.

La calza elastica può essere a punta aperta

Come usare la calza elastica

Il corretto uso della calza elastica consente di evitare molti dei problemi comunemente riferiti dai pazienti che la indossando.
Questo aumenta l’efficacia del trattamento compressivo e il comfort per il paziente stesso.

Come abbiamo detto, la calza elastica andrebbe sempre prescritta da un medico competente in materia. La prescrizione dovrebbe comprendere la presa  misure e la scelta di materiale e tipologia del prodotto.
Ciò purtroppo non avviene di frequente, con il risultato che il paziente si reca nella sanitaria di riferimento senza una precisa indicazione; a volte è la sanitaria stessa a non suggerire il prodotto più idoneo.

Le misure andrebbero prese da distesi e non in piedi, preferibilmente al mattino, per essere più veritiere possibile (evitando quindi la presenza di contrazione muscolare o gonfiore).
I punti da misurare sono le circonferenze alla caviglia sopra i malleoli, al polpaccio e alla coscia, e le lunghezze di gamba e coscia.
Se le misure non rientrano tra quelle standard, come in caso di statura particolarmente alta, si procede con la prescrizione di una calza su misura.

Una volta acquistata, la calza elastica va indossata al mattino e tolta la sera, evitando di usarla di notte salvo particolari indicazioni (ad esempio dopo un intervento alle vene).
Essendo la calza elastica percepita come “stretta”, indossarla può risultare difficile soprattutto se ha una compressione elevata.

Come risolvere questo problema?
– se la punta è aperta, nel kit di solito è presente una ciabattina di tessuto sottile che, indossata prima della calza, ne agevola lo scorrimento per poi essere rimossa;
– se la punta è chiusa si indossa la calza rovesciandola fino al tallone, si fa passare prima il piede fino al tallone stesso, quindi si tira gradualmente verso l’alto il versante interno della calza, più stretto, intervallandolo con trazioni del versante esterno, più morbido;
– se si è in difficoltà ci si può aiutare con dei guanti da cucina; non bisogna tirare troppo per evitare di danneggiare il tessuto, soprattutto se la calza è fatta di microfibra.

Dopo aver indossato la calza per la prima volta, si controlla la correttezza delle misure provando a pinzare la calza con le dita a livello del tendine d’Achille (a questo livello non si dovrebbe riuscire a sollevare il tessuto), e a livello del polpaccio appena sotto il ginocchio (si dovrebbe riuscire minimamante a sollevarla).

Quando non usarla

In generale, in presenza di una gamba gonfia la calza elastica non ha alcuna utilità nel risolvere il problema, e se troppo stretta può addirittura fare dei danni creando un “effetto laccio”.
Questo avviene perché, come abbiamo visto, per sgonfiare una gamba con problemi venosi o linfatici bisogna applicare dei bendaggi più rigidi che creino una differenza di pressione tra il riposo e l‘esercizio.
Quando la gamba sarà sgonfia, una calza elastica correttamente prescritta potrà mantenere il risultato.

Ci sono delle eccezioni a questa regola, come la presenza di lieve edema che si osserva alla sera nelle persone anziane oppure ulcere venose poco secernenti con gamba sgonfia.
In assenza di gonfiore e infiammazione possiamo applicare una calza elastica, purché abbia caratteristiche di dosaggio e “stiffness” compatibili con il problema che vogliamo trattare.

Fonti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5846867/pdf/10.1177_0268355516689631.pdf

https://www.magonlinelibrary.com/doi/pdfplus/10.12968/jowc.2019.28.Sup6a.S1

 

La scleroterapia dei capillari può migliorare l'aspetto delle gambe

Scleroterapia dei capillari: come migliorare l’aspetto delle gambe

La scleroterapia dei capillari sulle gambe è un trattamento estetico molto richiesto soprattutto dalle donne, che presentano più spesso questo problema a causa di fattori legati agli ormoni estrogeni.
Le donne, inoltre, sono più sensibili a questo inestetismo per le implicazioni che esso comporta.

Infatti, la comparsa di capillari e piccole vene visibili sulle gambe può provocare disagio e compromissione delle attività sociali. Perché?
Molte donne riferiscono di provare imbarazzo nello scoprire le gambe, rinunciano ad indossare una gonna o un vestito corto e si vergognano quando vanno al mare.

In sostanza, le donne che soffrono di capillari sulle gambe non si piacciono e vorrebbero migliorare la situazione, anche perché il problema è cronico e tende a peggiorare con il tempo.

Come risolvere questo problema?
Se è vero che capillari molto piccoli possono essere trattati con il laser, nella maggior parte dei casi la scleroterapia è il trattamento più efficace per rimuovere i vasi di maggiori dimensioni.

Ma in cosa consiste la scleroterapia e cosa dobbiamo aspettarci da questo trattamento? Quali strategie permettono di ottimizzare il risultato?
In questo articolo troverai risposta a queste e ad altre domande.

Cos’è la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari è un trattamento estetico-angiologico che sfrutta l’iniezione di un farmaco, in forma liquida o schiumosa, all’interno del capillare che si vuole trattare.

La scleroterapia dei capillari permette di migliorare l'aspetto delle gambe

Il bersaglio può essere proprio il capillare, spesso di colore rosso oppure bluastro, oppure la vena un po’ più grossa che lo alimenta, chiamata vena reticolare.
Lo scopo è quello di far scomparire questi piccoli vasi che causano l’inestetismo.

Come avviene la scomparsa del capillare?
I capillari sono dei minuscoli vasi sanguigni ed il farmaco sclerosante provoca una reazione infiammatoria a livello della loro parete. Questo processo, che dura alcuni giorni, può essere spiacevole, ma è necessario affinché il capillare sparisca attraverso lo sviluppo di una fibrosi.

Ma è tutto così semplice? Non proprio.
L’infiammazione, infatti, non dovrà essere eccessiva altrimenti potrebbero verificarsi delle conseguenze spiacevoli, come la comparsa di macchie di pigmentazione oppure di nuovi capillari (questo fenomeno si chiama matting, lo vedremo più avanti).

Quindi, come ci regoliamo per ottenere la giusta infiammazione? Dobbiamo agire sui fattori che la determinano: la concentrazione del farmaco sclerosante e la sua modalità di preparazione.

Concentrazione del farmaco

La concentrazione del farmaco indica quanto farmaco c’è in una fiala.
Come vedremo più avanti, le concentrazioni sono variabili dallo 0,25% fino al 3-5%, ma possiamo iniettarne ancora meno se facciamo una diluizione della concentrazione più bassa con soluzione fisiologica.

Il concetto fondamentale è che maggiore è la concentrazione di farmaco che iniettiamo, maggiore sarà l’azione sclerosante ma anche l’infiammazione che la sostanza provoca.
Poiché i capillari sulle gambe sono dei vasi molto superficiali, dobbiamo prestare particolare attenzione a non infiammare troppo.
Personalmente preferisco iniziare il trattamento con concentrazioni molto basse, anche perché la reazione infiammatoria è variabile da persona a persona; si fa sempre in tempo ad aumentare la concentrazione nelle sedute successive, mentre non è vero il contrario.

Preparazione del farmaco

Il farmaco sclerosante può essere iniettato in forma liquida oppure schiumosa.

Liquido

Il farmaco sclerosante in forma liquida si utilizza quando i vasi sono molto piccoli, ad esempio proprio nel caso dei capillari.
Esso, infatti, funziona poco nelle vene più grosse, perché appena iniettato viene inattivato dalle proteine del sangue. Per questo motivo, il farmaco in forma liquida ha un potere sclerosante piuttosto limitato.

Un vantaggio del farmaco in forma liquida è legato al suo dosaggio. Con questa metodica, infatti, possiamo utilizzare grandi quantità di sostanza, sempre in base alla sua concentrazione, senza incorrere in effetti collaterali.
Questo rappresenta anche uno svantaggio in termini di costi, perché per trattare una vasta rete di capillari dovremo consumare diverse fiale di prodotto.

Schiuma

La schiuma sclerosante si ottiene miscelando il farmaco liquido con l’aria. Questo processo è possibile grazie ad una procedura molto semplice, nella quale con due siringhe raccordate tra di loro si mescolano le due componenti, producendo la schiuma.

La scleroterapia dei capillari può avvalersi della schiuma sclerosante

La schiuma sclerosante è generalmente più potente del farmaco in forma liquida. Per quale motivo?
In presenza di schiuma il farmaco si deposita sulla superficie delle micro-bolle che la compongono, aumentando così di molto la superficie di contatto con la parete del vaso.
Inoltre, l’iniezione di un certo quantitativo di schiuma sposta velocemente il sangue all’interno del vaso che si vuole trattare, diminuendo l’inattivazione della schiuma stessa.

La schiuma sclerosante può avere caratteristiche variabili; maggiore è la quantità di aria rispetto al liquido, maggiore sarà la densità della schiuma e di conseguenza il suo potere sclerosante.
Questa miscela è certamente la scelta migliore quando vogliamo trattare vene di grosso calibro, ma se opportunamente diluita è molto efficace anche nel trattamento dei capillari.

Il limite della schiuma è rappresentato dal suo dosaggio. Generalmente, infatti, è bene non superare i 10 mL per ogni sessione di trattamento.

A chi è rivolta la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari è richiesta soprattutto dalle donne, sia perché sono più sensibili all’inestetismo, sia perché sono maggiormente soggette a questo problema a causa dell’assetto ormonale.
Estrogeni e progesterone, infatti, riducono il tono venoso, cioè la capacità propulsiva dei vasi che permette di far scorrere il sangue, favorendo così la dilatazione dei capillari.

Per lo stesso motivo, i capillari sulle gambe sono più frequenti dopo la gravidanza oppure con l’avanzare dell’età e la menopausa.
Anche in presenza di obesità questo problema è di solito maggiormente presente.

Gli uomini possono a loro volta presentare il problema dei capillari. Nel sesso maschile, però, è più probabile che ci sia una sottostante insufficienza venosa.

In cosa consiste la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari si svolge in brevi sedute ambulatoriali, intervallate da un periodo di circa 3-4 settimane.

Prima di iniziare la terapia è fondamentale effettuare una visita specialistica comprensiva di ecodoppler, preferibilmente dallo stesso medico che effettuerà il trattamento.
Questo serve ad escludere la presenza di reflussi nelle vene più grosse, che sono situate più in profondità rispetto ai capillari e che potrebbero alimentarne la formazione. In questo caso, infatti, avrà più senso trattare prima l’insufficienza venosa e solo successivamente i capillari, dopo averne verificato un eventuale miglioramento.
Inoltre, la visita serve a verificare la presenza di eventuali controindicazioni al trattamento di scleroterapia.

La seduta consiste nell’esecuzione di piccole iniezioni di farmaco sclerosante lungo i vasi che si vogliono trattare.
Gli aghi utilizzati sono molto sottili, si inoculano piccole quantità di sostanza e le iniezioni non sono particolarmente dolorose. A seconda della tipologia di capillare, essi si inoculano singolarmente oppure si ricerca la vena reticolare che li alimenta, utilizzando una luce che illumina in trasparenza.

La seduta di scleroterapia dei capillari non è dolorosa

Il vantaggio della scleroterapia è che, dopo la seduta, il paziente può tornare tranquillamente alle proprie attività lavorative e sociali.
Gli unici accorgimenti importanti sono di evitare l’esposizione al sole o a lampade abbronzanti, perché potrebbero favorire la comparsa di macchie di pigmentazione. Per lo stesso motivo è meglio non praticare bagni termali, saune o docce bollenti, e non bisogna fumare per evitare di aumentare il rischio di trombosi.

Per ottimizzare il risultato, come indicano numerosi studi scientifici, è opportuno indossare una calza elastica adeguata durante il periodo di trattamento.
Questo di solito preoccupa molte donne, che portano malvolentieri la calza sia perché la ritengono poco estetica, sia perché, a causa di esperienze negative passate, non la trovano confortevole.
Come vedremo più avanti, questi problemi possono essere facilmente risolti.

Infine, teniamo sempre presente che il problema dei capillari sulle gambe non si può eliminare alla radice e può ripresentarsi in futuro, sotto l’azione degli ormoni estrogeni oppure a causa di un’insufficienza venosa.
Lo scopo della terapia è di controllarne lo sviluppo sottoponendosi a periodiche sedute di mantenimento.

Quali farmaci si usano nella scleroterapia

Ci sono diversi farmaci sclerosanti che si possono usare e che sono cambiati nel corso degli anni.
Per comprenderne meglio le caratteristiche, possiamo dividerli in tre gruppi: i detergenti, gli irritanti chimici e gli agenti osmotici.

Detergenti

I detergenti distruggono le cellule del capillare attraverso il danneggiamento delle proteine che le compongono.

Sodio tetradecil solfato

Si tratta di un detergente che rompe i legami tra le cellule del capillare, provocando una sorta di desquamazione; questo processo attiva le piastrine del sangue e di conseguenza una risposta infiammatoria.

Questo sclerosante è una potente tossina per le cellule dei vasi sanguigni, anche a basse concentrazioni. Per questo motivo si utilizza generalmente per sclerotizzare vene più grosse, in concentrazioni variabili tra lo 0,5% e il 3%.

Polidocanolo

Il Polidocanolo è il farmaco sclerosante più usato in Europa. Si tratta di un acido grasso sintetico che distrugge le cellule vascolari ed è disponibile in concentrazioni che vanno dallo 0,25% al 3%.
Questa sostanza è ideale da utilizzare nel trattamento dei capillari, mentre nelle vene più grosse ha un potere sclerosante leggermente inferiore.

Irritanti chimici

Questi farmaci distruggono le cellule del capillare attraverso un danno caustico diretto.
Il più conosciuto è la glicerina cromata, un debole agente sclerosante che si usa da molti anni per il trattamento dei capillari, ma che in Italia è reperibile sono come galenico.

Agenti osmotici

Gli agenti osmotici danneggiano le cellule del capillare richiamando l’acqua situata al loro interno, proprio attraverso un meccanismo osmotico. La disidratazione delle cellule vascolari è responsabile della loro distruzione, con conseguente scomparsa del capillare.

In questa categoria di farmaci rientrano le soluzioni saline ipertoniche di cloruro di sodio e il cloruro di sodio con destrosio. Hanno il vantaggio di non provocare tossicità perché sono sostanze del tutto naturali.

Cosa può succedere dopo la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia è un trattamento sicuro ed efficace per ottenere la scomparsa del capillare.
Non si tratta, tuttavia, di una terapia banale, perché i farmaci che utilizziamo possono dare problemi se non vengono maneggiati con attenzione.
Cosa può succedere? I problemi estetici principali sono la pigmentazione della cute e il matting.

Pigmentazione della cute

Consiste nella comparsa di una macchia scura sulla pelle, che compare lungo il decorso del capillare o della vena che trattiamo.
La pigmentazione può essere transitoria o permanente.

La pigmentazione transitoria compare nel 10-30% delle persone trattate con scleroterapia. Inizia a manifestarsi gradualmente dopo la seduta e raggiunge un massimo di visibilità a circa 6-8 settimane di distanza; di solito dura per un certo periodo, ma nel 70% dei casi si risolve entro 6 mesi e nel 99% dei casi entro un anno.
La pigmentazione permanente è molto rara (1-2% dei casi).

Quali sono le cause della pigmentazione? Questa problematica è dovuta a deposito di melanina nell’epidermide e ad accumulo di emosiderina nel derma.
L’epidermide è lo strato più superficiale della pelle, mentre il derma è quello più profondo.

La melanina è la sostanza che conferisce il colore alla pelle. I meccanismi del suo coinvolgimento nella pigmentazione post scleroterapia non sono del tutto chiari, così come non è chiaro, dagli studi scientifici, se l’esposizione solare possa essere un fattore predisponente.

L’emosiderina, invece, è il prodotto finale della degradazione dell’emoglobina, la sostanza che trasporta l’ossigeno nei globuli rossi del sangue.
Come si spiega il suo coinvolgimento nelle macchie di pigmentazione?

La scleroterapia distrugge le cellule dei capillari attraverso l’infiammazione, e questo processo è avviato da una coagulazione del sangue che si verifica nella sede di iniezione del farmaco.
Quando il sangue coagula, l’emosiderina dei globuli rossi inizia ad accumularsi, spostandosi poi nel tessuto sottocutaneo in seguito alla maggiore permeabilità del capillare danneggiato.
Di conseguenza, l’emosiderina accumulata sotto la cute e non smaltita inizierà a creare una macchia scura.

Come possiamo evitare questo processo? L’evacuazione dei coaguli attraverso piccole punture permette di limitare questo accumulo e quindi di prevenire il rischio di pigmentazione.
Le punture, quando necessario, si possono effettuare anche a distanza di tempo dalla seduta. In questi casi è utile associare l’utilizzo di creme con azione chelante sul ferro, che è proprio un componente dell’emosiderina.

Matting

Il matting è una fitta rete di minuscoli capillari che può comparire in seguito ad un trattamento di scleroterapia, ma in alcuni casi anche spontaneamente.
I capillari del matting sono di colore rosso, generalmente più piccoli rispetto a quelli normali (hanno un diametro inferiore a 0,2 mm) e si dispongono in maniera disordinata formando una macchia irregolare.

Il matting è un parrticolare tipo di capillari sulle gambe

Il matting può comparire sporadicamente o in aree definite, non solo dopo un trattamento di scleroterapia ma anche dopo l’asportazione di una vena per via chirurgica o tramite ablazione laser.
Di solito si manifesta da 4 a 6 settimane dopo il trattamento e si risolve dopo 3-12 mesi; a volte, tuttavia, può essere permanente.
Per quanto riguarda la scleroterapia dei capillari, la comparsa di un matting avviene di solito nel 15-20% dei pazienti trattati, mentre secondo altri studi la percentuale varia dal 5% al 35%.

Le cause del matting non sono del tutto chiare.
Sappiamo che si verifica più spesso nelle donne, soprattutto in presenza di familiarità per capillari sulle gambe, obesità e assunzione di terapia ormonale; questo farebbe pensare ad una predisposizione legata agli estrogeni.

Questi ormoni, infatti, oltre a provocare rilassamento della muscolatura dei capillari e delle vene, e quindi la loro dilatazione, sono coinvolti anche nei processi di neo-angiogenesi.
Di cosa si tratta?
L’angiogenesi, come dice il termine stesso, è un processo nel quale nascono e si sviluppano nuovi vasi sanguigni, di solito in risposta a molecole che vengono prodotte in situazioni di danno cellulare o infiammazione, chiamate fattori di crescita.

Si ipotizza che alla base del matting ci sia una iniziale dilatazione di capillari già presenti ma non visibili, associata ad una neo-angiogenesi stimolata dall’infiammazione, a sua volta conseguente alla scleroterapia di un vaso.
Inoltre, un recente studio australiano ha riportato una associazione tra matting, tendenza al sanguinamento e fenomeni di ipersensibilità cutanea.

La terapia del matting, nei casi in cui sia permanente, si basa sull’utilizzo della stessa schiuma sclerosante, o meglio ancora del laser e della carbossiterapia.
Ma come possiamo ridurre il rischio di matting? I fattori chiave sono la tecnica usata, il tipo di farmaco sclerosante e la sua concentrazione, e l’approccio terapeutico che utilizziamo.

Tecnica

Si è osservato che una iniezione lenta di piccole quantità di sclerosante riduce il rischio di matting.

Farmaci sclerosanti e concentrazione

Alcuni studi “in vitro” hanno confermato che i farmaci detergenti provocano attivazione delle cellule capillari e rilascio di fattori di crescita favorenti l’angiogenesi; potenzialmente, quindi, possono causare il matting.

Tuttavia, l’azione infiammatoria è necessaria per ottenere la scomparsa del capillare, e bisogna puntare al miglior risultato con la minore concentrazione possibile.
Personalmente ritengo che un farmaco efficace, usato a basse concentrazioni, possa metterci al riparo da questo problema nella maggior parte dei casi.

Approccio al trattamento

Trattare i capillari sulle gambe senza aver prima indagato la presenza di una insufficienza venosa più grave può favorire la comparsa di un matting, in individui comunque predisposti.
Questo avviene perché il reflusso di sangue in una vena più grossa può alimentare la formazione di questi capillari; meglio quindi identificare ed eventualmente trattare prima il problema più importante.

Come migliorare il risultato della scleroterapia dei capillari

In questo articolo abbiamo sottolineato le criticità della scleroterapia e come prevenire eventuali problematiche che potrebbero verificarsi dopo il trattamento.

In particolare, i punti chiave sono:
– effettuare una visita specialistica prima della terapia, comprensiva di ecodoppler;
– partire con concentrazioni molto basse di farmaco, iniettandone piccole quantità volta per volta;
– evitare l’esposizione al sole e alle lampade, non fare bagni termali, non fumare.

Cosa manca? Naturalmente l’impiego di una calza elastica adeguata.

La calza elastica migliora il risultato della scleroterapia dei capillari

Numerosi studi scientifici mostrano che l’utilizzo di una calza elastica terapeutica, cioè con pressione alla caviglia di almeno 20 mmHg, migliora il risultato della scleroterapia.
Secondo uno studio eseguito in Svizzera, ci sarebbe addirittura un miglioramento oggettivo del risultato già dopo la prima seduta di trattamento, in termini di minore visibilità sia dei capillari che delle vene reticolari.

Ma come agisce la calza elastica?
Grazie alla sua azione compressiva, la calza riduce l’infiammazione nello spazio attorno al capillare, minimizzando così la possibilità di pigmentazione e angiogenesi.
Inoltre, esercitando una pressione esterna, riduce il reflusso nelle vene che alimentano i capillari.

Come va portata?
La calza elastica va indossata subito dopo il trattamento, ed è bene portarla per tre settimane dopo la seduta. Bisogna metterla al mattino, quando le gambe sono sgonfie grazie al riposo notturno, e toglierla alla sera prima di andare a letto.
Durante la giornata può essere tranquillamente usata durante il lavoro o l’attività fisica, ricordando di applicarla a contatto diretto con la cute senza l’interposizione di calzini o altre calze.

Perché le donne non vogliono portarla?
Il grosso problema della calza è che le pazienti non la indossano volentieri. Il motivo principale è legato a precedenti esperienze negative, in occasione delle quali hanno provato sensazioni di discomfort o compressione eccessiva.
Inoltre, molte donne sono convinte che la calza elastica sia poco estetica e quindi non gradevole da indossare.
Questi problemi in realtà possono essere risolti facilmente.

Innanzitutto, se la calza elastica dà fastidio molto probabilmente non è stata prescritta correttamente.
Il problema della prescrizione errata può essere dovuto a scelta sbagliata delle misure, tipologia di prodotto non adeguata (ad esempio, è difficile che una persona obesa possa trovare confortevole un collant, mentre userà con più facilità una autoreggente) oppure materiali non consoni (chi soffre di dermatite o allergie cutanee starà meglio con un prodotto in puro cotone anziché in materiale sintetico, per fare un esempio).

Per non incorrere in questi problemi, sconsiglio alle pazienti di recarsi nei negozi di prodotti sanitari senza una prescrizione medica comprensiva delle misure, che vanno prese a paziente disteso valutando circonferenze e lunghezza dell’arto.
Per quanto riguarda l’aspetto estetico, al giorno d’oggi le aziende produttrici di calze hanno in catalogo prodotti non solo di alta qualità, ma anche esteticamente molto belli, con una vasta gamma di tessuti e colori.
A onor del vero, spesso è davvero difficile distinguere le calze terapeutiche da quelle cosmetiche.

In sintesi, la calza elastica migliora il risultato della scleroterapia, anche se le pazienti spesso non se ne accorgono; questo avviene perché molto spesso è difficile oggettivare il risultato e ricondurlo all’uso della calza.

Fonti

https://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/0268355516682885

https://www.ejves.com/action/showPdf?pii=S1078-5884%2813%2900076-2

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4870057/pdf/10-1055-s-0035-1558646.pdf