fistola per dialisi

La fistola per dialisi: istruzioni per l’uso

Conoscere la fistola per dialisi è fondamentale per i pazienti che presentano una insufficienza renale terminale, poiché per sopravvivere queste persone devono depurare il sangue attraverso un macchinario esterno e il buon funzionamento di questo processo dipende proprio dalla fistola.

Infatti, per prelevare il sangue dall’organismo e immetterlo nella macchina, è necessario creare un condotto vascolare con caratteristiche particolari; affinché la dialisi sia efficace deve essere facile da pungere, ed il sangue al suo interno deve scorrere con un flusso elevato per poterne favorire l’aspirazione.

Cos’è la fistola per dialisi?

La fistola per dialisi è un collegamento tra una vena e un’arteria del braccio o dell’avambraccio che viene creato con un intervento chirurgico, effettuando una sutura molto piccola a livello dei vasi interessati; si tratta di una procedura delicata che richiede precisione, esperienza e tecnica chirurgica adeguata.

Possiamo considerare la fistola come l’unione di una arteria donatrice, che non verrà sottoposta a puntura, con una vena ricevente, che con il tempo si ingrosserà e che verrà regolarmente punta per prelevare il sangue.
Generalmente è preferibile utilizzare i vasi autologhi, cioè propri del paziente, in quanto danno garanzia di maggiore durata della fistola nel tempo, minor numero di complicanze e quindi migliore qualità di vita del paziente stesso.

Come si crea una fistola per dialisi?

L’intervento di creazione della fistola di solito si effettua in anestesia locale o regionale, e consiste in una piccola incisione attraverso la quale si raggiungono le strutture vascolari interessate.

In alcune situazioni le vene sono troppo profonde rispetto al piano cutaneo oppure lontane dalle arterie donatrici; gli interventi, in questi casi, diventano più complessi e i vasi devono essere staccati e spostati dalla loro sede originaria per poi essere collegati all’arteria, in modo che risultino più facilmente accessibili per la dialisi (interventi di superficializzazione e trasposizione).

Quando non è possibile utilizzare i vasi nativi del paziente bisogna ricorrere all’impianto di una protesi vascolare, che farà da ponte tra l’arteria donatrice e la vena ricevente.
Queste protesi sono una buona soluzione rispetto all’uso di cateteri nel collo, ma hanno comunque una percentuale di funzionamento a distanza decisamente peggiore rispetto alle fistole con vasi propri.

In casi estremi, infine, la fistola per dialisi può essere creata anche a livello degli arti inferiori o comunque in regioni anatomiche atipiche. Si tratta, comunque, di casi rari e ben selezionati.

Che problemi può dare la fistola?

Per spiegare meglio in cosa consiste la fistola per dialisi dobbiamo ricordare che l’intervento chirurgico non è praticamente mai definitivo, in quanto per natura una fistola è soggetta allo sviluppo complicazioni che si presentano durante la vita di una persona in dialisi.
Infatti, proprio a causa del flusso elevato del sangue e delle punture ripetute, una fistola può con il tempo dilatarsi, restringersi, funzionare troppo o troppo poco, o addirittura chiudersi completamente.

Per questi motivi, un buon funzionamento della fistola è fondamentale per una migliore qualità di vita del paziente, soprattutto perché contribuisce a diminuire il numero di ricoveri in ospedale; in altre parole, la fistola è necessaria per la sopravvivenza della persona in dialisi.

Come bisogna gestire la fistola?

Molto spesso le competenze specialistiche necessarie per gestire al meglio la fistola per dialisi non si trovano in tutti gli ospedali. In molte realtà, infatti, non ci sono chirurghi dedicati alla gestione di queste problematiche e la qualità dell’assistenza ne può risentire.

Per avere un risultato migliore bisogna rivolgersi ad un chirurgo specializzato nella gestione della fistola, che effettuerà una visita specialistica durante la quale, con l’ausilio  di un ecodoppler mirato, verrà studiato il sistema vascolare degli arti e si potrà pianificare la migliore soluzione chirurgica.
Un altro aspetto fondamentale è quello di sorvegliare nel tempo la fistola, per individuare precocemente le problematiche ed intervenire prima che si verifichino complicanze come l’occlusione, con l’ottica di evitare il più possibile l’impianto del catetere venoso nel collo.

Quando presente, l’esistenza di un team multidisciplinare migliora la gestione del paziente perché i singoli specialisti, cioè nefrologo, chirurgo vascolare e radiologo interventista, possono unire le forze e contribuire con le rispettive competenze innalzando il livello qualitativo dell’assistenza medica.

Dobbiamo sempre tenere presente che ci sono diverse possibilità di trattamento per ogni specifico paziente, anche con interventi chirurgici o procedure complesse, e che l’ottica comune è di preservare la fistola evitando, quando possibile, l’impianto di protesi vascolari o di un catetere venoso nel collo o nell’inguine.

scleromousse

Schiuma sclerosante: cos’è e a cosa serve?

Da alcuni anni la scleromousse si è affermata come trattamento mini-invasivo delle varici venose nelle gambe, contribuendo ad eliminare sintomi come dolore e pesantezza alle gambe stesse e migliorando anche l’aspetto estetico compromesso dalle vene dilatate.

La presenza di varici indica una sottostante malattia della circolazione, l’insufficienza venosa, caratterizzata dalla perdita di funzione drenante da parte delle vene delle gambe a causa di molteplici fattori tra cui familiarità, sesso femminile, gravidanze e terapia ormonale.
L’insufficienza venosa è una patologia evolutiva che bisogna controllare nel tempo e trattare quando presenta determinate situazioni cliniche, in quanto può complicarsi con una trombosi venosa o peggiorare con il tempo causando la comparsa di una gamba gonfia o di ulcere.

Cos’è la scleromousse e come funziona?

Fino ad alcuni anni fa i trattamenti sclerosanti consistevano nell’iniezione di una piccola quantità di farmaco liquido all’interno delle varici, con lo scopo di renderle meno visibili e di bloccare il reflusso patologico di sangue al loro interno.
Il trattamento delle vene più dilatate con il farmaco liquido, però, presentava dei problemi soprattutto in termini di efficacia, perché la vena trattata non si sclerotizzava adeguatamente per la rapida inattivazione del farmaco da parte delle proteine del sangue.

La scleromousse è una particolare metodica nell’ambito dei trattamenti sclerosanti nella quale si crea una miscela schiumosa unendo il farmaco sclerotizzante in forma liquida con l’aria.
La scleromousse ha la capacità di spostare rapidamente il sangue una volta entrata nella vena, agendo così più efficacemente sulla parete vascolare determinando il processo di sclerotizzazione; per questo motivo essa ha un potere sclerotizzante maggiore rispetto al farmaco liquido.

La preparazione della scleromousse viene effettuata poco prima dell’iniezione e dura pochi secondi; la puntura non provoca particolare disturbo e il farmaco agisce immediatamente, provocando una contrazione della vena che dà inizio al processo di sclerotizzazione.

L’iniezione, d’altra parte, provoca la liberazione di alcune sostanze da parte delle cellule della parete delle vene; questo processo è del tutto compatibile con l’obiettivo della terapia, ma è importante che il paziente resti fermo per alcuni minuti in modo da permettere alle stesse sostanze di essere eliminate in breve tempo, evitando che raggiungano la circolazione in quantità elevata.

Cosa bisogna fare dopo il trattamento?

Dopo la seduta è opportuno applicare dei cerotti compressivi e sopra di essi una adeguata calza elastica, e camminare per alcuni minuti per aiutare la circolazione ad eliminare il farmaco residuo, evitando così il rischio di una trombosi venosa.
Per lo stesso motivo, durante il periodo di trattamento è sconsigliato fumare; è importante anche non esporsi al sole o alle lampade solari per evitare, in questo caso, la comparsa di una macchia di pigmentazione che risulterebbe poco estetica.

Il principale vantaggio dell’utilizzo della scleromousse per trattare le varici venose sta nel fatto che può essere effettuata direttamente in ambulatorio, in brevi sedute, e il paziente può tornare subito a svolgere le proprie attività quotidiane senza bisogno di un ricovero o di riposo forzato.
L’uso della scleromousse consente di trattare anche le vene più grosse con un approccio mini-invasivo, consentendo in alcuni casi di evitare l’intervento chirurgico venendo incontro, in questo modo, alle esigenze di un numero sempre maggiore di pazienti.

trattamenti sclerosanti

Trattamenti sclerosanti per le vene varicose: in cosa consistono?

I trattamenti sclerosanti consentono di eliminare efficacemente le vene varicose, cioè quelle dilatazioni permanenti delle vene delle gambe che rappresentano la fase iniziale di una vera e propria malattia, l’insufficienza venosa cronica.

Cos’è l’insufficienza venosa?

Questa patologia si sviluppa quando queste vene, a causa di predisposizione genetica o fattori acquisiti, perdono la loro capacità di drenare il sangue contro la forza di gravità verso il cuore, provocando un reflusso di sangue che tende ad auto-alimentarsi.

La presenza di varici venose, e in generale di una insufficienza venosa cronica, può generare sintomi come senso di pesantezza alle gambe, crampi, bruciore o prurito alle gambe o comparsa di edema alla gamba (cioè una gamba gonfia).
Nei casi più gravi, il ristagno cronico di sangue determina la comparsa di ulcere cutanee su base venosa, generalmente alle caviglie, che tendono a guarire difficilmente e a recidivare se non trattate in modo adeguato.

Le varici venose possono anche complicarsi con una trombosi venosa o con una emorragia, spesso abbondante e difficile da controllare.
Queste situazioni, oltre che essere pericolose, provocano un sensibile peggioramento della qualità di vita del paziente e per questo è opportuno prevenirle.

Il trattamento delle varici consente di riequilibrare la circolazione venosa migliorando il drenaggio del sangue proveniente dalle gambe, tenendo presente che l’insufficienza venosa cronica non può essere curata alla radice e che, nel corso degli anni, potranno comparire delle altre varici che potranno essere nuovamente trattate.

Lo scopo della terapia è quindi di controllare la patologia e prevenirne le complicanze, oltre che eliminare i sintomi migliorando quindi la qualità della vita del paziente.
Anche il fattore estetico ha la sua importanza, perché la presenza di varici venose spesso genera imbarazzo nello svolgimento di normali attività della vita quotidiana come lo sport, l’abbigliamento o l’esposizione al sole.

In cosa consistono i trattamenti sclerosanti?

I trattamenti sclerosanti consentono di trattare le varici iniettando una piccola quantità di farmaco all’interno della vena stessa, con lo scopo di chiuderla o comunque di ridurla, bloccando il reflusso patologico di sangue al suo interno.
Questi trattamenti permettono quindi di ottenere un riequilibrio del sistema venoso ed un miglioramento sia clinico che estetico.

I vantaggi dei trattamenti sclerosanti sono molti; si tratta di una terapia poco invasiva, con sedute di breve durata, che può essere eseguita in ambulatorio e che permette al paziente di tornare subito alle proprie attività quotidiane.
I trattamenti sclerosanti non sono sempre effettuabili, soprattutto se le vene maggiori da trattare sono troppo dilatate, ma in alcuni casi rappresentano indubbiamente la terapia di prima scelta e sono da considerarsi una alternativa valida ed efficace ad interventi più invasivi, incontrando spesso l’esigenza dei pazienti che preferiscono evitare di essere operati.

Non va dimenticato che i trattamenti sclerosanti possono avere delle complicazioni, ma queste sono rare e possono essere evitate con una buona visita e seguendo alcuni accorgimenti specifici.
Il trattamento può essere proposto alla gran parte dei pazienti, purché siano in grado di indossare una calza elastica e soprattutto possano camminare senza problemi.

capillari gambbe

La scleroterapia per i capillari sulle gambe: come funziona e che risultati dà?

La presenza di capillari sulle gambe rappresenta sicuramente un problema estetico ma anche il segno di una iniziale insufficienza venosa, una patologia molto diffusa nella quale le vene delle gambe perdono la loro funzione di drenaggio del sangue e tendono a dilatarsi.
I capillari sulle gambe sono le cosiddette teleangectasie, piccole dilatazioni vascolari che nella stagione estiva diventano maggiormente visibili e si associano a volte o senso di pesantezza alle gambe.

La comparsa di capillari sulle gambe, di colore rosso o blu a seconda della dimensione, è dovuta ad alterazioni del microcircolo per cui il capillare si dilata, diventa patologico e inizia a vedersi maggiormente.
Si tratta di un problema soprattutto per le donne, perché in genere provoca imbarazzo o porta comunque a precludersi la possibilità di scoprire le gambe.

Infatti, alcune abitudini o attività quotidiane particolarmente piacevoli, come ad esempio andare in spiaggia, praticare sport o indossare una gonna o un bel vestito, possono diventare fonte di disagio soprattutto nella stagione estiva.
Alcune persone, addirittura, trascurano il problema per molto tempo e rinunciano a qualsiasi trattamento, perché sono convinte che i capillari ricompaiano subito e che quindi sia inutile investire tempo e denaro per farli scomparire.
Non tutti sanno, però, che con un trattamento adeguato e alcuni accorgimenti le gambe possono mantenere un bell’aspetto anche per lungo tempo.

Capillari nelle gambe: come trattarli con la scleroterapia

La soluzione al problema dei capillari sulle gambe è rappresentata dalla scleroterapia, un trattamento che consiste nell’iniezione di una piccola quantità di farmaco all’interno di questi vasi con lo scopo di ridurli o farli scomparire.

La scleroterapia si effettua in brevi sedute ambulatoriali a distanza di alcune settimane l’una dall’altra, non è in genere dolorosa e di solito è preferibile sottoporsi a questo trattamento nella stagione invernale.
Il risultato completo si ottiene dopo alcune settimane, perché nella fase iniziale si manifesta una blanda reazione infiammatoria localizzata, del tutto innocua e destinata a scomparire in breve tempo.

Naturalmente la presenza di capillari sulle gambe non può essere eliminata in modo permanente perché anche dopo il trattamento, nel corso degli anni, il problema si ripresenta a causa della formazione di nuovi punti di reflusso di sangue e, di conseguenza, dilatazione di nuovi capillari.

Tuttavia, per avere un risultato più duraturo nel tempo è importante indossare, nell’arco del trattamento, una calza elastica adeguata, che il medico potrà prescrivere dopo aver scelto la taglia corretta ed il materiale più idoneo.

Le altre regole importanti da seguire per ottimizzare il risultato estetico sono camminare molto, evitare l’esposizione a sole, saune e bagni caldi ed evitare il fumo di sigaretta.
In questo modo si possono anche prevenire più efficacemente le rare ma possibili complicazioni, come la trombosi venosa o la comparsa di macchie di pigmentazione.

Prima di iniziare le sedute di scleroterapia è fondamentale eseguire una visita specialistica, durante la quale viene raccolta la storia del paziente e viene effettuato un ecocolordoppler mirato.
In questo modo si otterrà un quadro completo della situazione finalizzato ad effettuare la terapia in massima sicurezza e con risultati ottimali.

La calza elastica migliora il risultato della scleroterapia dei capillari

Come trattare efficacemente l’ulcera venosa

L’ulcera venosa degli arti inferiori fa parte di un insieme di lesioni eterogenee, diffuse soprattutto nella popolazione anziana e spesso causa di peggioramento della qualità della vita del paziente.

Il problema principale delle ulcere è che tendono a cronicizzarsi oppure a sviluppare un’infezione, oltre al fatto che spesso i pazienti che ne sono affetti non riescono a trovare uno specialista che possa risolvere efficacemente questa problematica.

Cos’è l’ulcera venosa?

Una ulcera cutanea è una perdita di tessuto a livello della cute della gamba o della caviglia, e si sviluppa a partire da diverse cause tra cui la diminuzione del flusso di sangue, il ristagno di sangue dovuto a insufficienza venosa cronica oppure a causa di una patologia della microcircolazione.
Il trattamento, oltre che locale, deve quindi essere indirizzato innanzitutto ad indentificarne la causa.

Le ulcere venose compaiono nello stadio più grave dell’insufficienza venosa cronica, una malattia nella quale le vene delle gambe perdono la loro capacità di drenare il sangue verso il cuore e si dilatano progressivamente, provocando una inversione del flusso del sangue stesso.
La localizzazione più frequente delle ulcere venose è a livello della parte interna della caviglia, e le dimensioni possono essere variabili; spesso una ulcera venosa è preceduta da un edema alla gamba (cioè comparsa di una gamba gonfia) o dalla presenza di colorito scuro o indurimento della cute in prossimità della caviglia.

Molte persone affette da questo problema subiscono un grosso carico di stress fisico e psicologico, dovuto alla principalmente alla difficoltà di trovare soluzioni efficaci ma anche alla necessità di continue medicazioni, spesso senza riuscire a identificare correttamente la causa dell’ulcera. Naturalmente anche la sintomatologia dolorosa contribuisce a peggiorare la situazione.

Come va trattata l’ulcera venosa?

Senza un trattamento specifico le ulcere venose non guariscono, peggiorano o addirittura recidivano dopo un periodo di miglioramento; per questo è necessaria una presa in carico del problema da parte di un medico specializzato.

Il trattamento in fase acuta di una ulcera venosa consiste nell’utilizzo di bendaggi anelastici, preferibilmente allo zinco, associati ad esercizio quotidiano, che consiste nell’effettuare brevi passeggiate per più volte al giorno utilizzando un corretto schema del passo.
Grazie all’azione del bendaggio, infatti, l’aumento della pressione all’interno della gamba, dovuta all’esercizio muscolare, permette al sangue e ai liquidi in eccesso di essere drenati sfruttando proprio la contenzione rigida della benda anelastica.

A questo trattamento si può associare anche una terapia farmacologica specifica, che ha la funzione di migliorare la microcircolazione o detossificare i tessuti in caso di concomitante edema alla gamba.

La medicazione di un’ulcera cutanea su base venosa è molto importante e si struttura in diverse fasi; in situazioni particolari, se è presente una infezione, può essere prescritta una terapia antibiotica che deve essere preferibilmente mirata per evitare l’insorgenza di resistenze batteriche.

Dopo la guarigione di una ulcera è opportuno non sospendere le cure e trattare l’insufficienza venosa cronica che l’ha provocata.
In questo modo si potrà riequilibrare il sistema circolatorio e migliorare il drenaggio venoso dell’arto, ricordando di prevenire le recidive con l’utilizzo di una adeguata calza elastica.

trombosi venosa profonda

Trattamento della trombosi venosa: terapia anticoagulante ma non solo

La trombosi venosa profonda è un problema vascolare di cui si sente parlare spesso e che suscita preoccupazione generale, ed in effetti è potenzialmente grave poiché può causare complicanze anche fatali.

Cos’è la trombosi venosa profonda?

Una trombosi venosa è caratterizzata dalla formazione di un trombo, cioè sangue coagulato, all’interno di una vena; questo avviene per lo più a livello delle gambe, ma possono essere colpiti altri distretti come il collo, gli arti superiori oppure le grosse vene dell’addome.
Se la trombosi si forma in una vena superficiale si parla di trombosi venosa superficiale, mentre se si occlude una vena profonda, situata nei muscoli della gamba, si ha la cosiddetta trombosi venosa profonda (TVP).

I fattori che in linea generale determinano più frequentemente la comparsa di una trombosi venosa profonda sono gli interventi chirurgici, i traumi gravi, le fratture delle ossa e le lesioni spinali.
Va ricordato anche che la trombosi può manifestarsi spontaneamente, soprattutto in caso di predisposizione genetica quando vi sono delle mutazioni di alcuni geni correlati a proteine della coagulazione; altri fattori di rischio sono l’età avanzata, l’assunzione di alcuni farmaci come la pillola anticoncezionale, il fumo, la gravidanza oppure l’immobilizzazione per lungo tempo.

I sintomi principali della trombosi venosa profonda sono la comparsa di edema alla gamba (cioè una gamba gonfia), associato a dolore ed eventualmente alla comparsa di colore scuro sulla cute.
Una trombosi superficiale, invece, si manifesta generalmente con un arrossamento doloroso lungo il decorso di una vena sottocutanea, sia in caso di vene varicose che di vene precedentemente sane.

Che conseguenze ha una trombosi venosa profonda?

La complicanza più grave della trombosi venosa è l’embolia polmonare, un evento potenzialmente mortale che si manifesta di solito con dolore al torace o grave difficoltà respiratoria.
Questa condizione clinica avviene per il distacco di frammenti di sangue coagulato che, partendo dalla zona interessata dalla trombosi, seguono il flusso del sangue e vanno a bloccarsi nei vasi dei polmoni determinandone la chiusura.

Per questo motivo, quando viene riscontrata una trombosi venosa profonda è necessaria una terapia immediata con farmaci anticoagulanti, che va proseguita per alcuni mesi o comunque sulla base del giudizio dello specialista.
Va ricordato che l’embolia polmonare è una problematica che può presentarsi anche quando la trombosi è superficiale, seppur con minore probabilità.

Una trombosi venosa profonda, a distanza di tempo, può compromettere anche il drenaggio venoso dell’arto causando la comparsa di un edema alla gamba progressivo e ingravescente.
Questo processo si manifesta sia per l’ostruzione che la trombosi determina a livello della vena, bloccando in questo modo il flusso del sangue, sia per il fatto che fatto che, anche in caso di riapertura progressiva della vena, questa risulta in genere danneggiata dalla trombosi a livello delle valvole e perde in questo modo la capacità di direzionare il sangue verso il cuore contro gravità.

Se questo problema non viene trattato in tempo può evolvere nella cosiddetta “sindrome post trombotica”, una condizione clinica grave nella quale il ristagno di sangue nella gamba causa un gonfiore ingravescente fino allo sviluppo di alterazioni dei tessuti e comparsa di ulcere cutanee.

La terapia della sindrome post trombotica deve intervenire sin dalle prime fasi con l’applicazione di bendaggi anelastici, e successivamente attraverso la prescrizione di una calza elastica adeguata.

gamba gonfia

Trattamento della gamba gonfia: il ruolo della corretta elastocompressione

L’insufficienza venosa è una malattia che colpisce le vene delle gambe ed è caratterizzata dal progressivo peggioramento della circolazione venosa a causa della degenerazione delle valvole situate all’interno delle vene stesse.
Queste anomalie di funzionamento causano una incapacità da parte della circolazione venosa di drenare il sangue dalle gambe verso il cuore, processo che normalmente avviene in opposizione alla forza di gravità mentre camminiamo.

Nei casi più gravi questa patologia può causare la comparsa di una gamba gonfia, perché il ristagno di sangue diventa di una entità tale da provocare un accumulo di liquido nei tessuti sottocutanei che non riesce più a essere riassorbito efficacemente.

Quando una gamba si gonfia compare il cosiddetto edema alla gamba, cioè un accumulo di acqua nello spazio extracellulare che si può osservare ad esempio quando le calze lasciano un’impronta sulla pelle o quando esercitiamo per alcuni secondi una pressione con il dito.

Perché compare una gamba gonfia?

L’edema alla gamba è sicuramente un problema estetico oltre che clinico, ma l’aspetto più grave è che se perdura nel tempo può cronicizzarsi diventando difficilmente reversibile. In questa situazione, se si aggiungono altri fattori patologici che compromettano la capacità di drenaggio dei liquidi, la gamba gonfia può trasformarsi in un linfedema.

Il sistema linfatico è una complessa rete di vasi che raccoglie acqua e cellule dai tessuti, mantenendo in equilibrio le sostanze che si trovano nello spazio situato fuori dalle cellule e che costituiscono un vero e proprio organo, la matrice extracellulare.

Quando viene richiesto un aumento della sua attività, il sistema linfatico potenzia il suo funzionamento e la sua capacità di riassorbimento di liquidi e di drenaggio, fino a raggiungere un limite massimo.
Oltre questa soglia i liquidi non riescono più a essere drenati efficacemente e compare una gamba gonfia, di consistenza via via più fibrosa e con il tempo soggetta allo sviluppo di infezioni.

Questa situazione diventa grave e difficilmente reversibile, e per questo motivo bisogna intervenire per tempo con lo scopo di ottenere un miglioramento clinico.

Qual è il trattamento corretto?

Il trattamento corretto della gamba gonfia in fase acuta consiste nell’applicazione di bendaggi con funzione anelastica, che si effettuano usando bende allo zinco oppure di altro materiale, che vengono lasciati in sede per alcuni giorni e associati ad una terapia farmacologica che agisce decongestionando i tessuti. Camminare in questa fase è fondamentale, perché sono proprio i muscoli del polpaccio il motore da sfruttare per svuotare la gamba gonfia dai liquidi in eccesso con la contenzione della benda.

In un secondo momento, quando l’edema alla gamba si sarà risolto, sarà possibile applicare una calza elastica che dovrà essere prescritta dallo specialista, dopo una corretta presa delle misure e scegliendo il materiale più adatto al singolo paziente. È molto importante non utilizzare la calza elastica in presenza di una gamba gonfia, perché non agisce in modo efficace e può addirittura peggiorare la situazione.

ecodoppler venoso

Ecodoppler venoso degli arti inferiori: quando e a chi rivolgersi?

L’ecodoppler venoso è un esame fondamentale per escludere una trombosi e per studiare l’insufficienza venosa, una patologia piuttosto frequente nella popolazione che colpisce prevalentemente il sesso femminile indebolendo la funzione drenante delle vene delle gambe.

Questa maggiore prevalenza nelle donne è dovuta da un lato all’effetto degli ormoni sessuali femminili sul tono venoso e dall’altro agli effetti della gravidanza sulla circolazione venosa.
Le cause che portano allo sviluppo di questa malattia diverse e sono legate a fattori genetici o ambientali; ad esempio, c’è una correlazione con il numero di gravidanze, il sovrappeso ed il tipo di attività lavorativa, soprattutto se costringe a stare per molto tempo fermi in piedi o seduti.

La comparsa di vene varicose è una delle manifestazioni di questa malattia, nella quale le vene delle gambe perdono progressivamente la loro capacità di drenaggio, causando un ristagno del sangue tipicamente alle caviglie a causa della forza di gravità.
Questo succede perché viene a mancare il corretto funzionamento delle valvole venose, che agiscono in combinata con l’attività dei muscoli del polpaccio mentre camminiamo con lo scopo di evitare che il reflusso di sangue.

I sintomi più comuni dell’insufficienza venosa sono il dolore, il prurito e senso di pesantezza alle gambe, ma se non trattata adeguatamente questa patologia può portare a complicanze più gravi come la trombosi venosa, la comparsa di una gamba gonfia oppure di un’ulcera venosa.
La comparsa di un’ulcera venosa indica che è stato raggiunto lo stadio più grave della malattia; inoltre, questa problematica tende a recidivare se non viene trattata adeguatamente e può anche complicarsi con una infezione.

La soluzione a tutti questi problemi è rappresentata da una diagnosi precoce, che permette di pianificare degli interventi correttivi che possano migliorare la circolazione venosa oltre che prevenire le complicazioni.
L’esame di prima scelta per lo studio della circolazione venosa è l’ecodoppler venoso.

A cosa serve l’ecodoppler venoso?

L’ecodoppler venoso è un esame ecografico non invasivo che si effettua di solito in posizione eretta, salvo casi particolari in cui bisogna esaminare le vene profonde della gamba ed è più agevole stare seduti.
Le informazioni fornite dall’ecodoppler venoso sono molto dettagliate e importanti ai fini del trattamento. L’esame, infatti, permette di studiare le valvole venose e capire se funzionano correttamente o meno, identificare una eventuale trombosi venosa e individuare le vene malate e i circuiti anomali che queste vene creano.

Diagnosticare una trombosi venosa è piuttosto semplice, perché le vene normali sono facilmente comprimibili dalla sonda ecografica mentre quelle con un trombo al loro interno non lo sono altrettanto.
Al contrario, analizzare e interpretare i circuiti che le vene malate creano attraverso il reflusso di sangue richiede un’ottica mirata e un’ esperienza specifica. Questi aspetti sono fondamentali per pianificare una terapia corretta e per questo è più opportuno rivolgersi ad uno specialista dell’ambito flebologico o vascolare.

Quando va eseguito l’esame?

In generale quando compaiono vene varicose, una gamba gonfia oppure una ulcera cutanea, e ancora in caso di sintomi come dolore improvviso ad una gamba o senso di pesantezza alle gambe.

ecodoppler arti inferiori

Ecodoppler arterioso arti inferiori: va sempre eseguito in caso di dolore alle gambe?

L’ecodoppler arterioso degli arti inferiori è indicato nello studio dell’arteriopatia periferica, una malattia grave legata all’aterosclerosi e caratterizzata da una progressiva ostruzione delle arterie delle gambe. Nei casi più gravi, questa patologia può addirittura rendere necessaria una amputazione della gamba.

Cos’è l’arteriopatia periferica?

L’arteriopatia periferica è una patologia evolutiva causata dall’aterosclerosi quando questa colpisce le arterie delle gambe, determinando lo sviluppo di placche più o meno calcificate nella parete dei vasi con conseguente ostacolo al flusso del sangue.
Questo processo, che si sviluppa con il tempo, manda in sofferenza i tessuti della gamba provocando dapprima dolore durante la deambulazione, e nei casi più gravi provocando la comparsa di un’ulcera o di una necrosi.

I soggetti più colpiti sono gli anziani di sesso maschile, ma nell’età avanzata le percentuali diventano sovrapponibili nei due sessi.
La malattia è importante anche perché, quando è presente, ci indica la presenza di un concomitante rischio cardio-vascolare elevato.
I pazienti affetti da arteriopatia periferica, infatti, presentano un rischio di mortalità da infarto e ictus cerebrale 3-4 volte maggiore rispetto ai soggetti non affetti, e per questo motivo devono prendere alcune precauzioni.

I fattori di rischio principali legati allo sviluppo di arteriopatia periferica sono il diabete, il fumo di sigaretta, l’ipertensione arteriosa e i livelli alterati di colesterolo nel sangue; naturalmente anche la predisposizione genetica ha un ruolo chiave.

Nelle situazioni più gravi i pazienti vengono sottoposti ad interventi chirurgici anche complessi, che servono a riportare sangue alla gamba cercando di oltrepassare le ostruzioni delle arterie.
Lo stadio finale della patologia, quando le arterie sono talmente compromesse da rendere impossibile un intervento vascolare, è rappresentato dalla necessità di sottoporsi ad una amputazione della gamba.

Quando bisogna fare un ecodoppler arti inferiori?

È importante identificare precocemente i sintomi della malattia e rivolgersi allo specialista, che con l’esecuzione di un ecodoppler arti inferiori potrà ottenere informazioni importanti per pianificare il trattamento controllando poi il paziente nel tempo.

Non è altrettanto consigliato, invece, effettuare l’esame in maniera indiscriminata quando si avvertono dolori alle gambe, perché il solo riscontro di una arteria ammalata non costituisce un motivo certo per indicare la necessità di intervento chirurgico.
Il quadro clinico va pertanto ancora una volta valutato dallo specialista, che avvalendosi dell’ecodoppler potrà decidere la strategia terapeutica migliore interpretando l’esame in funzione della necessità di intervento.

In caso di dolori alle gambe durante la deambulazione oppure quando ci sono forti dolori al piede durante la notte, o ancora se compare un’ulcera cutanea o una gangrena alle dita del piede, ma preferibilmente nel contesto di una visita specialistica.

Naturalmente, i pazienti affetti da arteriopatia periferica possono essere soggetti anche allo sviluppo di una placca carotidea o di un aneurisma dell’aorta addominale, e per questo devono effettuare uno studio ecodoppler completo per sottoporsi ad uno screening efficace.

ecodoppler tsa

Ecodoppler TSA e ictus cerebrale: come prevenire una grave patologia vascolare

L’ecodoppler TSA (tronchi sovra aortici) è un esame non invasivo che permette di riscontrare una stenosi carotidea, cioè una placca aterosclerotica sull’arteria carotide che si può sviluppare nei soggetti per lo più adulti o anziani.

La stenosi carotide rappresenta una delle principali cause di ictus cerebrale e si sviluppa nella maggior parte dei casi senza sintomi particolari, il che la rende una patologia piuttosto insidiosa.

Cos’è la stenosi carotidea?

La causa che porta allo sviluppo di una stenosi carotidea è legata alla localizzazione dell’aterosclerosi nelle arterie del collo, in particolare a livello della biforcazione dell’arteria carotide, dove si può formare una placca che cresce nella parete dell’arteria ostruendola progressivamente.
L’aterosclerosi è una malattia evolutiva a sua volta dovuta a predisposizione genetica o fattori ambientali come il fumo di sigaretta, l’ipertensione, il diabete e i livelli alterati di colesterolo nel sangue.

La stenosi carotidea si sviluppa con il tempo determinando un ostacolo al flusso del sangue al cervello; questo processo può provocare successivamente la chiusura completa dell’arteria oppure il distacco di emboli, cioè frammenti di materiale solido o sangue coagulato che, seguendo il flusso del sangue, vanno a ostruire i vasi più piccoli del cervello.

L’ictus cerebrale è un evento drammatico, in cui una parte del cervello perde la sua funzione in modo permanente causando morte o gravi invalidità a causa di una ostruzione vascolare.
Si tratta di una delle principali cause di morte nel mondo e la più frequente causa di disabilità nei paesi occidentali; circa l’80% dei casi è legato ad un meccanismo ischemico, cioè dovuto ad arresto del flusso di sangue all’interno dei vasi.

La presenza di una stenosi carotidea è una delle cause principali di ictus cerebrale di tipo ischemico, ma la maggior parte delle persone con questo problema non presenta sintomi specifici.
Come si può prevenire efficacemente questo evento in presenza di una malattia così insidiosa?
La soluzione è quella di effettuare un ecodoppler TSA.

Che informazioni dà l’ecodoppler?

L’ecodoppler TSA è un esame rapido, poco costoso e non invasivo; va ricordato che è operatore-dipendente e richiede quindi esperienza e competenze specifiche per poterlo effettuare.
Con un ecodoppler TSA possiamo capire quanto è ostacolato il flusso di sangue al cervello e quali sono le caratteristiche della placca carotidea; questi fattori sono molto importanti perché consentono allo specialista di decidere se è necessario un intervento chirurgico ed eventualmente di definirne la tipologia.

Il consiglio è di effettuare l’esame dopo i 60 anni di età, in particolare se si hanno familiarità per questa patologia o altri fattori di rischio come malattie di cuore, diabete, ipertensione arteriosa o alterati valori di colesterolo plasmatico.
Superati i 50 anni, comunque, consiglio di sottoporsi all’esame almeno una volta, perché esistono anche forme di aterosclerosi precoce e vale davvero la pena effettuare una diagnosi precoce.

Quando compaiono sintomi di ischemia cerebrale l’ecodoppler carotideo va eseguito con urgenza.
Si tratta di disturbi temporanei che durano alcuni minuti o anche pochi secondi, come ad esempio paralisi improvvisa o formicolio al braccio o ad una metà del corpo o del viso, cecità improvvisa o difficoltà ad articolare la parola.