come aumentare le difese immunitarie

Aumentare le difese immunitarie: che ruolo hanno gli integratori?

Come aumentare le difese immunitarie contro le infezioni virali

Problema

Il problema di come aumentare le difese immunitarie torna alla ribalta con l’epidemia causata dal Covid-19, anche se questa malattia ha delle peculiarità rispetto alle comuni infezioni virali perché si tratta di un virus nuovo, che stiamo studiando e per il quale non è ancora disponibile un vaccino.

Domanda: oltre alle misure igieniche e comportamentali, come possiamo aumentare le difese immunitarie contro le infezioni virali ?
Di cosa ha bisogno il sistema immunitario per funzionare bene? Ha senso assumere integratori?

Strumenti: analizzando la letteratura scientifica più recente cerchiamo di ottenere delle indicazioni utili.

A chi può interessare l’articolo? A chiunque abbia poca dimestichezza con la medicina e cerchi risposte basate su dati scientifici recenti.

Cos’è il sistema immunitario e come funziona

Il sistema immunitario è l’apparato difensivo del nostro organismo ed è costituito da cellule e molecole altamente specifiche, che servono a contrastare le infezioni da agenti esterni oltre che neutralizzare tossine alimentari e sostanze inquinanti provenienti dall’ambiente.
Un’altra attività peculiare del sistema immunitario è quella di controllare la crescita anomala delle cellule, come nel caso dei tumori.

Il sistema immunitario è costituito da due diverse componenti, che vengono chiamate immunità innata e immunità acquisita.

come aumentare le difese immunitarie

L’immunità innata è un tipo di risposta infiammatoria stardardizzata, aspecifica e a rapida insorgenza, che si attiva nei confronti degli stimoli lesivi sulle cellule come quelli causati dalle infezioni virali (molto banalmente il virus entra nelle cellule bersaglio e le distrugge).

L’immunità innata è costituita dalla cute e dalle barriere mucose, come quelle del tratto gastrontestinale e respiratorio.

A livello di queste barriere ci sono cellule difensive come i globuli bianchi e i monociti-macrofagi, che assieme a molecole che modulano l’infiammazione chiamate citochine distruggono e smaltiscono gli aggressori.

Molto spesso questa risposta non è sufficiente perché viene elusa dall’agente patogeno, e può addirittura essere dannosa nel caso in cui inneschi una risposta infiammatoria continuativa non autolimitata.

L’immunità acquisita, costituita da cellule chiamate linfociti B e T, necessita di più tempo per essere attivata ma è in grado in genere di sconfiggere l’infezione in modo definitivo.

Il funzionamento dell’immunità acquisita è molto più raffinato rispetto a quello dell’immunità innata; alcune cellule specifiche “m

ostrano” ai linfociti come è fatto l’agente aggressore avviando una catena di comunicazione tra cellule che porta alla produzione di immunoglobuline o anticorpi, molecole create per legarsi a molecole speculari dell’ospite indesiderato per bloccarne l’attività.

Quali micronutrienti servono al sistema immunitario per funzionare

Per svolgere le loro complesse funzioni, le cellule immunitarie hanno bisogno di diverse sostanze come elementi chimici, cofattori e vitamine che partecipano attivamente ai processi metabolici e di sintesi proteica; alcuni di questi substrati sono prodotti dall’organismo ma la maggior parte deve essere assunta con la dieta.

Quali sono, cosa fanno e dove si trovano i micronutrienti?

Vitamina A

Molecola fondamentale  per l’immunità innata a livello della mucosa intestinale, dove modula la risposta mediata da immunoglobuline di tipo A (IgA);

Rende possibile la fagocitosi da parte dei monociti-macrofagi, cioè la capacità che hanno queste cellule di ingurgitare gli agenti patogeni e “digerirli”; inoltre, modula la produzione di citochine pro-infiammatorie.

È coinvolta nello sviluppo e differenziazione dei linfociti T e nel funzionamento dei linfociti B.

Ha un’importante azione antiossidante, cioè protegge dal danno cellulare.

Dove si trova?
Può essere assunta con la dieta da fonti animali come il latte, i formaggi e il burro, il tuorlo d’uovo e la carne, oppure può essere prodotta dall’organismo a partire dal suo precursore, il β carotene, che è presente nei cibi arancioni come carota, zucca e peperone.

Vitamina C

Necessaria per la sintesi di collagene, una molecola strutturale essenziale nei tessuti extracellulari.

La vitamina C è nota per la sua potente azione antiossidante sia diretta che indiretta, in quanto ristabilisce la quantità nece

ssaria di altri antiossidanti come la vitamina E e il glutatione.

Promuove inoltre il funzionamento delle cellule dell’immunità innata, modula la produzione di citochine pro-infiammatorie e ha un importante ruolo nello sviluppo, differenziazione e crescita delle cellule T e nella produzione di anticorpi.

Dove si trova?
Diffusamente presente in natura, possiamo trovarla nella frutta (agrumi, kiwi, ananas), nella verdura (lattuga, radicchio, spinaci), oltre che nel broccolo, nel cavolfiore, nel pomodoro e nei tuberi.

Vitamina D

Oltre al suo noto ruolo nel metabolismo delle ossa, è molto importante anche per il sistema immunitario nel quale svolge un’azione protettiva sul microbiota intestinale.
Cos’è il microbiota? L’insieme della flora batterica normalmente presente nel nostro tratto digerente; ricordiamo che il microbiota ha un ruolo essenziale nell’equilibrio immunitario.

La vitamina D protegge le membrane delle cellule intestinali, oltre che renali e respiratorie.

Inoltre, favorisce il movimento, la differenziazione e la fagocitosi dei monociti-macrofagi, regola la produzione di proteine antimicrobiche e l’attività delle cellule B e T.

Alcuni studi in vitro mostrano che la vitamina D stimola la produzione di proteine antivirali, per cui si presume un suo ruolo nel contrastare le infezioni dell’apparato respiratorio.

Dove si trova?
In natura ne esistono due forme, la vitamina D2 e la vitamina D3.
La D2 è presente in alcuni funghi.
La D3 è la forma più attiva nell’essere umano ed è presente nell’olio di fegato di merluzzo, nei pesci nordici (salmone, aringa, merluzzo, sgombro), nel tuorlo d’uovo, nel latte e nei suoi derivati.

La vitamina D è sintetizzata anche dal nostro organismo grazie all’esposizione ai raggi solari, e per questo motivo la sua concentrazione tende ad essere carente in buona parte della popolazione.

Vitamina E

Importante nel supportare la funzione di barriera delle mucose, la vitamina E ha anche un’azione antiossidante e immunomodulante sulle cellule T.

Dove si trova?
Negli oli vegetali, nelle arachidi, nelle mandorle e nei semi di girasole, oltre che nelle uova.

Vitamina B6, B12 e folati

Queste sostanze sono prevalentemente coinvolte nella funzione immunitaria intestinale, oltre che nell’attività delle cellule T e nella produzione di anticorpi.

La vitamina B6 modula la risposta infiammatoria ed è coinvolta nella sintesi di aminoacidi, i mattoni necessari per la produzione degli anticorpi.

Dove si trovano?
Vitamina B6 e folati nelle verdure a foglia verde come spinaci, broccoli, asparagi, lattuga, nei legumi come fagioli e pise

lli, in alcuni frutti come kiwi, fragole e arance, nelle noci e nelle mandorle; inoltre il fegato, le uova e i formaggi sono ricchi di questi micronutrienti.

La vitamina B12 è presente solo in fonti animali come carne, formaggi e uova, e pertanto va integrata in persone che seguono una dieta vegana.

Ferro, zinco, rame, selenio e magnesio

Elementi importantissimi per il funzionamento dell’immunità innata in quanto aiutano numerosi enzimi coinvolti nel metabolismo cellulare.

Hanno anche azione antiossidante e di modulazione della sintesi di citochine, oltre che un ruolo fondamentale nel funzionamento delle cellule T e B e quindi anche nella sintesi di anticorpi.

Dove si trovano?
Le fonti sono carne, pesce, crostacei, uova, latte e derivati, verdure, legumi, noci, cereali, semi di canapa.
Ricordiamo che il selenio tende ad essere carente nella nostra popolazione per motivi geografici legati al terreno.

Cosa indebolisce il sistema immunitario

Oltre all’apporto di micronutrienti, per aumentare le difese immunitarie vanno considerati alcuni fattori che possono interferire con l’equilibrio difensivo dell’organismo.

Terapia antibiotica non necessaria o protratta

Le infezioni batteriche rendono spesso necessaria una terapia antibiotica, che ovviamente non va evitata ma che può distruggere anche la flora batterica del nostro intestino, importantissima per le difese immunitarie.

Se la terapia antibiotica non è necessaria, come nelle comuni infezioni virali, o se è di necessità eccessivamente protratta, può indebolire le difese immunitarie.

Soluzione: rivolgersi sempre al medico per valutare se la terapia antibiotica è realmente necessaria, e se deve essere protratta a lungo assicurarsi di integrare con probiotici.

Stress

Studi recenti mostrano che lo stress e lo stato psichico sono interconnessi con il sistema endocrino e immunitario e c

on la modulazione della risposta infiammatoria.

Nel cervello gli stimoli stressogeni aumentano la produzione di citochine pro-infiammatorie, attivano le cellule immunitarie cerebrali e provocano cambiamenti nella plasticità delle sinapsi con formazione di circuiti alterati tra i neuroni.

Per quanto riguarda le difese immunitarie, lo stress cronico sembra indebolirle perché causa l’insorgenza di uno stato infiammatorio persistente di base, che è un fattore causale di patologie croniche come l’aterosclerosi, il diabete e l’insulino-resistenza in generale.

Soluzione: per quanto possibile, gestire adeguatamente stati di ansia e depressione oltre che ritmi di vita frenetici diventa im

portante anche per il corretto equilibrio del sistema immunitario.

Sonno

Il sonno è fondamentale per le difese dell’organismo e ha una relazione bidirezionale con il sistema immunitario, come dimostrato da recenti studi. Cosa significa?
Ad esempio, l’attivazione della risposta immunitaria nei confronti di un’infezione può rendere necessario dormire per più tempo o provocare una disregolazione del sonno, come in effetti possiamo notare nella comune esperienza.

D’altra parte, dormire in modo qualitativamente adeguato e per un tempo sufficiente regola correttamente la risposta infiamm

atoria e ottimizza la crescita e il funzionamento delle cellule immunitarie.

La privazione di sonno, come emerge da studi su modelli animali, favorisce anche in questo caso l’attivazione di una risposta infiammatoria cronica attraverso l’aumento della produzione di citochine, con conseguente aumento del rischio di sviluppare patologie croniche.

Inoltre, uno stato infiammatorio persistente rende l’organismo più suscettibile alle infezioni e può alterare anche la risposta alle vaccinazioni.

Soluzione: dormire sufficientemente e dotarsi di tutto ciò che serve per una migliore qualità del sonno.

Età

Con l’avanzare dell’età il funzionamento del sistema immunitario decresce, per cui il soggetto anziano è più suscettibile alle infezioni e può sviluppare con maggiore probabilità delle forme cliniche più gravi.

Soluzione: l’anziano spesso necessita di integrazione alimentare.

Fumo

Il fumo di sigaretta danneggia gravemente le cellule dell’apparato respiratorio e ne distrugge i meccanismi di protezione nei confronti delle infezioni.

Un recente studio di ricercatori cinesi mostra che l’effetto del fumo sulle difese immunitarie è duplice.

Da una parte, infatti, fumare indebolisce il sistema immunitario e aumenta il rischio di infezioni anche a causa dell’attivazione infiammatoria persistente, dall’altra può provocare addirittura una risposta immunitaria eccessiva.
Questo processo sembra dipendere dai diversi effetti che i componenti del fumo esercitano sul singolo individuo in funzione delle sue particolari condizioni cliniche.

Il fumo sembra anche stimolare le difese immunitarie ad attivarsi contro cellule e tessuti propri dell’organismo, generando risposte autoimmunitarie.
I meccanismi molecolari alla base di questa fenomenologia non sono ancora chiari.

Soluzione: ovviamente non fumare, e non stare vicino a chi fuma (il fumo passivo causa gli stessi problemi).

Attività fisica e sedentarietà

Sappiamo che l’attività fisica è salutare, ma per quanto riguarda le difese immunitarie vanno precisati alcuni aspetti.

L’attività fisica corretta corrisponde all’esercizio moderato, perché l’esercizio fisico estenuante attiva l’immunità innata e quindi la risposta infiammatoria tanto quanto la sedentarietà, e diventa così un fattore coinvolto nell’insorgenza di malattie croniche.

L’esercizio fisico estenuante provoca anche una alterata crescita delle cellule T, favorendo un indebolimento delle difese e di conseguenza una maggiore suscettibilità alle infezioni, soprattutto delle vie respiratorie.

La sedentarietà e l’obesità stesse attivano l’immunità innata e quindi uno stato di infiammazione cronica.

Un dato interessante emerso da uno studio recente è che l’inattività acuta, come avviene dopo un infortunio, sembra modulare negativamente il sistema immunitario in modo diretto, soprattutto se è presente una patologia infiammatoria di base come l’asma.

Soluzione: non praticare sport estremi ma esercizio fisico costante e moderato.

Servono gli integratori?

In letteratura mancano dati certi su quali siano i livelli ottimali di micronutrienti tali per cui le difese immunitarie funzionino idealmente al massimo delle loro possibilità.

Generalmente ci si attiene ad un parametro chiamato RDA (Recommended daily allowance – quota giornaliera raccomandata), che rappresenta il valore medio di ciascun micronutriente che deve essere assunto ogni giorno affinché, nella maggior parte dei casi, vengano evitati stati di carenza.

Sicuramente gli studi ci indicano alcune categorie di soggetti che necessitano di una integrazione (donne in gravidanza e anziani).
Gli anziani in particolare presentano un abbassamento della funzione immunitaria sia innata che acquisita.
A queste categorie si aggiungono i fumatori, le persone che abusano di alcol e i soggetti con sindrome da insulino-resistenza come diabetici e obesi.

Sappiamo che gli stati carenziali di vitamine e oligoelementi predispongono alle infezioni o addirittura sono responsabili di patologie legate alla malnutrizione.

Domanda: assumere quantità di micronutrienti superiori alla RDA favorisce ulteriormente il sistema immunitario?
Alcune considerazioni preliminari.

Teoricamente una dieta varia ed equilibrata come quella mediterranea consente all’organismo di assumere tutti i micronutrienti necessari per evitare stati carenziali e patologie correlate (cosa che non accade in molte parti del mondo, anche industrializzato).

Gli integratori di solito vengono acquistati liberamente dalla popolazione senza consultare il medico o il nutrizionista, e senza fare un dosaggio preliminare della concentrazione di micronutriente nel sangue.

Attorno alla vendita di integratori ruota un businness globale, e anche per questo è bene documentarsi adeguatamente su ciò che si intende assumere.

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Studi recenti sulla popolazione adulta americana non mostrano evidenza di miglioramento dello stato di salute con l’assunzione di integratori a base di vitamine e sali minerali; il parametro “miglioramento della salute” è stato valutato, però, in termini di mortalità globale, malattie cardiovascolari, tumori e malattie neurodegenerative.

Sono descritti casi di tossicità legati ad assunzione eccessiva di sali minerali come il ferro o di vitamine liposolubili come vitamina A e vitamina E.
In particolare, l’assunzione in dosi tossiche di vitamina E nei fumatori è correlata ad un aumento del rischio di neoplasie polmonari.
Anche l’eccessiva assunzione di rame ha mostrato degli effetti avversi, paradossalmente addirittura di peggioramento della risposta immunitaria.

Chi e come deve integrare i micronutrienti

Vitamina A

Cosa sappiamo?
Nel bambino, dosaggi superiori alla RDA proteggono da diarrea e morbillo e accelerano la guarigione in caso di polmonite, diarrea legata al morbillo e infezioni respiratorie.

Generalmente con una dieta varia non si sviluppano stati carenziali.

Attenzione alla tossicità da dosi massive soprattutto in gravidanza, in quanto l’eccesso di vitamina A può avere un effetto teratogeno sul feto (cioè può causare malformazioni).

Bisogna integrare?
Allo stato attuale non c’è evidenza che sia necessaria una integrazione nell’adulto per potenziare le difese immunitarie.

Vitamina C

Cosa sappiamo?
La carenza provoca suscettibilità alle infezioni soprattutto del tratto respiratorio.
L’aspetto interessante è questo: la carenza può svilupparsi non solo per insufficiente apporto con la dieta ma anche per eccessiva esposizione ad inquinanti atmosferici che aumentino lo stress ossidativo a livello respiratorio, in quanto aumenta il consumo di vitamina C che agisce da “tampone” antiossidante.

I fumatori attivi e passivi, che sono esposti a stress ossidativo continuo, hanno livelli di vitamina C più bassi del normale e dovrebbero secondo alcuni studi assumerne una supplementazione giornaliera.
Anche i diabetici, gli obesi, gli anziani e i pazienti istituzionalizzati hanno livelli di vitamina C tendenzialmente più bassi e anche per loro andrebbe considerata una integrazione alimentare.

La supplementazione di vitamina C in soggetti che praticano esercizio fisico intenso si è mostrata in grado di ridurre l’incidenza del comune raffreddore, con un quantitativo giornaliero totale di 200 mg comprensivi di assunzione dietetica e supplementazione.

Un recentissimo studio, inoltre, conferma anche che la supplementazione di vitamina C riduce i valori pressori nei soggetti con ipertensione essenziale, con dosaggio totale superiore ai 200 mg al giorno.

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Bisogna integrare?
In generale la supplementazione di vitamina C in adulti e bambini sembra ridurre l’incidenza di infezioni respiratorie.
La dose di vitamina C dovrebbe garantire concentrazioni plasmatiche di almeno 100-200 mg al giorno tra assunzione dietetica e integrazione; ricordiamo che la RDA è di circa 80 mg al giorno.

Quando l’infezione respiratoria è già manifesta, sia nelle alte vie respiratorie come in caso di raffreddore o tracheite sia in caso di polmonite, il consumo di vitamina C è nettamente maggiore a causa dello stress ossidativo, e la supplementazione è efficace nel ridurre i tempi di guarigione.

Il dosaggio in questo caso dovrebbe essere più elevato per far fronte alle aumentate richieste metaboliche e assestarsi a 0,5-1,5 grammi totali al giorno.

Vitamina D

Cosa sappiamo?
La vitamina D può essere deficitaria nella sua forma attiva a causa della scarsa esposizione al sole.
La sua RDA è di circa 600 UI al giorno ma cresce nella popolazione anziana, dove raggiunge un range di 600-800 UI.

La vitamina D è molto importante per le difese immunitarie in gravidanza perché protegge il neonato dalle infezioni respiratorie.

La maggior parte degli studi mostra una correlazione tra valori plasmatici deficitari di vitamina D e peggioramento di problemi respiratori, soprattutto nei soggetti asmatici con valori tendenzialmente carenti.
Secondo alcuni può essere razionale supplementare la vitamina D per prevenire infezioni virali, sulla base di studi in vitro dove è stato dimostrato questo effetto.
In vivo le evidenze in questo senso ancora controverse; il dosaggio raccomandato per la supplementazione varierebbe da 300 a 2600 UI al giorno.

Altri studi suggeriscono di effettuare un dosaggio preliminare della vitamina D nel sangue prima di iniziare l’integrazione; sembrano preferibili dosaggi giornalieri costanti piuttosto che dosaggi intermittenti più elevati, come si usa fare nei cicli di integrazione.

Bisogna integrare?
In generale possiamo dire che c’è evidenza di riduzione del rischio di infezioni respiratorie in adulti e bambini dopo supplementazione con vitamina D.
In caso di infezioni respiratorie manifeste come influenza la supplementazione accelera la guarigione; non ci sono dati certi sul dosaggio.

Vitamina E

Cosa sappiamo?
La supplementazione di vitamina E oltre i livelli raccomandati sembra migliorare la risposta immunitaria negli anziani, in particolare in termini di risposta alla vaccinazione.

Secondo uno studio recente questo effetto sembra dipendere dai livelli pre-supplementazione delle citochine nel sangue; sembra esserci quindi molta variabilità individuale nella risposta alla supplementazione.

Ci sono diversi studi su modelli animali che supportano una azione protettiva della supplementazione con vitamina E nei confronti delle infezioni respiratorie, e questi dati sono stati in parte validati anche in alcuni trial sulla popolazione anziana.

Un altro studio ha documentato una protezione dalle infezioni respiratore correlata ad una integrazione di 200 UI al giorno di α-tocoferolo preso per un anno; i dati però vanno confermati da studi più ampi.

Va ricordato che i soggetti fumatori esposti ad elevati dosaggi di vitamina E mostrano un ulteriore aumento del rischio di neoplasie polmonari.

Bisogna integrare?
Nell’anziano va considerata l’integrazione; non vi sono dosaggi raccomandati.

Vitamina B6, B12, folati, oligoelementi

Cosa sappiamo?
Nei bambini, la supplementazione di zinco e ferro è risultata in grado di prevenire l’incidenza di alcune infezioni come l’otite e le infezioni del tratto respiratorio.

La supplementazione di zinco accelera la guarigione del comune raffreddore.

Bisogna integrare?
Le vitamine B6 B12 e i folati, e gli elementi essenziali come ferro, rame, selenio, zinco e magnesio vanno integrati in caso di deficit nutrizionale.

Conclusioni

Secondo le ultime evidenze, la supplementazione con multivitaminico a dosi superiori alle RDA può migliorare la resistenza alle infezioni, in particolare nelle categorie a rischio come fumatori, anziani, soggetti che abusano di alcol, diabetici, obesi e con insulino-resistenza in generale.

Bisogna fare attenzione alle dosi eccessive soprattutto nelle donne in gravidanza (vitamina A) e nei fumatori (vitamina E).

In presenza di infezione respiratoria manifesta vi sono benefici in termini di miglioramento dei sintomi e guarigione più rapida con la supplementazione oltre le RDA di alcuni micronutrienti.

Consigli su come aumentare le difese immunitarie
Fondamentale concentrarsi su un’alimentazione varia che comprenda tutti gli alimenti fonte di micronutrienti.

Una buona abitudine può essere quella di alternare l’assunzione di carne e pesce, uova e latticini, e abituarsi a inserire nella dieta semi biologici (chia, girasole, lino, canapa, zucca).

Limitare al minimo se non eliminare del tutto il cibo spazzatura (dolciumi, merende confezionate).

Nell’adulto sano e sportivo possiamo considerare l’integrazione con vitamina C ed eventualmente vitamina D, in quest’ultimo caso evitando dosi eccessive e considerando sempre l’apporto dietetico.

Quando possibile, sarebbe bene dosare preventivamente la concentrazione del micronutriente nel sangue.

Fonti

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https://www.epicentro.iss.it

Ossigeno ozono terapia: come agisce contro la cellulite

Trattamento della PEFS con ossigeno ozono terapia

Ciò che chiamiamo comunemente “cellulite” si riferisce ad un inestetismo, tipicamente femminile, che si caratterizza per la visibilità del grasso in determinate zone del corpo e che spesso si associa ad alterazioni della cute; il risultato è che l’aspetto delle gambe, dei fianchi o del profilo corporeo risulta poco gradevole e porta a una cattiva percezione di sé.

Da diversi anni, tuttavia, lo studio di questa condizione clinica ha portato a comprenderne i meccanismi patologici e di conseguenza a caratterizzarla come una vera e propria malattia, la PEFS.
Questo acronimo ci rimanda ad una definizione un po’ complessa per i non addetti ai lavori; PEFS significa pannicolopatia edemato-fibro-sclerotica ed indica una vera e propria patologia, per quanto sia estremamente diffusa.

La PEFS colpisce prima di tutto un organo specifico, il microcircolo, e si differenzia dall’accumulo di grasso sano che osserviamo in alcune persone giovani, che viene definito adiposità localizzata.
Ma che cos’è il microcircolo? E cosa c’entra con il grasso che vediamo all’esterno?

Il microcircolo è una fitta rete di vasi microscopici che si trova in tutti i tessuti del corpo, compreso il tessuto adiposo.
All’interno del microcircolo avviene un processo fondamentale, cioè il passaggio di ossigeno e sostanze nutrienti dai vasi sanguigni alle cellule che costituiscono il tessuto.

All’interno del tessuto adiposo i vasi del microcircolo si trovano all’interno di bande fibrose chiamate setti, i quali formano una intelaiatura all’interno del grasso stesso dividendolo in tante unità funzionali, che chiameremo con il termine tecnico “lobuli”.
Per chiarire meglio il concetto, pensiamo ad un favo (nido di api) e alle celle esagonali che lo compongono, e immaginiamo queste celle come i lobuli di grasso, mentre i lati delle celle potrebbero costituire i setti dove scorrono i capillari e i vasi linfatici.

Nella PEFS questa microscopica rete vascolare è la sede di un processo anomalo; all’interno di questi capillari, infatti, si verifica una alterazione del flusso di sangue che causa un progressivo ristagno di liquidi e una modificazione della permeabilità di questi piccoli vasi.
Il risultato di questa anomalia è una eccessiva fuoriuscita di acqua e molecole fuori dai vasi a livello dei setti, che si estende poi tra le cellule adipose deformandole progressivamente.

Cosa succede a questi setti “malati”? L’eccessivo deposito di acqua e sostanze li gonfia e le cellule che li compongono sono sottoposte nel tempo ad uno stato di stress, al quale rispondono producendo una maggiore quantità di fibre.
Con il tempo, la fibrosi causa uno stimolo patologico ulteriore alle cellule adipose, già “stressate” dall’accumulo di liquidi; queste cellule vanno in ulteriore sofferenza, si ingrossano e si moltiplicano in maniera disordinata creando alla fine un circolo vizioso in cui le tossine prodotte dalle cellule “in crisi” peggiorano il ristagno di liquidi, intossicando ulteriormente le cellule stesse.

Il processo patologico della PEFS, quindi, è caratterizzato da una stimolazione abnorme ricevuta dalle cellule adipose da parte del ristagno di liquidi prima e dalla fibrosi poi; la risposta cellulare a questo stress patologico è un ingrossamento alterato (che chiamiamo ipertrofia) ed una moltiplicazione disordinata, processi che causano anche alterazioni visibili sulla cute sovrastante (ad esempio l’aspetto a buccia d’arancia della pelle).

La PEFS, quindi, è una vera e propria patologia degenerativa che inizia con la formazione di micro-noduli, dovuti proprio alla deformazione esercitata dai setti congestionati sulle unità di cellule adipose, e che evolve con la comparsa di macro-noduli, palpabili dall’esterno, fino ad arrivare alla fibrosi irreversibile.

Dobbiamo inoltre ricordare che tra le cause della malattia si annoverano fattori molteplici, tra i quali fattori genetici, ormonali legati al sesso femminile e fattori ambientali legati allo stile di vita, alle abitudini alimentari e al peso corporeo.

Come possiamo intervenire ma soprattutto prevenire questa situazione?
L’ossigeno ozono terapia è una metodica rapida, ripetibile e poco invasiva che rappresenta un’arma essenziale nel contrastare la PEFS perché agisce proprio nell’organo colpito primariamente dalla malattia, il microcircolo.
Questo trattamento consiste nell’iniezione, attraverso piccole punture sottocutanee, di una miscela di ossigeno e ozono, un gas normalmente contenuto nel nostro organismo nel quale svolge importanti attività antiossidanti e di contrasto alle infezioni.

Come agisce l’ossigeno ozono terapia sul microcircolo? L’iniezione di ossigeno arricchito con ozono aumenta il flusso di sangue a livello dei capillari perché ne determina la dilatazione, agendo sulle cellule muscolari che compongono la parete di questi piccoli vasi.
Il risultato è un aumento dell’ossigenazione dei tessuti, associata a minore ristagno di liquidi e di conseguenza minore stress sulle cellule adipose, che vengono aiutate a mantenere un metabolismo corretto oltre che una moltiplicazione e crescita normale.

Questa capacità di ossigenare i tessuti rende l’ossigeno ozono terapia particolarmente adatta anche al trattamento di malattie caratterizzate da scarso apporto di sangue, come l’insufficienza arteriosa e la comparsa di ulcere cutanee su base vascolare.

Inoltre, l’ossigeno ozono terapia è in grado di migliorare in modo diretto la cessione di ossigeno da parte dell’emoglobina dei globuli rossi, che loro volta diventano più elastici e deformabili contribuendo ulteriormente a migliorare il nutrimento dei tessuti.

Tra gli altri effetti della ossigeno ozono terapia c’è anche l’azione lipolitica sul grasso; la miscela, infatti, determina un aumento del processo di scissione degli acidi grassi che compongono la cellula adiposa, aiutando a ridurre l’eccesso di ingrossamento delle cellule stesse che osserviamo nella PEFS.

Le proprietà della ossigeno ozono terapia, tuttavia, non si fermano qui.
È noto, infatti, il suo utilizzo per il trattamento dell’ernia del disco così come sono noti i suoi effetti analgesici, antinfiammatori e immunomodulanti, cioè che potenziano il sistema immunitario.
La miscela di ossigeno ozono, inoltre, ha delle importantissime proprietà antiossidanti, cioè aiuta a smaltire le tossine prodotte dalle cellule durante la loro attività metabolica, aiutando così a migliorarne lo stato di salute.

Ma come si svolge il trattamento sul lato pratico?
Non sono necessari particolari accorgimenti prima della terapia, se non quelli legati ad alcune terapie farmacologiche che è bene valutare con il medico nella visita preliminare.
Non è necessario stare a digiuno prima della terapia e dopo il trattamento si può tornare tranquillamente alle proprie attività sociali.

Le sedute di ossigeno ozono terapia durano circa 10-15 minuti. Durante il trattamento vengono iniettate piccole quantità di gas nel tessuto sottocutaneo, in diversi punti distanziati tra loro di alcuni centimetri, generalmente sul lato interno di gamba e coscia e sulla parte posteriore della gamba.
Naturalmente, a seconda della situazione specifica, si possono concentrare le iniezioni nei punti dove la cellulite è più rappresentata estendendo le iniezioni alla coscia, al gluteo, ai fianchi e all’addome, oppure alle braccia.

Immediatamente dopo la puntura il gas si diffonde nel tessuto sottocutaneo ed inizia ad agire a livello del microcircolo, senza provocare particolari disturbi; a volte, tuttavia, si può avvertire un leggero dolore o senso di indolenzimento nelle sedi di iniezione, o addirittura un sapore metallico in bocca.
Si tratta di normali reazioni collaterali che non devono preoccuparci in quanto non sono pericolose e regrediscono rapidamente.

Ci sono situazioni in cui l’ossigeno ozono terapia è pericolosa o non si può praticare?
La terapia è in genere ben tollerata e ha un tasso di complicazioni bassissimo, ma in alcune situazioni può essere controindicata, come ad esempio in caso di gravi problemi alla tiroide, epilessia o altre malattie sistemiche gravi.

Per questi motivi è importante sottoporsi ad una visita preliminare al trattamento, durante la quale bisogna informare il medico delle malattie di cui si soffre e della eventuale terapia farmacologica in atto.
Solo in questo modo ci si potrà sottoporre al trattamento in modo sicuro.

I protocolli di ossigeno-ozonoterapia sono variabili da caso a caso ma prevedono generalmente una fase iniziale con frequenza settimanale seguita da una seconda fase di mantenimento, nella quale le sedute vengono effettuate con minore frequenza.

L’aspetto più importante da considerare è che non possiamo curare alla radice la malattia PEFS, e l’ossigeno ozono terapia da sola non può essere efficace se non la associamo ad uno stile di vita corretto.
Dobbiamo, quindi, alimentarci correttamente evitando cibi ipercalorici e zuccheri raffinati, praticare attività fisica, non fumare e controllare il peso corporeo.