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Dopo l'intervento alla safena possono comparire varici recidive

Intervento alla safena e varici recidive

L’intervento alla safena è una procedura che serve a migliorare una situazione di insufficienza venosa. Questa patologia, che colpisce soprattutto le donne, si manifesta con una dilatazione delle vene superficiali delle gambe, che diventano visibili e fastidiose. Si tratta delle cosiddette varici o vene varicose.
Anche dolore, gonfiore e pesantezza alle gambe fanno parte del quadro clinico.

Nonostante si tratti una procedura efficace, dopo un intervento alla safena possono comparire nuove vene varicose. Questo fenomeno, che avviene di solito a distanza di tempo, viene chiamato recidiva.

Perché compaiono le recidive?
I motivi sono due. Il primo è che la malattia ha una componente genetica e non si può guarire alla radice. Il secondo è che ci sono fattori specifici che le causano.

Come bisogna comportarsi con le recidive dopo intervento alla safena? Ha senso trattarle se poi si riformano?
In questo articolo cercherò di rispondere in maniera semplice a queste domande, con lo scopo di darti delle linee guida per risolvere il problema.

Intervento alla safena: che cos’è?

L’intervento alla safena è una procedura chirurgica che si effettua in ambulatorio, in anestesia locale e senza incisioni sulla cute. Viene indicato dallo specialista quando si verificano al tempo stesso due situazioni.

La prima è la presenza di sintomi (dolore, gonfiore o pesantezza alle gambe), oppure episodi di trombosi venosa superficiale o emorragia. Ancora, quando le vene varicose sono particolarmente evidenti da compromettere l’estetica delle gambe.

La seconda è il riscontro di cattivo funzionamento della safena a livello delle sue principali valvole. Queste valvole si trovano all’altezza dell’inguine, nel punto in cui la safena confluisce nella vena più profonda. Si chiamano valvola terminale (quella più in alto) e valvola pre-terminale (quella più in basso).
Per capire meglio questa seconda situazione dobbiamo capire come funziona la safena e come si ammalano le vene.

La vena grande safena si trova sul lato interno della gamba e prosegue il suo decorso nella coscia, fino all’altezza della piega dell’inguine. Al suo interno il sangue scorre dal basso verso l’alto, contro la forza di gravità. Questo fenomeno è fisiologicamente possibile grazie all’azione sinergica di due componenti: la contrazione dei muscoli del polpaccio da una parte, la chiusura delle valvole venose dall’altra.
I muscoli del polpaccio pompano il sangue verso l’alto mentre camminiamo. Le valvole venose impediscono al sangue di tornare indietro quando stiamo in piedi. Esse sono presenti non solo all’inguine ma anche lungo il decorso della safena.

Decorso della vena grande safena

Decorso della vena grande safena

La vena piccola safena, invece, si trova sul lato posteriore della gamba e confluisce nella vena poplitea, generalmente dietro il ginocchio.
Per semplicità ci riferiremo sempre alla vena grande safena. Tieni però presente che quello che ti dirò sull’intervento alla safena si può benissimo riferire anche alla safena più “piccola”.

Quando si verificano le condizioni viste sopra significa che le vene non funzionano correttamente e il sangue non scorre nella giusta direzione.
Le valvole, che possiamo immaginare come delle dighe, non tengono più. Il sangue torna indietro verso il piede, ristagna e provoca disturbi. Le vene più superficiali si dilatano, diventando varicose.
I pericoli, in questo caso, sono le trombosi e le emorragie.

Possiamo capire meglio questa situazione immaginando un rubinetto aperto (la safena) che allaga un recipiente (la gamba e il piede) fino a farlo straripare (gonfiore alla gamba).
Come dobbiamo intervenire? Bisogna chiudere il rubinetto, ridurre il ristagno di sangue e far passare i disturbi.
L’intervento alla safena serve proprio a questo.

Intervento alla safena: in cosa consiste?

Al giorno d’oggi l’intervento alla safena può essere davvero poco invasivo. Ma come si svolge nello specifico?
Partiamo innanzitutto da ciò che bisogna fare prima dell’intervento: un esame ecocolordoppler.
Si tratta di un passaggio fondamentale, perché consente di studiare la circolazione venosa, individuare le valvole che non funzionano e marcare esattamente i punti dove le vene sono varicose.
Solo dopo questo inquadramento diagnostico si potrà procedere con l’intervento.

Prima di un intervento alla safena è fondamentale eseguire un ecodoppler

Non essendo necessario un ricovero, il paziente raggiunge l’ambulatorio e si accomoda sul lettino chirurgico. L’infermiere posiziona un catetere venoso alla piega del gomito, una semplice prassi per eseguire la procedura in sicurezza.

In anestesia locale, si introduce un sottile catetere all’interno della safena dopo una puntura nella parte bassa della coscia. Attraverso questo catetere verrà inserita la fibra laser e la si farà risalire fino all’inguine, seguendola con l’ecografia.
Dopo aver impostato correttamente i parametri, una breve emissione del laser consente di bruciare la safena in prossimità della sua confluenza con la vena profonda, sempre dopo anestesia locale.
La scarica del laser provocherà un danno termico alla parete venosa, che, implodendo, bloccherà il flusso retrogrado del sangue.
A questo punto il rubinetto è chiuso, ma bisogna completare il trattamento.

L’utilizzo di una sostanza chiamata schiuma sclerosante, associata al laser, è il massimo dell’efficacia per portare a termine la procedura in maniera ottimale. Si tratta di un farmaco in forma schiumosa che infiamma la parete della vena, favorendone la chiusura.

A questo punto, un ulteriore trattamento laser lungo il decorso della safena potrà assicurare una completa occlusione.
In questa fase l’anestesia locale viene iniettata attorno alla safena per proteggere i tessuti circostanti dall’emissione del laser. Questa tecnica si chiama tumescenza.

Nella fase finale di un intervento alla safena è preferibile rimuovere anche le vene varicose più superficiali. Praticando piccole punture sulla cute, queste vene vengono estratte con un uncino. Questa procedura si chiama flebectomia.

Dopo l'intervento alla safena vanno tolte le vene varicose superficiali
Le raccomandazioni finali sono di utilizzare una calza elastica correttamente prescritta e di evitare di stare fermi in piedi per troppo tempo. Si può tornare a lavorare, ma meglio tenere la gamba in alto quando si è seduti.

Intervento alla safena: ci sono alternative?

L’intervento alla safena con laser e schiuma sclerosante non è l’unica alternativa possibile, ma è certamente una delle soluzioni migliori. Questa procedura, infatti, è efficace e ben tollerata dai pazienti.
Vediamo in quali altri modi si può effettuare un intervento alla safena.

Stripping

Si tratta del classico intervento chirurgico alla safena. Si chiama così perché la safena viene letteralmente “strappata” ed estratta attraverso due piccole incisioni, una all’inguine e una più in basso.

Questa tecnica è un po’ superata, ma si pratica ancora spesso negli ospedali.
Gli svantaggi sono legati all’incisione inguinale, che può danneggiare i linfonodi sottostanti e dare problemi di cicatrizzazione, soprattutto nei soggetti obesi.
Bisogna fare attenzione anche alle possibili lesioni nervose.

Radiofrequenza

La radiofrequenza sfrutta una radiazione elettromagnetica per riscaldare la safena fino a bruciarla. Alla temperatura di 85 °C, infatti, le pareti della vena collassano e il vaso sanguigno si occlude.
Si tratta dello stesso concetto del laser. La scelta, in questo caso, dipende dall’esperienza dell’operatore.

Colla

Negli ultimi tempi la tecnologia ha consentito di creare delle speciali colle di cianoacrilato che tappano la safena. I risultati di queste procedure sono ottimi, anche se si tratta di un materiale piuttosto costoso.

Intervento alla safena o preservare la safena?

Molti pazienti si chiedono: dove andrà a finire il sangue se chiudiamo la safena?
La domanda è giustissima. La risposta è che, una volta chiusa la safena, il sangue trova altre vie per circolare e i sintomi dovuti al suo ristagno migliorano.

Tuttavia, quando possibile, è opportuno preservare la safena. I motivi sono due: si può recuperare la sua funzione di drenaggio e la si può utilizzare in futuro, ad esempio per un bypass al cuore.

Ci sono diverse situazioni in cui la safena può essere preservata e ci sono specifiche tecniche consentono di lasciarla in sede. Questo potrà essere l’argomento di un prossimo articolo!
Nel frattempo, è importante ricordare una cosa: in flebologia non esiste un unico metodo sempre corretto, ma ci sono tanti approcci diversi, ognuno con i suoi pro e contro.

Recidive dopo intervento alla safena: cosa sono?

Le recidive dopo intervento alla safena sono un fenomeno piuttosto frequente. In base agli studi presenti in letteratura, compaiono in una percentuale che varia dal 7% al 65% dei pazienti operati.

I pazienti, però, non sembrano dare molta importanza a questo problema, almeno in generale. L’opinione comune è che le recidive siano la dimostrazione che operarsi alle vene non serve, tanto le varici ritornano comunque.
Questa affermazione è facilmente eccepibile.

Innanzitutto, se non gestissimo questa malattia con interventi periodici e mirati avremmo una moltitudine di complicazioni. Pensiamo ad esempio a trombosi, emorragie, gonfiore alle gambe e ulcere alle caviglie; la natura degenerativa dell’insufficienza venosa esporrebbe a questi rischi.
Inoltre, gli inestetismi sarebbero pesanti e difficilmente rimediabili.

Per capire ancora meglio l’importanza del suo trattamento, è utile pensare all’insufficienza venosa come alle carie dentali. Se ne ho una o due posso aspettare e trattarle con calma. Se però passano gli anni, rischio di avere ascessi e dolore. Inoltre, se non curo i denti se ne formeranno delle altre.
Cosa succede alla fine? Credo che dovrò ricorrere ad una protesi dentaria perché i miei denti sarebbero irreversibilmente danneggiati.

Recidive dopo intervento alla safena: cause

In base alla letteratura scientifica possiamo identificarne quattro.

Errore tattico e tecnico

Queste due situazioni rappresentano insieme dal 55 al 70% dei casi di recidive. Di cosa si tratta?

L’errore tattico consiste in una errata pianificazione dell’intervento alla safena. Esso può verificarsi in due casi.
Il primo avviene quando non si identificano correttamente i punti dove le valvole non funzionano. Il secondo, invece, quando vengono lasciate in sede alcune vene varicose, perché non riconosciute come malate.

Questa seconda possibilità può essere anche voluta, se ad esempio ci sono troppe vene varicose da togliere. In questo caso si può decidere di lasciarne in sede alcune per poi trattarle in un secondo momento. Lo scopo è di non incidere troppo la cute del paziente.

L’errore tecnico avviene quando l’intervento è pianificato correttamente ma per qualche ragione non va a buon fine. In particolare, questo succede quando la safena non si chiude completamente.
Si parla in questo caso di ricanalizzazione.
La ricanalizzazione, quando è precoce, può avvenire se la vena è molto dilatata oppure se l’energia erogata non è sufficiente per bruciare la parete.

Progressione della malattia

Nel 20-25% dei casi le recidive si sviluppano su vene che precedentemente non erano varicose.
Questo accade perché l’insufficienza venosa ha una componente genetica e una natura evolutiva. Le vene sono “programmate” per dilatarsi, anche se devono intervenire fattori ambientali per innescare il processo. I più importanti sono la stazione eretta prolungata, l’esposizione a fonti di calore, le anomalie posturali e l’obesità. Tra i più importanti, però, ci sono gli ormoni sessuali femminili e la gravidanza.

Un esempio di questa recidiva si osserva quando si sviluppano varici nel sistema safenico non sottoposto ad intervento. Cosa significa? Se un paziente è stato operato alla vena grande safena, potremmo osservare nuove varici nel territorio della vena piccola safena.

Un altro caso di progressione della malattia si osserva quando le recidive sono collegate alle vene perforanti.
Le vene perforanti connettono le vene superficiali con quelle profonde attraversando i muscoli. Al loro interno il sangue scorre dalla superficie alla profondità. Anche qui ci sono delle valvole che assicurano la corretta direzione al flusso, altrimenti la spinta della contrazione muscolare farebbe andare il sangue in superficie.

Le recidive dopo intervento alla sadfena possono essere connesse alle vene perforanti

Dopo un intervento alla safena può svilupparsi un’inversione di flusso proprio a livello di alcune vene perforanti. In questo caso si parla di “incompetenza” di queste vene.
Uno studio dei primi anni 2000 ha mostrato, infatti, una maggiore frequenza di perforanti incompetenti nei pazienti con recidive. La conseguenza di ciò è una progressiva dilatazione delle vene superficiali che si collegano ad esse.

Neovascolarizzazione

Questo termine indica la crescita di nuove vene varicose in aree o tessuti dove prima non ce n’erano. Come si spiega questo fenomeno?
Nei tessuti dell’organismo ci sono cellule “primordiali” che possono moltiplicarsi e differenziarsi diventando vasi sanguigni, se opportunamente stimolate. L’input è dato da alcune sostanze chiamate “fattori di crescita”.
I fattori di crescita vengono prodotti da cellule specifiche in situazioni come traumi (pensiamo ad un intervento chirurgico), mancanza di ossigeno o infiammazioni.

Come nascono nuove vene dopo l’intervento alla safena?
La neovascolarizzazione sembra essere più frequente dopo lo “stripping” piuttosto che dopo l’intervento con laser e schiuma sclerosante. I nuovi vasi sanguigni si formano proprio all’interno della fascia muscolare che accoglie la safena strappata.
Infatti, il traumatismo legato al distaccamento di questa grossa vena sembra essere il fattore di stimolo principale. Anche i fili di sutura e le piccole trombosi, che sono conseguenti all’intervento, contribuirebbero a questo fenomeno.

Per quanto riguarda la frequenza della neovascolarizzazione, in base ad alcuni dati scientifici si tratterebbe della causa principale di recidive.
La percentuale con cui si manifesta però è variabile, con un range che va dall’ 8% al 60% di tutte le recidive secondo alcuni studi, dal 25% al 90% secondo altri.

Le vene recidive da neovascolarizzazione sono molto tortuose e per questo facilmente riconoscibili all’ecodoppler. Con il tempo tendono a crescere fino a connettere nuovamente la vena femorale con il segmento di safena residua della gamba. Anche i rami venosi più superficiali possono essere la sede finale del nuovo collegamento.

Recidive dopo intervento alla safena: tipologie

La classificazione delle recidive dopo intervento alla safena è stata oggetto di alcuni studi scientifici. Possiamo dividerle in tre gruppi, che si differenziano per le cause di insorgenza e le caratteristiche delle vene recidive.

TIPO 1
Sono vene varicose residue che non sono state tolte con l’intervento, per errore tattico o per trattarle in un secondo momento. Di solito sono presenti ad un mese di distanza dall’intervento.

TIPO 2
Si tratta di recidive che compaiono per neovascolarizzazione oppure per errore tecnico o tattico. Solitamente sono assenti ad un mese dall’intervento e si manifestano successivamente.

TIPO 3
In questo caso le recidive compaiono a distanza di tempo dall’intervento in aree precedentemente non trattate. La causa è l’evoluzione della malattia.

Recidive dopo intervento alla safena: trattamento

Anche se le recidive tendono per natura a manifestarsi, solo trattandole in maniera programmata e mirata si può controllare la patologia. Lo scopo è di evitare che queste vene si dilatino troppo e aumentino di distribuzione in maniera eccessiva.
Inoltre, è bene non sovraccaricare troppo il sistema venoso superficiale.

In caso di recidive poco visibili e che non danno disturbi, può essere opportuno tenerle momentaneamente in osservazione.
Se il paziente ha una esigenza estetica, però, il discorso è diverso. In questo caso bisogna valutare le caratteristiche delle recidive e scegliere il trattamento che dia un risultato visivamente migliore.

Vediamo le possibili terapie per ogni tipo di recidiva.

TIPO 1
Trattandosi di varici lasciate in sede in occasione dell’intervento, esse non sono vere recidive.

Se queste vene hanno un po’di tessuto che le ricopre, si possono trattare con la schiuma sclerosante per chiuderle o comunque renderle meno visibili.
Nel caso in cui siano molto sporgenti sulla cute, è meglio effettuare una piccola flebectomia chirurgica. In questo caso, la schiuma sclerosante infiammerebbe troppo la vena con il rischio di lasciare una macchia di pigmentazione.

Dopo intervento alla safena si può effettuare una flebectomia chirurgica

Fasi della flebectomia chirurgica

TIPO 2
Le recidive che si formano per neovascolarizzazione sono ideali per il trattamento con schiuma sclerosante.

Se si trovano nella fascia muscolare, dove prima c’era la safena, la schiuma ha un’indicazione ottimale. Questo per due motivi.
Il primo è che le vene hanno una certa profondità, il che protegge dalle pigmentazioni. Il secondo è che, essendo tortuose, sarebbe molto rischioso far passare al loro interno una fibra laser.
La cosa importante è trovare il punto dove c’è l’origine del flusso retrogrado di sangue, se presente.

Se le recidive da neovascolarizzaizone sono superficiali, vale lo stesso discorso visto nelle recidive di Tipo 1.

TIPO 3
In questo caso ci comporteremo come se si trattasse di vene varicose primitive.
Se le recidive si trovano nel sistema safenico non operato, l’approccio sarà lo stesso che abbiamo visto per l’intervento alla safena. In particolare, se non funziona la valvola terminale procederemo con l’intervento visto in precedenza (laser + schiuma sclerosante). Se a non funzionare è solo la valvola pre-terminale, sarebbe opportuno preservare la safena, se possibile.

In presenza di vene perforanti incompetenti bisogna valutarne il calibro, la profondità e il decorso (dritto o tortuoso). In base a queste caratteristiche si potrà decidere come chiudere il rubinetto. Le alternative possono essere schiuma sclerosante o colla.
Le vene varicose di superficie connesse alle perforanti possono essere trattate con le metodiche viste prima.

Consigli

In presenza di recidive dopo intervento alla safena è assolutamente opportuno sottoporsi a una visita specialistica. Questa serve ad avere una valutazione di partenza e pianificare il futuro iter, sia esso un trattamento specifico oppure il semplice follow-up.

Bisogna ricordare l’importanza di usare una calza elastica nei soggetti che presentano delle recidive. Essa ha la funzione di supportare il sistema venoso con la sua compressione esterna. L’altrà importante utilità di questo presidio è che aiuta a prevenire le trombosi venose superficiali.

In presenza di sintomi acuti come dolore o arrossamento lungo il decorso di una vena, è bene farsi vedere quanto prima. In questo caso potrebbe trattarsi di una trombosi. Se si accusano invece disturbi alle gambe come pesantezza, gonfiore e dolore, si possono assumere degli integratori ed effettuare cicli di carbossiterapia.

 

Fonti

https://www.jvascsurg.org/action/showPdf?pii=S0741-5214%2812%2902334-8

https://www.ejves.com/article/S1078-5884(01)91347-4/pdf

https://www.ejves.com/action/showPdf?pii=S1078-5884%2807%2900015-9

https://www.ejves.com/action/showPdf?pii=S1078-5884%2803%2900568-9

La scleroterapia dei capillari può migliorare l'aspetto delle gambe

Scleroterapia dei capillari: come migliorare l’aspetto delle gambe

La scleroterapia dei capillari sulle gambe è un trattamento estetico molto richiesto soprattutto dalle donne, che presentano più spesso questo problema a causa di fattori legati agli ormoni estrogeni.
Le donne, inoltre, sono più sensibili a questo inestetismo per le implicazioni che esso comporta.

Infatti, la comparsa di capillari e piccole vene visibili sulle gambe può provocare disagio e compromissione delle attività sociali. Perché?
Molte donne riferiscono di provare imbarazzo nello scoprire le gambe, rinunciano ad indossare una gonna o un vestito corto e si vergognano quando vanno al mare.

In sostanza, le donne che soffrono di capillari sulle gambe non si piacciono e vorrebbero migliorare la situazione, anche perché il problema è cronico e tende a peggiorare con il tempo.

Come risolvere questo problema?
Se è vero che capillari molto piccoli possono essere trattati con il laser, nella maggior parte dei casi la scleroterapia è il trattamento più efficace per rimuovere i vasi di maggiori dimensioni.

Ma in cosa consiste la scleroterapia e cosa dobbiamo aspettarci da questo trattamento? Quali strategie permettono di ottimizzare il risultato?
In questo articolo troverai risposta a queste e ad altre domande.

Cos’è la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari è un trattamento estetico-angiologico che sfrutta l’iniezione di un farmaco, in forma liquida o schiumosa, all’interno del capillare che si vuole trattare.

La scleroterapia dei capillari permette di migliorare l'aspetto delle gambe

Il bersaglio può essere proprio il capillare, spesso di colore rosso oppure bluastro, oppure la vena un po’ più grossa che lo alimenta, chiamata vena reticolare.
Lo scopo è quello di far scomparire questi piccoli vasi che causano l’inestetismo.

Come avviene la scomparsa del capillare?
I capillari sono dei minuscoli vasi sanguigni ed il farmaco sclerosante provoca una reazione infiammatoria a livello della loro parete. Questo processo, che dura alcuni giorni, può essere spiacevole, ma è necessario affinché il capillare sparisca attraverso lo sviluppo di una fibrosi.

Ma è tutto così semplice? Non proprio.
L’infiammazione, infatti, non dovrà essere eccessiva altrimenti potrebbero verificarsi delle conseguenze spiacevoli, come la comparsa di macchie di pigmentazione oppure di nuovi capillari (questo fenomeno si chiama matting, lo vedremo più avanti).

Quindi, come ci regoliamo per ottenere la giusta infiammazione? Dobbiamo agire sui fattori che la determinano: la concentrazione del farmaco sclerosante e la sua modalità di preparazione.

Concentrazione del farmaco

La concentrazione del farmaco indica quanto farmaco c’è in una fiala.
Come vedremo più avanti, le concentrazioni sono variabili dallo 0,25% fino al 3-5%, ma possiamo iniettarne ancora meno se facciamo una diluizione della concentrazione più bassa con soluzione fisiologica.

Il concetto fondamentale è che maggiore è la concentrazione di farmaco che iniettiamo, maggiore sarà l’azione sclerosante ma anche l’infiammazione che la sostanza provoca.
Poiché i capillari sulle gambe sono dei vasi molto superficiali, dobbiamo prestare particolare attenzione a non infiammare troppo.
Personalmente preferisco iniziare il trattamento con concentrazioni molto basse, anche perché la reazione infiammatoria è variabile da persona a persona; si fa sempre in tempo ad aumentare la concentrazione nelle sedute successive, mentre non è vero il contrario.

Preparazione del farmaco

Il farmaco sclerosante può essere iniettato in forma liquida oppure schiumosa.

Liquido

Il farmaco sclerosante in forma liquida si utilizza quando i vasi sono molto piccoli, ad esempio proprio nel caso dei capillari.
Esso, infatti, funziona poco nelle vene più grosse, perché appena iniettato viene inattivato dalle proteine del sangue. Per questo motivo, il farmaco in forma liquida ha un potere sclerosante piuttosto limitato.

Un vantaggio del farmaco in forma liquida è legato al suo dosaggio. Con questa metodica, infatti, possiamo utilizzare grandi quantità di sostanza, sempre in base alla sua concentrazione, senza incorrere in effetti collaterali.
Questo rappresenta anche uno svantaggio in termini di costi, perché per trattare una vasta rete di capillari dovremo consumare diverse fiale di prodotto.

Schiuma

La schiuma sclerosante si ottiene miscelando il farmaco liquido con l’aria. Questo processo è possibile grazie ad una procedura molto semplice, nella quale con due siringhe raccordate tra di loro si mescolano le due componenti, producendo la schiuma.

La scleroterapia dei capillari può avvalersi della schiuma sclerosante

La schiuma sclerosante è generalmente più potente del farmaco in forma liquida. Per quale motivo?
In presenza di schiuma il farmaco si deposita sulla superficie delle micro-bolle che la compongono, aumentando così di molto la superficie di contatto con la parete del vaso.
Inoltre, l’iniezione di un certo quantitativo di schiuma sposta velocemente il sangue all’interno del vaso che si vuole trattare, diminuendo l’inattivazione della schiuma stessa.

La schiuma sclerosante può avere caratteristiche variabili; maggiore è la quantità di aria rispetto al liquido, maggiore sarà la densità della schiuma e di conseguenza il suo potere sclerosante.
Questa miscela è certamente la scelta migliore quando vogliamo trattare vene di grosso calibro, ma se opportunamente diluita è molto efficace anche nel trattamento dei capillari.

Il limite della schiuma è rappresentato dal suo dosaggio. Generalmente, infatti, è bene non superare i 10 mL per ogni sessione di trattamento.

A chi è rivolta la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari è richiesta soprattutto dalle donne, sia perché sono più sensibili all’inestetismo, sia perché sono maggiormente soggette a questo problema a causa dell’assetto ormonale.
Estrogeni e progesterone, infatti, riducono il tono venoso, cioè la capacità propulsiva dei vasi che permette di far scorrere il sangue, favorendo così la dilatazione dei capillari.

Per lo stesso motivo, i capillari sulle gambe sono più frequenti dopo la gravidanza oppure con l’avanzare dell’età e la menopausa.
Anche in presenza di obesità questo problema è di solito maggiormente presente.

Gli uomini possono a loro volta presentare il problema dei capillari. Nel sesso maschile, però, è più probabile che ci sia una sottostante insufficienza venosa.

In cosa consiste la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari si svolge in brevi sedute ambulatoriali, intervallate da un periodo di circa 3-4 settimane.

Prima di iniziare la terapia è fondamentale effettuare una visita specialistica comprensiva di ecodoppler, preferibilmente dallo stesso medico che effettuerà il trattamento.
Questo serve ad escludere la presenza di reflussi nelle vene più grosse, che sono situate più in profondità rispetto ai capillari e che potrebbero alimentarne la formazione. In questo caso, infatti, avrà più senso trattare prima l’insufficienza venosa e solo successivamente i capillari, dopo averne verificato un eventuale miglioramento.
Inoltre, la visita serve a verificare la presenza di eventuali controindicazioni al trattamento di scleroterapia.

La seduta consiste nell’esecuzione di piccole iniezioni di farmaco sclerosante lungo i vasi che si vogliono trattare.
Gli aghi utilizzati sono molto sottili, si inoculano piccole quantità di sostanza e le iniezioni non sono particolarmente dolorose. A seconda della tipologia di capillare, essi si inoculano singolarmente oppure si ricerca la vena reticolare che li alimenta, utilizzando una luce che illumina in trasparenza.

La seduta di scleroterapia dei capillari non è dolorosa

Il vantaggio della scleroterapia è che, dopo la seduta, il paziente può tornare tranquillamente alle proprie attività lavorative e sociali.
Gli unici accorgimenti importanti sono di evitare l’esposizione al sole o a lampade abbronzanti, perché potrebbero favorire la comparsa di macchie di pigmentazione. Per lo stesso motivo è meglio non praticare bagni termali, saune o docce bollenti, e non bisogna fumare per evitare di aumentare il rischio di trombosi.

Per ottimizzare il risultato, come indicano numerosi studi scientifici, è opportuno indossare una calza elastica adeguata durante il periodo di trattamento.
Questo di solito preoccupa molte donne, che portano malvolentieri la calza sia perché la ritengono poco estetica, sia perché, a causa di esperienze negative passate, non la trovano confortevole.
Come vedremo più avanti, questi problemi possono essere facilmente risolti.

Infine, teniamo sempre presente che il problema dei capillari sulle gambe non si può eliminare alla radice e può ripresentarsi in futuro, sotto l’azione degli ormoni estrogeni oppure a causa di un’insufficienza venosa.
Lo scopo della terapia è di controllarne lo sviluppo sottoponendosi a periodiche sedute di mantenimento.

Quali farmaci si usano nella scleroterapia

Ci sono diversi farmaci sclerosanti che si possono usare e che sono cambiati nel corso degli anni.
Per comprenderne meglio le caratteristiche, possiamo dividerli in tre gruppi: i detergenti, gli irritanti chimici e gli agenti osmotici.

Detergenti

I detergenti distruggono le cellule del capillare attraverso il danneggiamento delle proteine che le compongono.

Sodio tetradecil solfato

Si tratta di un detergente che rompe i legami tra le cellule del capillare, provocando una sorta di desquamazione; questo processo attiva le piastrine del sangue e di conseguenza una risposta infiammatoria.

Questo sclerosante è una potente tossina per le cellule dei vasi sanguigni, anche a basse concentrazioni. Per questo motivo si utilizza generalmente per sclerotizzare vene più grosse, in concentrazioni variabili tra lo 0,5% e il 3%.

Polidocanolo

Il Polidocanolo è il farmaco sclerosante più usato in Europa. Si tratta di un acido grasso sintetico che distrugge le cellule vascolari ed è disponibile in concentrazioni che vanno dallo 0,25% al 3%.
Questa sostanza è ideale da utilizzare nel trattamento dei capillari, mentre nelle vene più grosse ha un potere sclerosante leggermente inferiore.

Irritanti chimici

Questi farmaci distruggono le cellule del capillare attraverso un danno caustico diretto.
Il più conosciuto è la glicerina cromata, un debole agente sclerosante che si usa da molti anni per il trattamento dei capillari, ma che in Italia è reperibile sono come galenico.

Agenti osmotici

Gli agenti osmotici danneggiano le cellule del capillare richiamando l’acqua situata al loro interno, proprio attraverso un meccanismo osmotico. La disidratazione delle cellule vascolari è responsabile della loro distruzione, con conseguente scomparsa del capillare.

In questa categoria di farmaci rientrano le soluzioni saline ipertoniche di cloruro di sodio e il cloruro di sodio con destrosio. Hanno il vantaggio di non provocare tossicità perché sono sostanze del tutto naturali.

Cosa può succedere dopo la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia è un trattamento sicuro ed efficace per ottenere la scomparsa del capillare.
Non si tratta, tuttavia, di una terapia banale, perché i farmaci che utilizziamo possono dare problemi se non vengono maneggiati con attenzione.
Cosa può succedere? I problemi estetici principali sono la pigmentazione della cute e il matting.

Pigmentazione della cute

Consiste nella comparsa di una macchia scura sulla pelle, che compare lungo il decorso del capillare o della vena che trattiamo.
La pigmentazione può essere transitoria o permanente.

La pigmentazione transitoria compare nel 10-30% delle persone trattate con scleroterapia. Inizia a manifestarsi gradualmente dopo la seduta e raggiunge un massimo di visibilità a circa 6-8 settimane di distanza; di solito dura per un certo periodo, ma nel 70% dei casi si risolve entro 6 mesi e nel 99% dei casi entro un anno.
La pigmentazione permanente è molto rara (1-2% dei casi).

Quali sono le cause della pigmentazione? Questa problematica è dovuta a deposito di melanina nell’epidermide e ad accumulo di emosiderina nel derma.
L’epidermide è lo strato più superficiale della pelle, mentre il derma è quello più profondo.

La melanina è la sostanza che conferisce il colore alla pelle. I meccanismi del suo coinvolgimento nella pigmentazione post scleroterapia non sono del tutto chiari, così come non è chiaro, dagli studi scientifici, se l’esposizione solare possa essere un fattore predisponente.

L’emosiderina, invece, è il prodotto finale della degradazione dell’emoglobina, la sostanza che trasporta l’ossigeno nei globuli rossi del sangue.
Come si spiega il suo coinvolgimento nelle macchie di pigmentazione?

La scleroterapia distrugge le cellule dei capillari attraverso l’infiammazione, e questo processo è avviato da una coagulazione del sangue che si verifica nella sede di iniezione del farmaco.
Quando il sangue coagula, l’emosiderina dei globuli rossi inizia ad accumularsi, spostandosi poi nel tessuto sottocutaneo in seguito alla maggiore permeabilità del capillare danneggiato.
Di conseguenza, l’emosiderina accumulata sotto la cute e non smaltita inizierà a creare una macchia scura.

Come possiamo evitare questo processo? L’evacuazione dei coaguli attraverso piccole punture permette di limitare questo accumulo e quindi di prevenire il rischio di pigmentazione.
Le punture, quando necessario, si possono effettuare anche a distanza di tempo dalla seduta. In questi casi è utile associare l’utilizzo di creme con azione chelante sul ferro, che è proprio un componente dell’emosiderina.

Matting

Il matting è una fitta rete di minuscoli capillari che può comparire in seguito ad un trattamento di scleroterapia, ma in alcuni casi anche spontaneamente.
I capillari del matting sono di colore rosso, generalmente più piccoli rispetto a quelli normali (hanno un diametro inferiore a 0,2 mm) e si dispongono in maniera disordinata formando una macchia irregolare.

Il matting è un parrticolare tipo di capillari sulle gambe

Il matting può comparire sporadicamente o in aree definite, non solo dopo un trattamento di scleroterapia ma anche dopo l’asportazione di una vena per via chirurgica o tramite ablazione laser.
Di solito si manifesta da 4 a 6 settimane dopo il trattamento e si risolve dopo 3-12 mesi; a volte, tuttavia, può essere permanente.
Per quanto riguarda la scleroterapia dei capillari, la comparsa di un matting avviene di solito nel 15-20% dei pazienti trattati, mentre secondo altri studi la percentuale varia dal 5% al 35%.

Le cause del matting non sono del tutto chiare.
Sappiamo che si verifica più spesso nelle donne, soprattutto in presenza di familiarità per capillari sulle gambe, obesità e assunzione di terapia ormonale; questo farebbe pensare ad una predisposizione legata agli estrogeni.

Questi ormoni, infatti, oltre a provocare rilassamento della muscolatura dei capillari e delle vene, e quindi la loro dilatazione, sono coinvolti anche nei processi di neo-angiogenesi.
Di cosa si tratta?
L’angiogenesi, come dice il termine stesso, è un processo nel quale nascono e si sviluppano nuovi vasi sanguigni, di solito in risposta a molecole che vengono prodotte in situazioni di danno cellulare o infiammazione, chiamate fattori di crescita.

Si ipotizza che alla base del matting ci sia una iniziale dilatazione di capillari già presenti ma non visibili, associata ad una neo-angiogenesi stimolata dall’infiammazione, a sua volta conseguente alla scleroterapia di un vaso.
Inoltre, un recente studio australiano ha riportato una associazione tra matting, tendenza al sanguinamento e fenomeni di ipersensibilità cutanea.

La terapia del matting, nei casi in cui sia permanente, si basa sull’utilizzo della stessa schiuma sclerosante, o meglio ancora del laser e della carbossiterapia.
Ma come possiamo ridurre il rischio di matting? I fattori chiave sono la tecnica usata, il tipo di farmaco sclerosante e la sua concentrazione, e l’approccio terapeutico che utilizziamo.

Tecnica

Si è osservato che una iniezione lenta di piccole quantità di sclerosante riduce il rischio di matting.

Farmaci sclerosanti e concentrazione

Alcuni studi “in vitro” hanno confermato che i farmaci detergenti provocano attivazione delle cellule capillari e rilascio di fattori di crescita favorenti l’angiogenesi; potenzialmente, quindi, possono causare il matting.

Tuttavia, l’azione infiammatoria è necessaria per ottenere la scomparsa del capillare, e bisogna puntare al miglior risultato con la minore concentrazione possibile.
Personalmente ritengo che un farmaco efficace, usato a basse concentrazioni, possa metterci al riparo da questo problema nella maggior parte dei casi.

Approccio al trattamento

Trattare i capillari sulle gambe senza aver prima indagato la presenza di una insufficienza venosa più grave può favorire la comparsa di un matting, in individui comunque predisposti.
Questo avviene perché il reflusso di sangue in una vena più grossa può alimentare la formazione di questi capillari; meglio quindi identificare ed eventualmente trattare prima il problema più importante.

Come migliorare il risultato della scleroterapia dei capillari

In questo articolo abbiamo sottolineato le criticità della scleroterapia e come prevenire eventuali problematiche che potrebbero verificarsi dopo il trattamento.

In particolare, i punti chiave sono:
– effettuare una visita specialistica prima della terapia, comprensiva di ecodoppler;
– partire con concentrazioni molto basse di farmaco, iniettandone piccole quantità volta per volta;
– evitare l’esposizione al sole e alle lampade, non fare bagni termali, non fumare.

Cosa manca? Naturalmente l’impiego di una calza elastica adeguata.

La calza elastica migliora il risultato della scleroterapia dei capillari

Numerosi studi scientifici mostrano che l’utilizzo di una calza elastica terapeutica, cioè con pressione alla caviglia di almeno 20 mmHg, migliora il risultato della scleroterapia.
Secondo uno studio eseguito in Svizzera, ci sarebbe addirittura un miglioramento oggettivo del risultato già dopo la prima seduta di trattamento, in termini di minore visibilità sia dei capillari che delle vene reticolari.

Ma come agisce la calza elastica?
Grazie alla sua azione compressiva, la calza riduce l’infiammazione nello spazio attorno al capillare, minimizzando così la possibilità di pigmentazione e angiogenesi.
Inoltre, esercitando una pressione esterna, riduce il reflusso nelle vene che alimentano i capillari.

Come va portata?
La calza elastica va indossata subito dopo il trattamento, ed è bene portarla per tre settimane dopo la seduta. Bisogna metterla al mattino, quando le gambe sono sgonfie grazie al riposo notturno, e toglierla alla sera prima di andare a letto.
Durante la giornata può essere tranquillamente usata durante il lavoro o l’attività fisica, ricordando di applicarla a contatto diretto con la cute senza l’interposizione di calzini o altre calze.

Perché le donne non vogliono portarla?
Il grosso problema della calza è che le pazienti non la indossano volentieri. Il motivo principale è legato a precedenti esperienze negative, in occasione delle quali hanno provato sensazioni di discomfort o compressione eccessiva.
Inoltre, molte donne sono convinte che la calza elastica sia poco estetica e quindi non gradevole da indossare.
Questi problemi in realtà possono essere risolti facilmente.

Innanzitutto, se la calza elastica dà fastidio molto probabilmente non è stata prescritta correttamente.
Il problema della prescrizione errata può essere dovuto a scelta sbagliata delle misure, tipologia di prodotto non adeguata (ad esempio, è difficile che una persona obesa possa trovare confortevole un collant, mentre userà con più facilità una autoreggente) oppure materiali non consoni (chi soffre di dermatite o allergie cutanee starà meglio con un prodotto in puro cotone anziché in materiale sintetico, per fare un esempio).

Per non incorrere in questi problemi, sconsiglio alle pazienti di recarsi nei negozi di prodotti sanitari senza una prescrizione medica comprensiva delle misure, che vanno prese a paziente disteso valutando circonferenze e lunghezza dell’arto.
Per quanto riguarda l’aspetto estetico, al giorno d’oggi le aziende produttrici di calze hanno in catalogo prodotti non solo di alta qualità, ma anche esteticamente molto belli, con una vasta gamma di tessuti e colori.
A onor del vero, spesso è davvero difficile distinguere le calze terapeutiche da quelle cosmetiche.

In sintesi, la calza elastica migliora il risultato della scleroterapia, anche se le pazienti spesso non se ne accorgono; questo avviene perché molto spesso è difficile oggettivare il risultato e ricondurlo all’uso della calza.

Fonti

https://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/0268355516682885

https://www.ejves.com/action/showPdf?pii=S1078-5884%2813%2900076-2

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4870057/pdf/10-1055-s-0035-1558646.pdf