La mesoterapia è utile per drenare le gambe dai liquidi in eccesso

Come drenare le gambe? Rimedi per la ritenzione idrica

Il problema di come drenare le gambe dai liquidi in eccesso interessa praticamente quasi tutte le donne, almeno in alcune fasi della vita.
La ritenzione idrica, infatti, è strettamente connessa con la cellulite, che rappresenta a sua volta un disagio diffusissimo nella popolazione femminile. Inoltre, essa si aggrava proprio in questo periodo di avvicinamento alla stagione calda.

Ritenzione idrica e cellulite sono comunemente ritenute semplici inestetismi che si manifestano con accumuli di grasso e pelle “a buccia d’arancia” o “a materasso”.
Il problema, tuttavia, è molto più serio; si tratta di una vera e propria patologia degenerativa, nella quale la ritenzione rappresenta una fase di solito iniziale o intermedia che tende negli anni ad evolvere verso una fibrosi irreversibile.

Trovare soluzioni al problema di come drenare le gambe, quindi, è importante non solo per migliorare la situazione attuale ma anche per prevenirne una degenerazione.

Come si possono drenare le gambe dai liquidi in eccesso? Quali sono i rimedi efficaci?
Di seguito vedremo in cosa consistono ritenzione idrica e cellulite e cosa possiamo fare per combatterle.

Come drenare le gambe: cos’è la ritenzione idrica?

La ritenzione idrica è la tendenza a trattenere acqua a livello dei tessuti extracellulari, cioè quegli spazi ricchi di sostanze strutturali che si trovano al di fuori delle cellule nel contesto del connettivo e del grasso sottocutaneo.

Le donne che presentano ritenzione idrica la avvertono come senso di gonfiore, soggettivo ma spesso anche oggettivo, a livello di fianchi, glutei, cosce, interno del ginocchio e caviglie.
Questa sensazione è molto sgradevole e può contribuire ad una scarsa accettazione del proprio corpo, essendo fonte di imbarazzo nello scoprire le gambe.

Come mai l’acqua viene trattenuta?
Il motivo alla base può essere dovuto ad un eccessivo richiamo di liquidi nei tessuti oppure ad una difficoltà nel loro drenaggio da parte dei sistemi venoso e linfatico.
Le cause sono molteplici, e agiscono per lo più attraverso questi due meccanismi.

L’eccesso di zuccheri con la dieta, ad esempio, stimola una eccessiva produzione di acidi grassi nelle cellule adipose. Esse, ingrossandosi, richiamano acqua nei tessuti e allo stesso tempo ne ostacolano il drenaggio, perché il loro ingrandimento deforma i vasi linfatici deputati allo smaltimento dei liquidi.
Gli ormoni estrogeni e la pillola anticoncezionale, così come l’insufficienza venosa, rallentano invece il funzionamento delle vene, e attraverso questo meccanismo rallentano il flusso dei liquidi dai tessuti verso la circolazione.
Altri fattori che scatenano la ritenzione idrica possono essere un aumento di peso, l’inattività fisica oppure un cambio dell’assetto ormonale come la gravidanza.

Ma ritenzione idrica e cellulite sono la stessa cosa?
No, la ritenzione idrica è una condizione che caratterizza la cellulite, almeno in alcune sue fasi, quindi si può definire un suo sottoinsieme.

Come drenare le gambe: cos’è la cellulite?

Con il temine cellulite intendiamo comunemente la presenza di accumuli di grasso con formazione di buccia d’arancia.
Questo fenomeno, come abbiamo visto, è causato da ritenzione di acqua e stiramento dei setti connettivali, ma il processo patologico è più complesso e presenta una fase di infiammazione, riduzione della circolazione, ristagno di linfa e successiva fibrosi irreversibile.

tra i rimedi per la cellulite la carbossiterapia ha un ruolo importante

Quali sono le cause della cellulite?
Indubbiamente la componente genetica e l’azione degli ormoni sessuali femminili sono le cause principali, ma anche alcuni fattori ambientali partecipano allo sviluppo di questa condizione.

Infatti, tutte le situazioni che provocano acidificazione ed infiammazione dei tessuti contribuiscono al progredire della cellulite o comunque al suo peggioramento.
È il caso, ad esempio, dell’eccesso di zuccheri nella dieta, oppure del fumo e delle tossine alimentari che spesso assumiamo quando mangiamo cibo di scarsa qualità.
Anche lo stress e l’inattività fisica, assieme alle alterazioni posturali e alla compressione esterna eccessiva da indumenti troppo stretti influiscono negativamente sulla cellulite.

La cellulite può essere di tipologie diverse a seconda dell’età della paziente, della fase di evoluzione oppure della prevalenza di ritenzione idrica piuttosto che di flaccidità o fibrosi.
In questo articolo parleremo nello specifico della cellulite edematosa.

La cellulite edematosa

La cellulite edematosa è una forma di cellulite particolarmente interessata dal fenomeno della ritenzione idrica.
Questa forma di cellulite compare spesso in età giovanile; l’accumulo di liquidi interessa tutto l’arto, sia sotto forma di acqua libera che di ristagno di linfa, con conseguente potenziale evoluzione verso la fibrosi.

Per questi motivi, nella cellulite edematosa le gambe sono diffusamente gonfie e solitamente dolorose, proprio a causa dell’intossicazione dei tessuti dovuta al ristagno di liquidi.
Inoltre, la cute è poco vascolarizzata e quindi l’ossigenazione tissutale è carente.

Come drenare le gambe: rimedi efficaci

Non esiste un rimedio universale per drenare le gambe, perché il problema è complesso e non è risolvibile alla radice.

Per prima cosa bisogna agire sui fattori ambientali modificabili che contribuiscono a peggiorare la cellulite. Si deve partire da una dieta adeguata associandola ad attività fisica per aumentare la massa muscolare, aggiungendo integratori drenanti e sostanze alcalinizzanti e depurative. Naturalmente è opportuno evitare il fumo.

Fatto il primo step, possiamo considerare alcune terapie mediche che aiutino a migliorare la circolazione e favoriscano il drenaggio dei liquidi in eccesso.
Abbiamo già parlato della carbossiterapia, mentre in questo articolo ci concentreremo sulla mesoterapia.

Mesoterapia: che cos’è?

La mesoterapia è un trattamento medico che prevede l’iniezione di principi attivi direttamente nel derma, cioè la parte più profonda della cute che si trova sotto l’epidermide.
Le sostanze iniettate sono principalmente dei potenti drenanti, ma possono essere anche stimolatori della lipolisi oppure sostanze che ristrutturano i tessuti.

Quali sono i vantaggi della mesoterapia?
L’iniezione nel derma permette di oltrepassare la barriera cutanea, che altrimenti ridurrebbe significativamente l’assorbimento di queste sostanze.
In questo modo, i principi attivi iniettati possono agire molto più efficacemente nei tessuti bersaglio e per un tempo maggiore, il che consente a sua volta di utilizzare concentrazioni minori e intervalli di somministrazione più lunghi.
Tutti questi fattori consentono di ottenere il massimo risultato con il minimo fastidio per la paziente, in modo da ottimizzare i benefici del trattamento.

Quali problemi risolve la mesoterapia?
Questa terapia è ottima per drenare le gambe in quanto migliora la microcircolazione nei tessuti e attiva il sistema linfatico, favorendo quindi l’eliminazione dei liquidi in eccesso.
Inoltre, a seconda delle sostanze iniettate, la mesoterapia contribuisce a favorire la lipolisi quando sono presenti accumuli di grasso e a migliorare la compattezza dei tessuti in caso di flaccidità.

Come funziona la mesoterapia?
Il trattamento si effettua nell’arco di brevi sedute ambulatoriali, nelle quali un cocktail di principi attivi viene somministrato attraverso piccole iniezioni sottocutanee nelle zone interessate.
La terapia non è particolarmente dolorosa, in quanto gli aghi sono molto corti e arrivano subito sotto l’epidermide, evitando di stimolare i recettori del dolore e senza provocare sanguinamento.

La mesoterapia consente di ridurre la ritenzione idrica

L’obiettivo è creare tanti piccoli pomfi, cioè piccoli accumuli di liquido dovuti all’iniezione sottocutanea, a partire dai quali il farmaco verrà rilasciato nei tessuti bersaglio nell’arco dei successivi 5-6 giorni.
I pomfi spariscono spontaneamente nell’arco di alcune ore e l’assorbimento delle sostanze nella circolazione è limitato, per cui l’azione è concentrata sulla zona che ci interessa trattare.

Quali sono le sostanze più adatte per drenare le gambe? Quali altri principi attivi possiamo utilizzare?
Vediamoli nel dettaglio.

Meliloto

Il meliloto è una potente sostanza drenante in grado di diminuire la permeabilità dei vasi capillari, favorire la diuresi e aiutare lo smaltimento di sostanze di scarto e detriti cellulari nei tessuti.
Essendo un forte attivatore del sistema linfatico, è molto efficace nel contrastare la ritenzione idrica del tessuto adiposo e nel drenare le gambe.

Il meliloto è utile per drenare le gambe dai liquidi in eccesso

Il meliloto è indicato in tutti i tipi di cellulite, in particolar modo se è presente una componente edematosa o vascolare, come in caso di stasi linfatica o insufficienza venosa.

Estratto di carciofo

Si tratta di un ottimo detossificante che stimola il sistema linfatico a depurare i tessuti dai liquidi in eccesso, contrastando ritenzione idrica e sensazione di gonfiore.

L'estratto di carciofo è utile a drenare le gambe dai liquidi

Pur essendo particolarmente indicato nella cellulite edematosa, l’estratto di carciofo ha anche una buona azione lipolitica.

Carnitina

La carnitina funziona come un autobus che, all’interno delle cellule adipose, trasporta gli acidi grassi verso i mitocondri dove verranno poi bruciati per produrre energia.
Per questo motivo essa è indispensabile per la lipolisi e quindi per la diminuzione del grasso in eccesso.

Molto efficace nella cellulite compatta e fibrosa e sulle adiposità localizzate, la carnitina migliora anche la sensibilità all’insulina; inoltre, se somministrata in corso di mesoterapia, resiste più a lungo nell’organismo evitando l’eliminazione da parte dei reni.

DMAE

Questo difficile acronimo indica una sostanza simile all’acetilcolina, che è il neurotrasmettitore che permette ai muscoli di contrarsi.

A cosa serve il suo utilizzo in mesoterapia?
Mimando l’azione del suo simile, il DMAE stimola la contrazione delle cellule epidermiche favorendo un effetto di lifting dei tessuti, e agisce anche a livello muscolare (per questo motivo può antagonizzare l’azione della tossina botulinica).

L’effetto del DMAE è quindi utile per combattere la flaccidità, donando elasticità e compattezza ai tessuti grazie al suo effetto rigenerativo ed antiossidante.
Non è la sostanza giusta per drenare le gambe.

Silicio organico

Il silicio è un potente regolatore del metabolismo cellulare e uno stimolatore dei fibroblasti, cioè le cellule che producono le sostanze strutturali dei tessuti.
In alcune forme di cellulite con flaccidità e caduta del grasso, i fibroblasti tendono ad essere meno attivi del normale; per aumentare la struttura e la compattezza del tessuto adiposo esso è un ottimo adiuvante, grazie all’effetto di attivazione che ha su questo tipo di cellule.

Il silicio organico dona compattezza nella cellulite flaccida, mentre non ha azione specifica nel drenare le gambe

Per gli stessi motivi il silicio è utile anche nel trattamento di cicatrici e smagliature, ma grazie alle sue proprietà corregge anche la buccia d’arancia e ha un importante effetto lipolitico.
Va ricordato che nelle persone allergiche all’aspirina bisogna fare attenzione ad una possibile allergia crociata.

Mesoterapia: precauzioni e controindicaizoni

La mesoterapia è un trattamento del tutto sicuro ed efficace, ma vale la pena sottolineare alcune precauzioni da adottare in casi particolari.

Bisogna fare particolare attenzione ai pazienti con malattie dermatologiche in fase attiva quali acne e psoriasi, oltre che in caso di herpes qualora questa patologia dovesse colpire le zone interessate dal trattamento.
Anche i pazienti in terapia con farmaci antiaggreganti ed anticoagulanti vanno trattati con cautela.

Ci sono anche alcune controindicazioni al trattamento di mesoterapia che sono:
– malattie autoimmuni (solo se in fase attiva e se esiste un coinvolgimento della zona da trattare);
– gravidanza o allattamento;
– allergie note ad uno dei componenti.

Dopo la seduta è bene evitare per 24 ore circa di esporsi al sole ed effettuare lampade abbronzanti; meglio evitare anche saune, piscine e palestre per il rischio di infezioni fungine.

Fonti

https://www.oeofirenze.com/wp-content/uploads/2021/03/Celluliti_preview_IT.pdf

Astrazeneca e trombosi: cosa sappiamo?

Vaccino AstraZeneca e trombosi: cosa sappiamo?

La sospensione temporanea del vaccino AstraZeneca a seguito di sporadici episodi di trombosi ha provocato una forte preoccupazione nella popolazione del nostro paese.
Questi eventi hanno indotto gli organi competenti a interrompere le somministrazioni e far luce su quanto accaduto, per poi dare nuovamente il via libera al vaccino dopo le verifiche del caso.

Ciononostante, molte persone in attesa della vaccinazione sono preoccupate e chi ha fattori di rischio per trombosi non sa come comportarsi.
Inoltre, i media forniscono informazioni spesso imprecise, contribuendo ad aumentare la confusione tra le persone.

Esiste un maggior rischio legato al vaccino nelle persone che hanno problemi di trombosi? In questi casi la vaccinazione è consigliata oppure no?

Per rispondere a queste domande ho analizzato lo stato attuale delle conoscenze su SARS-CoV-2, vaccino Astrazeneca e trombosi, e le principali indicazioni in materia fornite dagli organi competenti.

Covid-19 e problemi di coagulazione

Il virus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia Covid-19, può provocare una grave forma di insufficienza respiratoria, con esito anche fatale.
Sin dalle prime fasi dell’epidemia, però, si è capito che questa malattia provoca soprattutto una disfunzione dell’endotelio dei vasi sanguigni.

Cos’è l’endotelio? Si tratta di un tessuto vascolare che si trova direttamente a contatto con il sangue e le cui cellule svolgono importanti funzioni, come la regolazione dell’infiammazione e della coagulazione ematica.

Il Covid-19 colpisce l'endotelio dei vasi sanguigni

Il virus SARS-CoV-2 sfrutta un particolare enzima dei nostri tessuti, chiamato ACE-2, attraverso il quale entra nelle cellule bersaglio e le infetta.
Le cellule più ricche di questa molecola sono quelle dell’endotelio e del cuore, e questo spiegherebbe perché nei pazienti colpiti da Covid-19 si osserva un’estesa disfunzione vascolare, più di quanto accada nei pazienti con virus dell’influenza.

Come si manifesta questo danno vascolare?
Quando il virus infetta le cellule, queste rispondono producendo molecole-segnale che attivano la risposta infiammatoria e la coagulazione del sangue, con lo scopo di combattere l’infezione.

Generalmente questa risposta è auto-limitante, ma nel caso del Covid-19, a causa delle particolari caratteristiche del virus, essa ha un’intensità maggiore.
A dimostrazione di questo, i pazienti affetti da forme gravi di Covid-19 presentano nel sangue alti livelli di fibrinogeno, FDP e D-dimero, tutte molecole coinvolte nel processo coagulativo.

La conseguenza di questa diffusa alterazione dei vasi sanguigni può essere una trombosi, che colpisce arterie, vene e capillari e che potenzialmente danneggia gli organi interni come il cuore e i polmoni.
Tra l’altro, si è osservato che contrarre la malattia costituisce un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di ictus cerebrale.

Covid-19 e trombosi venosa

Cosa succede invece nelle vene delle gambe?
Nelle autopsie dei pazienti deceduti per Covid-19 si sono osservate, oltre a trombosi dei vasi sanguigni polmonari, anche segni di trombosi venosa profonda degli arti inferiori.
Questa patologia compare generalmente in acuto a seguito di gravi traumi o fratture, o ancora dopo interventi chirurgici, neoplasie o prolungata immobilizzazione a letto.

Il rischio principale di una trombosi venosa profonda consiste nel distacco di un coagulo, che seguendo la circolazione del sangue finisce per ostruire i vasi polmonari.
La conseguenza di questo fenomeno è l’embolia polmonare, una grave sindrome clinica caratterizzata da difficoltà a respirare che può essere anche fatale.

Gli studi di cui disponiamo ad oggi mostrano che, nei pazienti ospedalizzati per Covid-19, c’è un’aumentata incidenza di trombosi venosa profonda ed embolia polmonare.
La percentuale arriva al 20-25% dei casi e riguarda maggiormente i pazienti in terapia intensiva o comunque in condizioni gravi, come documentato da un recente studio olandese.
Inoltre, un dato particolarmente significativo è che molti pazienti hanno sviluppato trombosi venose nonostante la profilassi con somministrazione di eparina.

Ma siamo certi che nei pazienti gravi la causa della trombosi sia proprio il Covid-19?
Di certo è vero che uno stato settico, cioè una risposta infiammatoria generalizzata dell’organismo, favorisce in generale i fenomeni di coagulazione, ma si è anche osservato un maggiore numero di trombosi nei pazienti infettati da Covid-19 rispetto ad altri di pari gravità ma con altre cause di sepsi.
Per quanto riguarda l’incidenza di trombosi venosa dopo la dimissione dall’ospedale, non ci sono al momento dati sufficienti.

Ciò che non conosciamo ancora è l’incidenza della trombosi venosa nella popolazione globale di pazienti colpiti da Covid-19 (la conosciamo solo tra gli ospedalizzati), così come non è chiaro quali siano, tra i pazienti positivi, quelli maggiormente a rischio di trombosi venosa.

Le incognite sono tante, ma sembra esserci un chiaro legame tra infezione da SARS-CoV-2 e fenomeni di eccessiva coagulazione del sangue.
Per questo motivo si è iniziato precocemente a trattare i pazienti più gravi con la terapia anticoagulante.

Vaccino AstraZeneca: come funziona

Il vaccino AstraZeneca è un vaccino monovalente composto da un Adenovirus ricombinante dello scimpanzè, reso incapace di replicarsi, che funge da vettore per la sintesi della glicoproteina S del SARS-Cov-2.
Detta in termini più semplici, dentro il vaccino c’è un virus animale, inattivo, che trasporta un pezzo del SARS-Cov-2 sotto forma di informazione genetica, con lo scopo di “presentarlo” al nostro organismo affinché questo attivi una risposta immunitaria.

Il vaccino astrazeneca non è associato ad aumentato rischio di trombosi globale

Infatti, una volta somministrato il vaccino, l’espressione della proteina virale stimola una risposta immunologica sia anticorpale che cellulare, che servirà a proteggere l’organismo dall’infezione.

Nel nostro paese il vaccino AstraZeneca viene somministrato ai soggetti di età superiore ai 18 anni in due sessioni distinte, intervallate tra loro da un periodo che varia da 4 a 12 settimane.
Gli eccipienti contenuti nella preparazione sono una quantità minima di sodio e di etanolo.

La durata della protezione di questo vaccino non è nota, in quanto sono ancora in corso studi volti ad accertare questo dato.

Vaccino AstraZeneca: i casi di trombosi

Il 18 marzo 2021 il comitato di sicurezza dell’EMA (European Medicines Agency), denominato PRAC, si è riunito in una sessione straordinaria per far luce su alcuni rari casi di trombosi verificatisi a seguito della somministrazione del vaccino AstraZeneca.
Per analizzare efficacemente quanto avvenuto, i membri di questo comitato si sono interfacciati con esperti di malattie del sangue e istituzioni sanitarie, come l’MHRA del Regno Unito.

Cosa è accaduto?
Alla data del 16 marzo, circa 20 milioni di persone avevano ricevuto il vaccino AstraZeneca in un’area geografica comprendente il Regno Unito e l’EEA (Economic European Area).

All’interno di questa popolazione si sono osservati 7 casi di CID (coagulazione intravasale disseminata) e 18 casi di trombosi del seno cavernoso cerebrale (chiamata in inglese CVST), per un totale di 9 decessi.
Queste complicanze sono insorte all’interno dei 14 giorni successivi alla vaccinazione (prevalentemente dopo i primi 3 giorni), e i pazienti colpiti erano per lo più di sesso femminile e di età inferiore ai 55 anni.

In cosa consistono queste forme di trombosi?
Di seguito le analizzeremo nel dettaglio per capire come si differenziano dalle trombosi legate a problemi venosi delle gambe.

CID

La Coagulazione Intravasale Disseminata è una grave sindrome clinica caratterizzata da una attivazione generalizzata della coagulazione del sangue, che determina una trombosi diffusa dei vasi sanguigni di piccolo e medio calibro.
Le conseguenze di questa patologia possono essere una disfunzione multi-organo e un sanguinamento massivo, causato dal consumo eccessivo dei fattori della coagulazione.

Quali sono le cause?
Questa sindrome può verificarsi in seguito a gravi infezioni, neoplasie solide o tumori delle cellule del sangue, o ancora traumi, rottura di aneurismi o malattie del fegato.

In caso di gravi infezioni, ad esempio, la risposta infiammatoria dell’organismo attiva massivamente la coagulazione del sangue attraverso le sue molecole segnale, provocando sepsi e disfunzione dei vari organi.
A seguito di neoplasie come le leucemie, al contrario, viene attivato maggiormente il sistema opposto a quello coagulativo, che è responsabile dello scioglimento dei coaguli.
In questo caso, il sintomo prevalente sarà il sanguinamento incontrollato.

CVST

La Trombosi del Seno Cavernoso Cerebrale è una rara causa di ictus cerebrale, causata dalla coagulazione improvvisa del sangue all’interno di una importante vena situata nel cranio e deputata a raccogliere il sangue dal cervello.

Ogni anno si verificano da 2 a 5 casi di CVST per ogni milione di persone, e si tratta per lo più di donne di età relativamente giovane.
I sintomi di esordio di questa grave sindrome sono intensa cefalea, convulsioni e problemi neurologici come paralisi o perdita della sensibilità agli arti.

Da cosa è provocata?
Le cause non sono note, ma la CVST sembra correlarsi a preesistenti problemi di coagulazione del sangue, traumi, utilizzo di pillola anticoncezionale o presenza di tumori.
Un recente studio eseguito negli ospedali della città di New York, inoltre, ha analizzato 3 casi di CVST riscontrati in pazienti affetti da Covid-19.
Seppur con caratteristiche diverse (erano colpiti anche maschi), si ipotizza che l’infezione da SARS-CoV-2 possa rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo di questa grave patologia.

Vaccino AstraZeneca e trombosi: le attuali indicazioni

La riunione straordinaria del PRAC ha messo in luce che i benefici del vaccino AstraZeneca superano di gran lunga i rischi legati all’infezione da SARS-CoV-2, e pertanto la campagna vaccinale ha ripreso il suo iter.

Il vaccino non risulta essere associato ad un aumento globale del rischio di trombosi ed embolie nei soggetti riceventi, né c’è evidenza di problemi relativi a particolari lotti di farmaco o siti di produzione malfunzionanti.
Questo significa che, al momento, non c’è alcuna evidenza che soggetti a rischio di trombosi venosa (pregresse trombosi venose, mutazioni genetiche predisponenti, assunzione di pillola anticoncezionale, storia di flebiti e vene varicose) siano a maggior rischio di tali eventi se si vaccinano.

Infatti, il numero di casi di trombosi ed embolia verificatisi dopo il vaccino è risultato addirittura inferiore a quello atteso nella popolazione generale; rimane solamente, a giudizio del PRAC, qualche preoccupazione nei pazienti più giovani.

Sempre in base a quanto appurato dal comitato, il vaccino potrebbe essere associato a casi estremamente rari di CID con bassi livelli di piastrine, con o senza episodi di sanguinamento, e di CVST.
Infatti, per quanto riguarda queste particolari forme di trombosi, il numero di casi riscontrati dopo la vaccinazione è risultato superiore a quello atteso nella popolazione generale.
Il nesso causale non è provato, ma non si può al momento escludere con certezza.

Il 19 marzo 2021 l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha preso atto della riunione straordinaria del PRAC e ha emesso a sua volta una circolare, che di fatto ha permesso di riprendere la vaccinazione con AstraZeneca nel territorio nazionale.

Il 22 marzo, infine, il NIH (National Institutes of Health) ha riportato i risultati provenienti da AstraZeneca e relativi ad un ampio studio condotto negli Stati Uniti e in Sud America, che confermerebbe l’efficacia protettiva del vaccino nei confronti della malattia Covid-19, ribadendone la buona tollerabilità.
In particolare, lo studio è stato analizzato dal DSMB, un organo americano indipendente che monitora dati e sicurezza degli studi scientifici, con un focus specifico anche sui fenomeni di trombosi.
Il risultato emerso è che, in questo ampio studio, non c’è evidenza di un aumento del rischio generico di trombosi e di sviluppo di CVST nei pazienti che hanno ricevuto il vaccino AstraZeneca.

A onor del vero, il 23 marzo lo stesso DSMB ha espresso preoccupazione relativamente alla presenza, all’interno dello studio, di dati obsoleti che potrebbero aver inficiato le conclusioni sull’efficacia del vaccino, invitando l’azienda produttrice a fare chiarezza in merito.
La situazione è in continua evoluzione, e allo stato attuale il vaccino AstraZeneca è in attesa di approvazione da parte della FDA per essere utilizzato negli Stati Uniti.

Conclusioni

L’infezione da SARS-CoV-2 si associa ad un’aumentata tendenza alla trombosi e può risultare particolarmente pericolosa in pazienti con fattori di rischio predisponenti.
Di conseguenza, le persone che hanno avuto trombosi venose in passato o che hanno familiarità, mutazioni geniche predisponenti o ancora soffrono di flebiti ricorrenti o problemi venosi, sono maggiormente destinate a beneficiare della vaccinazione.

Bisogna ricordare, poi, che il termine “trombosi” è piuttosto generico. Infatti, la CID e la trombosi del seno cavernoso cerebrale sono sindromi trombotiche rare, completamente diverse dalle trombosi venose delle gambe sia per cause e caratteristiche cliniche che per tipologia di soggetti colpiti.
Leggendo i giornali, però, capita di imbattersi in titoli fuorvianti, nei quali il termine “trombosi” viene utilizzato in maniera non precisa. Questo aumenta lo stato di allarme tra i non addetti ai lavori, che spesso non hanno gli strumenti per capire realmente di cosa si stia parlando e per cercare le giuste fonti di informazione.

In conclusione, chi sa di essere a rischio di trombosi è in pericolo maggiore se sviluppa la malattia piuttosto che se si sottopone alla vaccinazione. Secondo i dati più recenti, il vaccino AstraZeneca sembra essere efficace e ben tollerato, e il nesso causale con queste rare forme di trombosi non è certo, pur essendo possibile.
Sicuramente serviranno ulteriori studi per verificare la realtà dei fatti.

Per quanto riguarda eventuali sintomi di allarme, secondo il comunicato dell’EMA bisogna richiedere assistenza medica urgente se dopo la vaccinazione compaiono mancanza di respiro, dolore toracico, gonfiore, dolore o ipotermia improvvisi ad un arto, visione offuscata o grave cefalea, sanguinamento persistente, comparsa di multipli ematomi o tumefazioni rosso-violacee sotto la cute.

Fonti

https://reader.elsevier.com/reader/sd/pii/S1050173820301286?token=17EDC37E207793B3BE673083DFE184F953D40B84C5262A8BB3B7CC84200DBF7BF531EDB2ACEE51210187AC969171C219

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7497052/pdf/JTH-18-1995.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7255332/pdf/main.pdf

https://www.ema.europa.eu/en/documents/product-information/covid-19-vaccine-astrazeneca-epar-product-information_en.pdf

https://www.ema.europa.eu/en/news/covid-19-vaccine-astrazeneca-benefits-still-outweigh-risks-despite-possible-link-rare-blood-clots

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7909347/pdf/02mjms28012021_ra.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4267589/pdf/40560_2013_Article_26.pdf

https://www.strokejournal.org/action/showPdf?pii=S1052-3057%2820%2930852-1

https://www.nih.gov/news-events/news-releases/investigational-astrazeneca-vaccine-prevents-covid-19

https://www.nih.gov/news-events/news-releases/niaid-statement-astrazeneca-vaccine

La scleroterapia dei capillari può migliorare l'aspetto delle gambe

Scleroterapia dei capillari: come migliorare l’aspetto delle gambe

La scleroterapia dei capillari sulle gambe è un trattamento estetico molto richiesto soprattutto dalle donne, che presentano più spesso questo problema a causa di fattori legati agli ormoni estrogeni.
Le donne, inoltre, sono più sensibili a questo inestetismo per le implicazioni che esso comporta.

Infatti, la comparsa di capillari e piccole vene visibili sulle gambe può provocare disagio e compromissione delle attività sociali. Perché?
Molte donne riferiscono di provare imbarazzo nello scoprire le gambe, rinunciano ad indossare una gonna o un vestito corto e si vergognano quando vanno al mare.

In sostanza, le donne che soffrono di capillari sulle gambe non si piacciono e vorrebbero migliorare la situazione, anche perché il problema è cronico e tende a peggiorare con il tempo.

Come risolvere questo problema?
Se è vero che capillari molto piccoli possono essere trattati con il laser, nella maggior parte dei casi la scleroterapia è il trattamento più efficace per rimuovere i vasi di maggiori dimensioni.

Ma in cosa consiste la scleroterapia e cosa dobbiamo aspettarci da questo trattamento? Quali strategie permettono di ottimizzare il risultato?
In questo articolo troverai risposta a queste e ad altre domande.

Cos’è la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari è un trattamento estetico-angiologico che sfrutta l’iniezione di un farmaco, in forma liquida o schiumosa, all’interno del capillare che si vuole trattare.

La scleroterapia dei capillari permette di migliorare l'aspetto delle gambe

Il bersaglio può essere proprio il capillare, spesso di colore rosso oppure bluastro, oppure la vena un po’ più grossa che lo alimenta, chiamata vena reticolare.
Lo scopo è quello di far scomparire questi piccoli vasi che causano l’inestetismo.

Come avviene la scomparsa del capillare?
I capillari sono dei minuscoli vasi sanguigni ed il farmaco sclerosante provoca una reazione infiammatoria a livello della loro parete. Questo processo, che dura alcuni giorni, può essere spiacevole, ma è necessario affinché il capillare sparisca attraverso lo sviluppo di una fibrosi.

Ma è tutto così semplice? Non proprio.
L’infiammazione, infatti, non dovrà essere eccessiva altrimenti potrebbero verificarsi delle conseguenze spiacevoli, come la comparsa di macchie di pigmentazione oppure di nuovi capillari (questo fenomeno si chiama matting, lo vedremo più avanti).

Quindi, come ci regoliamo per ottenere la giusta infiammazione? Dobbiamo agire sui fattori che la determinano: la concentrazione del farmaco sclerosante e la sua modalità di preparazione.

Concentrazione del farmaco

La concentrazione del farmaco indica quanto farmaco c’è in una fiala.
Come vedremo più avanti, le concentrazioni sono variabili dallo 0,25% fino al 3-5%, ma possiamo iniettarne ancora meno se facciamo una diluizione della concentrazione più bassa con soluzione fisiologica.

Il concetto fondamentale è che maggiore è la concentrazione di farmaco che iniettiamo, maggiore sarà l’azione sclerosante ma anche l’infiammazione che la sostanza provoca.
Poiché i capillari sulle gambe sono dei vasi molto superficiali, dobbiamo prestare particolare attenzione a non infiammare troppo.
Personalmente preferisco iniziare il trattamento con concentrazioni molto basse, anche perché la reazione infiammatoria è variabile da persona a persona; si fa sempre in tempo ad aumentare la concentrazione nelle sedute successive, mentre non è vero il contrario.

Preparazione del farmaco

Il farmaco sclerosante può essere iniettato in forma liquida oppure schiumosa.

Liquido

Il farmaco sclerosante in forma liquida si utilizza quando i vasi sono molto piccoli, ad esempio proprio nel caso dei capillari.
Esso, infatti, funziona poco nelle vene più grosse, perché appena iniettato viene inattivato dalle proteine del sangue. Per questo motivo, il farmaco in forma liquida ha un potere sclerosante piuttosto limitato.

Un vantaggio del farmaco in forma liquida è legato al suo dosaggio. Con questa metodica, infatti, possiamo utilizzare grandi quantità di sostanza, sempre in base alla sua concentrazione, senza incorrere in effetti collaterali.
Questo rappresenta anche uno svantaggio in termini di costi, perché per trattare una vasta rete di capillari dovremo consumare diverse fiale di prodotto.

Schiuma

La schiuma sclerosante si ottiene miscelando il farmaco liquido con l’aria. Questo processo è possibile grazie ad una procedura molto semplice, nella quale con due siringhe raccordate tra di loro si mescolano le due componenti, producendo la schiuma.

La scleroterapia dei capillari può avvalersi della schiuma sclerosante

La schiuma sclerosante è generalmente più potente del farmaco in forma liquida. Per quale motivo?
In presenza di schiuma il farmaco si deposita sulla superficie delle micro-bolle che la compongono, aumentando così di molto la superficie di contatto con la parete del vaso.
Inoltre, l’iniezione di un certo quantitativo di schiuma sposta velocemente il sangue all’interno del vaso che si vuole trattare, diminuendo l’inattivazione della schiuma stessa.

La schiuma sclerosante può avere caratteristiche variabili; maggiore è la quantità di aria rispetto al liquido, maggiore sarà la densità della schiuma e di conseguenza il suo potere sclerosante.
Questa miscela è certamente la scelta migliore quando vogliamo trattare vene di grosso calibro, ma se opportunamente diluita è molto efficace anche nel trattamento dei capillari.

Il limite della schiuma è rappresentato dal suo dosaggio. Generalmente, infatti, è bene non superare i 10 mL per ogni sessione di trattamento.

A chi è rivolta la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari è richiesta soprattutto dalle donne, sia perché sono più sensibili all’inestetismo, sia perché sono maggiormente soggette a questo problema a causa dell’assetto ormonale.
Estrogeni e progesterone, infatti, riducono il tono venoso, cioè la capacità propulsiva dei vasi che permette di far scorrere il sangue, favorendo così la dilatazione dei capillari.

Per lo stesso motivo, i capillari sulle gambe sono più frequenti dopo la gravidanza oppure con l’avanzare dell’età e la menopausa.
Anche in presenza di obesità questo problema è di solito maggiormente presente.

Gli uomini possono a loro volta presentare il problema dei capillari. Nel sesso maschile, però, è più probabile che ci sia una sottostante insufficienza venosa.

In cosa consiste la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia dei capillari si svolge in brevi sedute ambulatoriali, intervallate da un periodo di circa 3-4 settimane.

Prima di iniziare la terapia è fondamentale effettuare una visita specialistica comprensiva di ecodoppler, preferibilmente dallo stesso medico che effettuerà il trattamento.
Questo serve ad escludere la presenza di reflussi nelle vene più grosse, che sono situate più in profondità rispetto ai capillari e che potrebbero alimentarne la formazione. In questo caso, infatti, avrà più senso trattare prima l’insufficienza venosa e solo successivamente i capillari, dopo averne verificato un eventuale miglioramento.
Inoltre, la visita serve a verificare la presenza di eventuali controindicazioni al trattamento di scleroterapia.

La seduta consiste nell’esecuzione di piccole iniezioni di farmaco sclerosante lungo i vasi che si vogliono trattare.
Gli aghi utilizzati sono molto sottili, si inoculano piccole quantità di sostanza e le iniezioni non sono particolarmente dolorose. A seconda della tipologia di capillare, essi si inoculano singolarmente oppure si ricerca la vena reticolare che li alimenta, utilizzando una luce che illumina in trasparenza.

La seduta di scleroterapia dei capillari non è dolorosa

Il vantaggio della scleroterapia è che, dopo la seduta, il paziente può tornare tranquillamente alle proprie attività lavorative e sociali.
Gli unici accorgimenti importanti sono di evitare l’esposizione al sole o a lampade abbronzanti, perché potrebbero favorire la comparsa di macchie di pigmentazione. Per lo stesso motivo è meglio non praticare bagni termali, saune o docce bollenti, e non bisogna fumare per evitare di aumentare il rischio di trombosi.

Per ottimizzare il risultato, come indicano numerosi studi scientifici, è opportuno indossare una calza elastica adeguata durante il periodo di trattamento.
Questo di solito preoccupa molte donne, che portano malvolentieri la calza sia perché la ritengono poco estetica, sia perché, a causa di esperienze negative passate, non la trovano confortevole.
Come vedremo più avanti, questi problemi possono essere facilmente risolti.

Infine, teniamo sempre presente che il problema dei capillari sulle gambe non si può eliminare alla radice e può ripresentarsi in futuro, sotto l’azione degli ormoni estrogeni oppure a causa di un’insufficienza venosa.
Lo scopo della terapia è di controllarne lo sviluppo sottoponendosi a periodiche sedute di mantenimento.

Quali farmaci si usano nella scleroterapia

Ci sono diversi farmaci sclerosanti che si possono usare e che sono cambiati nel corso degli anni.
Per comprenderne meglio le caratteristiche, possiamo dividerli in tre gruppi: i detergenti, gli irritanti chimici e gli agenti osmotici.

Detergenti

I detergenti distruggono le cellule del capillare attraverso il danneggiamento delle proteine che le compongono.

Sodio tetradecil solfato

Si tratta di un detergente che rompe i legami tra le cellule del capillare, provocando una sorta di desquamazione; questo processo attiva le piastrine del sangue e di conseguenza una risposta infiammatoria.

Questo sclerosante è una potente tossina per le cellule dei vasi sanguigni, anche a basse concentrazioni. Per questo motivo si utilizza generalmente per sclerotizzare vene più grosse, in concentrazioni variabili tra lo 0,5% e il 3%.

Polidocanolo

Il Polidocanolo è il farmaco sclerosante più usato in Europa. Si tratta di un acido grasso sintetico che distrugge le cellule vascolari ed è disponibile in concentrazioni che vanno dallo 0,25% al 3%.
Questa sostanza è ideale da utilizzare nel trattamento dei capillari, mentre nelle vene più grosse ha un potere sclerosante leggermente inferiore.

Irritanti chimici

Questi farmaci distruggono le cellule del capillare attraverso un danno caustico diretto.
Il più conosciuto è la glicerina cromata, un debole agente sclerosante che si usa da molti anni per il trattamento dei capillari, ma che in Italia è reperibile sono come galenico.

Agenti osmotici

Gli agenti osmotici danneggiano le cellule del capillare richiamando l’acqua situata al loro interno, proprio attraverso un meccanismo osmotico. La disidratazione delle cellule vascolari è responsabile della loro distruzione, con conseguente scomparsa del capillare.

In questa categoria di farmaci rientrano le soluzioni saline ipertoniche di cloruro di sodio e il cloruro di sodio con destrosio. Hanno il vantaggio di non provocare tossicità perché sono sostanze del tutto naturali.

Cosa può succedere dopo la scleroterapia dei capillari

La scleroterapia è un trattamento sicuro ed efficace per ottenere la scomparsa del capillare.
Non si tratta, tuttavia, di una terapia banale, perché i farmaci che utilizziamo possono dare problemi se non vengono maneggiati con attenzione.
Cosa può succedere? I problemi estetici principali sono la pigmentazione della cute e il matting.

Pigmentazione della cute

Consiste nella comparsa di una macchia scura sulla pelle, che compare lungo il decorso del capillare o della vena che trattiamo.
La pigmentazione può essere transitoria o permanente.

La pigmentazione transitoria compare nel 10-30% delle persone trattate con scleroterapia. Inizia a manifestarsi gradualmente dopo la seduta e raggiunge un massimo di visibilità a circa 6-8 settimane di distanza; di solito dura per un certo periodo, ma nel 70% dei casi si risolve entro 6 mesi e nel 99% dei casi entro un anno.
La pigmentazione permanente è molto rara (1-2% dei casi).

Quali sono le cause della pigmentazione? Questa problematica è dovuta a deposito di melanina nell’epidermide e ad accumulo di emosiderina nel derma.
L’epidermide è lo strato più superficiale della pelle, mentre il derma è quello più profondo.

La melanina è la sostanza che conferisce il colore alla pelle. I meccanismi del suo coinvolgimento nella pigmentazione post scleroterapia non sono del tutto chiari, così come non è chiaro, dagli studi scientifici, se l’esposizione solare possa essere un fattore predisponente.

L’emosiderina, invece, è il prodotto finale della degradazione dell’emoglobina, la sostanza che trasporta l’ossigeno nei globuli rossi del sangue.
Come si spiega il suo coinvolgimento nelle macchie di pigmentazione?

La scleroterapia distrugge le cellule dei capillari attraverso l’infiammazione, e questo processo è avviato da una coagulazione del sangue che si verifica nella sede di iniezione del farmaco.
Quando il sangue coagula, l’emosiderina dei globuli rossi inizia ad accumularsi, spostandosi poi nel tessuto sottocutaneo in seguito alla maggiore permeabilità del capillare danneggiato.
Di conseguenza, l’emosiderina accumulata sotto la cute e non smaltita inizierà a creare una macchia scura.

Come possiamo evitare questo processo? L’evacuazione dei coaguli attraverso piccole punture permette di limitare questo accumulo e quindi di prevenire il rischio di pigmentazione.
Le punture, quando necessario, si possono effettuare anche a distanza di tempo dalla seduta. In questi casi è utile associare l’utilizzo di creme con azione chelante sul ferro, che è proprio un componente dell’emosiderina.

Matting

Il matting è una fitta rete di minuscoli capillari che può comparire in seguito ad un trattamento di scleroterapia, ma in alcuni casi anche spontaneamente.
I capillari del matting sono di colore rosso, generalmente più piccoli rispetto a quelli normali (hanno un diametro inferiore a 0,2 mm) e si dispongono in maniera disordinata formando una macchia irregolare.

Il matting è un parrticolare tipo di capillari sulle gambe

Il matting può comparire sporadicamente o in aree definite, non solo dopo un trattamento di scleroterapia ma anche dopo l’asportazione di una vena per via chirurgica o tramite ablazione laser.
Di solito si manifesta da 4 a 6 settimane dopo il trattamento e si risolve dopo 3-12 mesi; a volte, tuttavia, può essere permanente.
Per quanto riguarda la scleroterapia dei capillari, la comparsa di un matting avviene di solito nel 15-20% dei pazienti trattati, mentre secondo altri studi la percentuale varia dal 5% al 35%.

Le cause del matting non sono del tutto chiare.
Sappiamo che si verifica più spesso nelle donne, soprattutto in presenza di familiarità per capillari sulle gambe, obesità e assunzione di terapia ormonale; questo farebbe pensare ad una predisposizione legata agli estrogeni.

Questi ormoni, infatti, oltre a provocare rilassamento della muscolatura dei capillari e delle vene, e quindi la loro dilatazione, sono coinvolti anche nei processi di neo-angiogenesi.
Di cosa si tratta?
L’angiogenesi, come dice il termine stesso, è un processo nel quale nascono e si sviluppano nuovi vasi sanguigni, di solito in risposta a molecole che vengono prodotte in situazioni di danno cellulare o infiammazione, chiamate fattori di crescita.

Si ipotizza che alla base del matting ci sia una iniziale dilatazione di capillari già presenti ma non visibili, associata ad una neo-angiogenesi stimolata dall’infiammazione, a sua volta conseguente alla scleroterapia di un vaso.
Inoltre, un recente studio australiano ha riportato una associazione tra matting, tendenza al sanguinamento e fenomeni di ipersensibilità cutanea.

La terapia del matting, nei casi in cui sia permanente, si basa sull’utilizzo della stessa schiuma sclerosante, o meglio ancora del laser e della carbossiterapia.
Ma come possiamo ridurre il rischio di matting? I fattori chiave sono la tecnica usata, il tipo di farmaco sclerosante e la sua concentrazione, e l’approccio terapeutico che utilizziamo.

Tecnica

Si è osservato che una iniezione lenta di piccole quantità di sclerosante riduce il rischio di matting.

Farmaci sclerosanti e concentrazione

Alcuni studi “in vitro” hanno confermato che i farmaci detergenti provocano attivazione delle cellule capillari e rilascio di fattori di crescita favorenti l’angiogenesi; potenzialmente, quindi, possono causare il matting.

Tuttavia, l’azione infiammatoria è necessaria per ottenere la scomparsa del capillare, e bisogna puntare al miglior risultato con la minore concentrazione possibile.
Personalmente ritengo che un farmaco efficace, usato a basse concentrazioni, possa metterci al riparo da questo problema nella maggior parte dei casi.

Approccio al trattamento

Trattare i capillari sulle gambe senza aver prima indagato la presenza di una insufficienza venosa più grave può favorire la comparsa di un matting, in individui comunque predisposti.
Questo avviene perché il reflusso di sangue in una vena più grossa può alimentare la formazione di questi capillari; meglio quindi identificare ed eventualmente trattare prima il problema più importante.

Come migliorare il risultato della scleroterapia dei capillari

In questo articolo abbiamo sottolineato le criticità della scleroterapia e come prevenire eventuali problematiche che potrebbero verificarsi dopo il trattamento.

In particolare, i punti chiave sono:
– effettuare una visita specialistica prima della terapia, comprensiva di ecodoppler;
– partire con concentrazioni molto basse di farmaco, iniettandone piccole quantità volta per volta;
– evitare l’esposizione al sole e alle lampade, non fare bagni termali, non fumare.

Cosa manca? Naturalmente l’impiego di una calza elastica adeguata.

La calza elastica migliora il risultato della scleroterapia dei capillari

Numerosi studi scientifici mostrano che l’utilizzo di una calza elastica terapeutica, cioè con pressione alla caviglia di almeno 20 mmHg, migliora il risultato della scleroterapia.
Secondo uno studio eseguito in Svizzera, ci sarebbe addirittura un miglioramento oggettivo del risultato già dopo la prima seduta di trattamento, in termini di minore visibilità sia dei capillari che delle vene reticolari.

Ma come agisce la calza elastica?
Grazie alla sua azione compressiva, la calza riduce l’infiammazione nello spazio attorno al capillare, minimizzando così la possibilità di pigmentazione e angiogenesi.
Inoltre, esercitando una pressione esterna, riduce il reflusso nelle vene che alimentano i capillari.

Come va portata?
La calza elastica va indossata subito dopo il trattamento, ed è bene portarla per tre settimane dopo la seduta. Bisogna metterla al mattino, quando le gambe sono sgonfie grazie al riposo notturno, e toglierla alla sera prima di andare a letto.
Durante la giornata può essere tranquillamente usata durante il lavoro o l’attività fisica, ricordando di applicarla a contatto diretto con la cute senza l’interposizione di calzini o altre calze.

Perché le donne non vogliono portarla?
Il grosso problema della calza è che le pazienti non la indossano volentieri. Il motivo principale è legato a precedenti esperienze negative, in occasione delle quali hanno provato sensazioni di discomfort o compressione eccessiva.
Inoltre, molte donne sono convinte che la calza elastica sia poco estetica e quindi non gradevole da indossare.
Questi problemi in realtà possono essere risolti facilmente.

Innanzitutto, se la calza elastica dà fastidio molto probabilmente non è stata prescritta correttamente.
Il problema della prescrizione errata può essere dovuto a scelta sbagliata delle misure, tipologia di prodotto non adeguata (ad esempio, è difficile che una persona obesa possa trovare confortevole un collant, mentre userà con più facilità una autoreggente) oppure materiali non consoni (chi soffre di dermatite o allergie cutanee starà meglio con un prodotto in puro cotone anziché in materiale sintetico, per fare un esempio).

Per non incorrere in questi problemi, sconsiglio alle pazienti di recarsi nei negozi di prodotti sanitari senza una prescrizione medica comprensiva delle misure, che vanno prese a paziente disteso valutando circonferenze e lunghezza dell’arto.
Per quanto riguarda l’aspetto estetico, al giorno d’oggi le aziende produttrici di calze hanno in catalogo prodotti non solo di alta qualità, ma anche esteticamente molto belli, con una vasta gamma di tessuti e colori.
A onor del vero, spesso è davvero difficile distinguere le calze terapeutiche da quelle cosmetiche.

In sintesi, la calza elastica migliora il risultato della scleroterapia, anche se le pazienti spesso non se ne accorgono; questo avviene perché molto spesso è difficile oggettivare il risultato e ricondurlo all’uso della calza.

Fonti

https://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/0268355516682885

https://www.ejves.com/action/showPdf?pii=S1078-5884%2813%2900076-2

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4870057/pdf/10-1055-s-0035-1558646.pdf

La carbossiterapia dona un piacevole senso di leggerezza alle gambe

Rimedi per la cellulite: il ruolo della carbossiterapia

La ricerca di rimedi per la cellulite è un fenomeno costante nella popolazione femminile, che è colpita da questa problematica in percentuale elevata.
Infatti, fino all’80% delle donne in età post-puberale presenta il fenomeno della cellulite.

Al contrario di quanto comunemente si pensi, la cellulite non è un semplice inestetismo ma una vera e propria malattia dei tessuti sottocutanei.
La cellulite, infatti, si associa a ritenzione di liquidi, accumulo di grasso e aspetto irregolare della cute.

Gli approcci per contrastare questo problema sono numerosi.
Tra i tanti, ricordiamo la dieta, l’attività fisica, il massaggio drenante, l’applicazione di prodotti topici, la radiofrequenza, gli ultrasuoni terapeutici e altri.
La malattia non si può curare alla radice, ma agendo su più fronti la si può controllare efficacemente, ottenendo buoni risultati ed evitando peggioramenti irreversibili.

La carbossiterapia è un trattamento mini-invasivo che sfrutta l’iniezione sottocutanea di gas medicale per favorire la circolazione del sangue e la riduzione del grasso.
Grazie a questi effetti, essa rappresenta uno strumento efficace nel contrastare la cellulite.

In questo articolo vedremo in cosa consiste la carbossiterapia, in che modo può contrastare la cellulite e come si effettuano le sedute.

Cos’è la cellulite

Con il termine “cellulite” intendiamo comunemente un inestetismo della cute.
Questa situazione è caratterizzata da accumuli di grasso in determinate aree del corpo, con la pelle che assume il tipico aspetto “a materasso” o “a buccia d’arancia”.
In realtà, la malattia è più complessa e comprende alterazioni della microcircolazione, delle sostanze esterne alle cellule (matrice extracellulare) e del tessuto adiposo.

tra i rimedi per la cellulite la carbossiterapia ha un ruolo importante

Le aree del corpo più colpite sono le natiche, le cosce, le anche e l’addome. Queste zone sembrano essere maggiormente suscettibili all’azione degli ormoni estrogeni, il che spiegherebbe l’associazione con il sesso femminile.

Le cause della cellulite sono molte, e sono legate a predisposizione genetica e fattori ambientali. Tra questi, incidono lo stile di vita, il fumo, l’alimentazione non corretta, l’inattività fisica e l’utilizzo di abbigliamento non adeguato.
La cellulite, naturalmente, non compare in presenza di un solo fattore, perché è necessaria una associazione di più cause per scatenarla. Inoltre, alcune condizioni come l’insufficienza venosa e la stasi linfatica possono aggravarla.

Per quanto riguarda i meccanismi attraverso i quali le cause scatenano la malattia, negli studi scientifici ci sono teorie discrepanti.
Sembra che avvengano per prime delle alterazioni nei capillari linfatici, che scorrono all’interno di setti di tessuto connettivo che a loro volta formano l’intelaiatura di sostegno del tessuto adiposo.

Nella cellulite, la circolazione linfatica tende ad avere un’attività rallentata, il che provoca un ristagno di liquidi ed il cosiddetto “edema”. I setti che accolgono i vasi, quindi, si induriscono e si retraggono progressivamente, proprio a causa dell’accumulo di liquidi.
Di conseguenza, il tessuto adiposo viene deformato e va in sofferenza, protrudendo verso la cute sovrastante che assume il tipico aspetto “a materasso”.
Con il tempo, questo processo evolve nella formazione di noduli e verso una fibrosi irreversibile.

Stadi di gravità della cellulite

La cellulite è una patologia cronica e degenerativa, e non si può curare in modo definitivo. Per questo è importante eliminarne le cause e gestire la malattia attraverso trattamenti ripetuti costantemente nel tempo.

La cellulite passa attraverso quattro stadi di gravità.
Nello stadio 0 la paziente è asintomatica, la superficie cutanea è regolare ma l’accumulo di liquidi è già in atto.
Nello stadio 1 il “pinch test” è positivo, cioè pizzicando la cute si osserva il tipico aspetto a materasso.
Nello stadio 2 l’aspetto a materasso è visibile a riposo quando si sta in piedi, ed iniziano a formarsi dei micro-noduli di grasso che sono dolenti al tatto.
Nello stadio 3 l’aspetto a materasso è visibile anche da distesi, i noduli iniziano a diventare macroscopicamente visibili ed il processo non è più reversibile.

Tra i rimedi per la celluliote fibrosa, si possono sfruttare gli alti flussi di carbossiterapia

Un esempio di cellulite fibrosa

La cellulite si differenzia dall’adiposità localizzata. In questa condizione, infatti, si osserva un aumento del tessuto adiposo in determinate zone corporee come il ginocchio, la coscia e l’anca, ma senza deformazioni della cute ed in assenza di obesità.

La cellulite, inoltre, si differenzia anche dall’obesità.
Nella donna obesa le cellule adipose crescono sia di dimensione che di numero, mentre nella cellulite si osservano cellule adipose ingrossate in alcune zone della parte inferiore del corpo.
Una concomitante obesità, tuttavia, può peggiorare la cellulite.

Rimedi per la cellulite: cos’è la carbossiterapia

La carbossiterapia è una metodica di trattamento che sfrutta le proprietà di un gas medicale, l’anidride carbonica (CO2), attraverso la sua iniezione nel tessuto sottocutaneo con diverse finalità terapeutiche.
L’anidride carbonica è un gas normalmente presente nel nostro organismo, in quanto è il prodotto finale del metabolismo delle cellule dei vari organi e tessuti.
Una volta prodotta, l’anidride carbonica viaggia nel sangue fino ai polmoni, dove viene smaltita con la respirazione. Una parte del gas presente nel sangue, invece, reagisce con l’acqua formando gli ioni bicarbonato, grazie ad un enzima dei globuli rossi.

Tra i rimedi per la cellulite, la carbossiterapia rappresenta un trattamento valido e poco onvasivo

L’anidride carbonica è un gas poco pericoloso, è tossica solo a concentrazioni moto elevate e non è infiammabile. Essendo molto solubile, inoltre, non c’è alcun rischio di embolia legato alla sua inoculazione.

Effetti della carbossiterapia

L’iniezione di anidride carbonica nel tessuto sottocutaneo agisce principalmente su tre organi bersaglio, a seconda della modalità con la quale viene programmata la terapia.
I bersagli del trattamento sono il microcircolo, il tessuto adiposo e la cute.
Il microcircolo è la rete microscopica di capillari che si trova in tutti i tessuti dell’organismo, ed è la sede degli scambi di ossigeno e sostanze nutrienti tra sangue e cellule.
L’iniezione sottocutanea di anidride carbonica provoca non solo un maggior flusso di sangue nei capillari, ma anche una maggiore cessione dell’ossigeno ai tessuti, attraverso una reazione chimica chiamata “effetto Bohr”.
Questa azione diventa utile proprio nel trattamento della cellulite, nella quale il microcircolo è sofferente e si verifica una ritenzione di liquidi che a sua volta provoca alterazioni del tessuto adiposo.
Il trattamento del microcircolo prevede l’iniezione di gas a basse velocità e con volumi prestabiliti.

Il secondo organo bersaglio della carbossiterapia è il tessuto adiposo. A questo livello l’anidride carbonica stimola la lipolisi, cioè la scissione degli acidi grassi e quindi la diminuzione del grasso, sia direttamente che indirettamente attraverso l’azione sul microcircolo.
Questo effetto viene sfruttato soprattutto nelle adiposità localizzate, dove il grasso è più rappresentato del normale ma è sostanzialmente sano, cioè privo di cellulite.
A seconda della zona da trattare, i volumi saranno più o meno elevati e la velocità di iniezione sarà tendenzialmente più alta.

Il terzo organo bersaglio della carbossiterapia è la cute. In questa sede, l’iniezione di anidride carbonica permette di trattare con ottimi risultati situazioni di lassità cutanea, cicatrici o smagliature.
Per ottenere un buon risultato, in questo caso dovremo sfruttare le alte velocità di flusso del gas. In questo modo otterremo uno scollamento della cute e l’attivazione di terminazioni nervose che, a loro volta, stimoleranno l’infiammazione e la fibrosi, quindi il rimodellamento dei tessuti.

Infine, l’iniezione di anidride carbonica stimola i fibroblasti, cioè le cellule del derma, a produrre in maggiori quantità le molecole strutturali dei tessuti.
Si tratta delle fibre collagene e delle fibre elastiche, che conferiscono alla pelle sostegno ed elasticità contribuendo a mantenerne un aspetto più tonico e giovanile.

Rischi e controindicazioni della carbossiterapia

In un soggetto sano, la carbossiterapia è un trattamento del tutto sicuro che non presenta reazioni avverse. Questo avviene perché l’anidride carbonica non è tossica, almeno entro certi dosaggi.
Inoltre, l’apparecchiatura che eroga il gas viene sottoposta a controlli che ne verificano la purezza, il corretto flusso e la temperatura.
In questo modo, il trattamento può essere tranquillamente praticato in ambulatorio.

Bisogna però ricordare che durante le sedute possono verificarsi dei modesti effetti collaterali, generalmente di breve durata e ben tollerati.

Il problema più frequente è il dolore, che si avverte quando il gas si diffonde sotto la cute, soprattutto se con velocità elevata. Questo disturbo può essere migliorato aumentando la temperatura del gas oppure cambiando più frequentemente la sede di puntura.

Un altro disturbo è legato alla comparsa di ecchimosi, dovute alla rottura di piccoli vasi sottocutanei in concomitanza con la penetrazione dell’ago. Questi piccoli ematomi non sono assolutamente pericolosi e regrediscono spontaneamente nell’arco di qualche giorno.

Nel trattamento delle occhiaie, infine, può verificarsi una tumefazione anche importante delle palpebre, dovuta alla diffusione del gas e completamente reversibile in pochi minuti.

Ricordiamo anche che l’iniezione di anidride carbonica non provoca alcun cambiamento nella pressione arteriosa anche con dosaggi alti di gas, perché il nostro sistema respiratorio, in condizioni normali, è perfettamente in grado di smaltirla.

Al contrario dei soggetti sani, le persone che hanno patologie gravi potrebbero avere problemi se sottoposte a carbossiterapia.
Esistono quindi delle controindicazioni da tenere presente. Ecco le principali:
– insufficienza respiratoria grave; se i polmoni funzionano poco si tenderà ad accumulare anidride carbonica più facilmente;
– insufficienza renale grave; anche i reni contribuiscono a mantenere il ph del sangue, che viene influenzato dall’anidride carbonica;
– insufficienza cardiaca grave;
– presenza di neoplasie;
– gravidanza;
– trombosi acuta;
– alcune terapie farmacologiche;
– glaucoma in terapia.

Come funzionano le sedute di carbossiterapia

Prima di procedere con la carbossiterapia, bisogna effettuare una visita medica e raccogliere i dati clinici del paziente, per verificare se ci sono controindicazioni.
Naturalmente è necessario firmare il consenso informato.

Al momento della seduta, si effettua una disinfezione della cute e si imposta il macchinario in base al tipo di trattamento programmato.
Bisogna quindi stabilire i tre parametri fondamentali della carbossiterapia: il volume di gas da iniettare, la velocità con cui lo inietteremo e la sua temperatura.

Tra i rimedi per la cellulite, le sedute di carbossiterapia aiutano a migliorare il microcircolo e la pesantezza alle gambe

Un pulsante consente di iniziare l’infusione. Si introduce l’ago sotto la cute, inclinandolo a seconda delle esigenze, e lo si lascia in sede per il tempo desiderato; nel frattempo il gas scorre rendendosi visibile con un momentaneo gonfiore.
Il dolore legato alla diffusione del gas può condizionare il trattamento, anche se la tollerabilità della procedura è molto variabile da persona a persona.

Le sedute durano circa 15-20 minuti, e al termine si dovrebbe avvertire un senso di leggerezza alle gambe. Naturalmente il trattamento va ripetuto una o due volte alla settimana, programmando da uno a tre cicli annuali.

Quali sono i siti preferenziali di iniezione quando trattiamo la cellulite?
In prima battuta è opportuno iniettare il gas vicino al decorso delle principali vene degli arti inferiori, quindi nella zona interna della coscia e della gamba e lungo il polpaccio.
In questo caso, l’obiettivo sarà quello di potenziare la circolazione, utilizzando quindi basse velocità di infusione del gas.

Nella seconda fase della seduta si possono trattare le varie zone dell’arto inferiore, dividendole in aree ben precise sia anteriormente che posteriormente.
Si somministrano a questo punto fino a 100 ml di gas per settore, con flusso medio-basso.

Infine, in alcune situazioni possiamo utilizzare alte velocità di infusione, in presenza ad esempio di tessuto adiposo particolarmente abbondante quando vogliamo ottenere un maggiore effetto lipolitico, oppure in caso di cellulite fibrosa.

A chi può essere utile la carbossiterapia

La carbossiterapia è molto utile a chi vuole ridurre la ritenzione idrica nelle gambe e combattere la cellulite. Naturalmente, per ottenere un buon risultato bisogna avere uno stile di vita corretto, alimentarsi in modo sano e praticare esercizio fisico.

Anche in presenza di capillari sulle gambe, o quando si avvertono indolenzimento o pesantezza alle gambe, la carbossiterapia può migliorare significativamente la situazione.

Il trattamento può essere esteso, con altri protocolli terapeutici, a situazioni di lassità cutanea del corpo e del viso, presenza di borse agli occhi, cicatrici e smagliature, o ancora in caso di adiposità localizzate.
Si tratta di una terapia rapida, poco costosa e benefica, che non può mancare in un ambulatorio di medicina estetica.

Fonti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6374708/pdf/main.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3114606/pdf/ccid-4-055.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5001663/pdf/ccid-9-183.pdf

I capillari sulle gambe possono essere trattati con scleroterapia o laser

Capillari sulle gambe: scleroterapia o laser?

La presenza di capillari sulle gambe è un problema estetico molto sentito soprattutto nella popolazione femminile, perchè provoca disagio nello scoprire le gambe e arriva a compromettere anche l’attività sociale.

Secondo un sondaggio eseguito tra le donne americane, i capillari sulle gambe rappresentano il problema estetico maggiormente percepito in assoluto rispetto agli altri, compresi gli inestetismi del viso come le rughe.
Infatti, la presenza di questi vasi sanguigni può condizionare l’autostima e influenzare i comportamenti sociali, a causa dell’imbarazzo provocato dall’esposizione delle gambe come quando si indossano una gonna o un bel vestito.

Le principali metodiche per eliminare questo problema e sono la scleroterapia e il laser.
Molte persone, però, li ritengono dei trattamenti inutili, sulla base del fatto che dopo averne chiusi alcuni ne spunterebbero degli altri.
Inoltre, c’è spesso confusione in merito a quale sia la terapia più efficace, o quando sia indicata l’una piuttosto che l’altra.
Per questo motivo, sono in molti a rinunciare a curarsi e ad accettare passivamente il problema, subendone però le conseguenze negative.

Dobbiamo invece ricordare che la scleroterapia e il laser sono dei trattamenti efficaci per eliminare i capillari sulle gambe; in questo articolo vedremo come funzionano, quando sono indicati e quali risultati danno.

Cosa sono i capillari sulle gambe

In capillari sulle gambe si chiamano, nel linguaggio medico, teleangectasie.
Si tratta di piccoli vasi sanguigni presenti sotto la cute delle gambe, che si dilatano e diventano progressivamente visibili assumendo un colore rosso, blu oppure violaceo In questo modo, la loro presenza salta all’occhio rovinando l’estetica delle gambe.
Anche la forma è variabile; ce ne sono di sparsi e lineari, spesso di colore rosso, oppure a forma di albero dritto o rovesciato, o ancora di forma stellata oppure a macchia.

I capillari sulle gambe possono essere a forma di albero

I capillari sulle gambe possono essere isolati oppure associati all’insufficienza venosa, una malattia nella quale le vene delle gambe perdono la capacità di spingere il sangue verso il cuore diventando via via più dilatate e causando sintomi come dolore e pesantezza.
Per questo motivo, in presenza di questo problema è fondamentale studiare la circolazione venosa con un ecodoppler.

Molte persone che soffrono di capillari sulle gambe riferiscono sintomi come bruciore, dolore, pesantezza o affaticamento alle gambe stesse,  o anche crampi notturni.
Uno studio di alcuni anni fa ha esaminato un gruppo di donne sottoposte a scleroterapia per la presenza di capillari, che riportavano appunto questi sintomi; di queste, circa la metà ha riferito un miglioramento dei disturbi dopo il trattamento.

Perché si formano i capillari sulle gambe

Le cause alla base della formazione dei capillari sulle gambe non sono ancora del tutto chiarite.
Secondo alcuni studi, i capillari si svilupperebbero sulla base degli stessi meccanismi dell’insufficienza venosa, quindi il ristagno di sangue da un lato e il danneggiamento delle valvole presenti all’interno dei vasi sanguigni dall’altro. Ciò determinerebbe una inversione del flusso del sangue, chiamata reflusso, e la dilatazione dei vasi stessi.

A volte, tuttavia, i capillari si formano anche in assenza di problemi venosi. Le ipotesi, in questo caso, sono legate alla presenza di scarso ossigeno nei tessuti, che provocherebbe l’attivazione delle cellule vascolari e la nascita di nuovi vasi sanguigni più dilatati e visibili.
Questo meccanismo di formazione dei capillari potrebbe spiegare la loro associazione con la cellulite.

I fattori predisponenti allo sviluppo dei capillari sulle gambe, invece, sono maggiormente noti.
I principali sono la storia familiare positiva, le gravidanze e l’assunzione di ormoni estrogeni, oltre che i traumi o il mantenimento della posizione seduta o eretta per molto tempo.

Le donne sono più soggette a questo problema rispetto agli uomini, in modo direttamente proporzionale al numero di gravidanze e all’assunzione di terapia ormonale. I maschi affetti, invece, hanno più spesso una sottostante insufficienza venosa.
In ogni caso, il problema aumenta con l’avanzare dell’età.

La popolazione tipo di soggetti che presentano capillari sulle gambe in assenza di insufficienza venosa è rappresentata quindi da donne, nelle quali il problema compare tra i 30 e i 50 anni e spesso si accentua in concomitanza con modifiche dell’assetto ormonale, come in gravidanza.
Spesso, come abbiamo detto, c’è anche una storia familiare positiva.

Come si eliminano i capillari sulle gambe

I principali trattamenti per eliminare i capillari sulle gambe sono la scleroterapia e il laser.
Vediamoli nel dettaglio per capire quando è meglio orientarsi su uno piuttosto che sull’altro.

Scleroterapia

La scleroterapia è una tecnica mini-invasiva di trattamento dei capillari sulle gambe che consiste nell’iniettare una piccola quantità di farmaco all’interno di questi vasi oppure nella vena che li alimenta, con lo scopo di provocarne una sclerotizzazione.
La sostanza, infatti, reagisce con le cellule della parete vascolare, provocando un indurimento del capillare che lo occlude progressivamente, rendendolo non più visibile.

La scleroterapia può eliminare i capillari sulle gambe

Il trattamento di scleroterapia si effettua in sedute ambulatoriali di 30-45 minuti, intervallate da un periodo di qualche settimana durante il quale si verifica una transitoria reazione infiammatoria a livello dei capillari iniettati. Non bisogna spaventarsi, perché questa fase fa parte del normale processo di scomparsa del capillare.

Nell’arco del trattamento è importante non esporsi al sole, per evitare che compaiano macchie pigmentate sulla pelle che vanificherebbero il risultato estetico. Per lo stesso motivo, bisogna evitare le alte temperature, come in caso di saune o bagni termali, ed è sconsigliato fumare per non incrementare il rischio di trombosi.

Per ottimizzare il risultato estetico, infine, bisognerebbe indossare una calza elastocomopressiva idonea, che agisce in sinergia con la scleroterapia nel favorire la riduzione/scomparsa dei capillari. La calza può anche alleviare sintomi come dolore e pesantezza alle gambe.

Quando è meglio la scleroterapia

In generale, se i capillari sulle gambe hanno un diametro superiore ad 1-1,5 mm (si definirebbero in questo caso vene reticolari) la scleroterapia è considerata il trattamento di prima scelta.
In realtà, ci sono studi che hanno confrontato le due metodiche mostrando una sostanziale equivalenza nei risultati, sempre per quanto riguarda capillari di queste dimensioni; molto dipende dall’esperienza dell’operatore e dalla padronanza della tecnica.

Quando evitare la scleroterapia

In alcune situazioni la scleroterpia va però evitata ed è meglio orientarsi sul laser, sempre che la tipologia di capillare possa beneficiare di questo trattamento.

Ecco le situazioni principali:
– Pazienti che hanno paura degli aghi (agofofici): queste persone non tollerano l’idea di essere punte e non accettano questa metodica di trattamento.
– Pazienti che sono allergici al farmaco scleroterapico: ci sono fenomeni di allergia che, ovviamente, controindicano in maniera assoluta l’iniezione di questa sostanza, perché potrebbe provocare reazioni anafilattiche molto gravi.
– Pazienti che hanno controindicazioni alla scleroterapia, come la presenza di PFO (forame ovale pervio, una malformazione molto diffusa nella quale c’è una comunicazione tra la parte destra e quella sinistra del cuore) o che sono ad alto rischio di trombosi.

Laser

Il laser è un fascio di luce che, a contatto con la cute, subisce una conversione della sua energia luminosa in energia termica; questa energia brucia determinati composti cutanei chiamati cromofori.
Ogni laser, quindi, ha un bersaglio specifico da “bruciare”, che dipende da un parametro del fascio luminoso chiamato lunghezza d’onda.
Nel caso dei capillari sulle gambe, il bersaglio da colpire è l’emoglobina contenuta nel sangue.

Il processo che subisce il capillare colpito dal laser diventa simile ad una sclerotizzazione, in quanto il calore sprigionato distrugge la parete del vaso sanguigno, che di conseguenza scompare.
Il laser ideale, quindi, dovrebbe avere una lunghezza d’onda idonea a colpire l’emoglobina del sangue, e penetrare a sufficienza per colpire il bersaglio senza distruggere i tessuti circostanti.
Inoltre, per ottenere l’effetto desiderato, l’impulso deve durare il tempo necessario, che sarà tanto maggiore quanto più grosso sarà il capillare da bruciare.

In sintesi, le variabili che caratterizzano il trattamento laser sono: la lunghezza d’onda della luce, che determina quale bersaglio verrà colpito, la durata dell’impulso luminoso e la dimensione dello spot, che cambieranno a seconda del diametro del vaso colpito, e l’intensità dell’impulso.

Il laser può eliminare i capillari sulle gambe inferiori a 1,5 mm

Il trattamento laser dei capillari sulle gambe può essere problematico proprio perché i vasi da colpire hanno diametri e profondità variabili.
Uno dei laser maggiormente testati per questa patologia è il Neodimio YAG. La sua peculiarità è che presenta una buona affinità per l’emoglobina e uno scarso assorbimento da parte della melanina, che gli consente di essere usato anche nelle pelli più scure senza rischiare fenomeni di de-pigmentazione, minimizzando così le lesioni ai tessuti vicini.

Il trattamento laser dei capillari sulle gambe non è particolarmente fastidioso; si può avvertire un lieve dolore simile ad una bruciatura, che di solito è ben tollerato.
I capillari più piccoli, soprattutto quelli violacei, spariscono quasi subito, mentre quelli più grossi e diventano progressivamente più scuri e scompaiono nel giro di qualche giorno.
A volte è necessaria una seconda seduta di laser, da eseguire a distanza di un po’ di tempo.

Dopo il trattamento con laser può comparire un leggero gonfiore, che risolve nel giro di qualche giorno; il rossore, invece, dura qualche settimana.
Se il trattamento laser dei capillari sulle gambe è effettuato correttamente, le macchie di iperpigmentazione (cioè le macchie più scure) compaiono raramente, così come le ipo-pigmentazioni (le macchie più chiare).

Un’ultima complicazione del laser, da tenere sempre presente, è la comparsa di ulcerazioni.
Si tratta di lesioni della cute dovute alla troppa energia sprigionata dal laser, come quando si tratta in maniera reiterata una regione perché non si riscontra subito il risultato auspicato, ignorando che è necessario del tempo e che quindi la zona non va trattata eccessivamente.

Dopo il laser è opportuno applicare una crema idratante e non è raccomandata la calza elastica

Quando è meglio il laser

In generale, in caso di capillari molto piccoli, cioè di diametro inferiore a  0,5-1 mm, il laser è maggiormente indicato perché la puntura selettiva di questi vasi risulterebbe difficoltosa.

Un’altra situazione adatta al trattamento laser è il matting.
Si tratta di una rete molto disordinata e intricata di nuovi capillari che si forma quando viene chiusa una vena che drena del sangue da un territorio cutaneo.
Questo può avvenire, ad esempio, nel momento in cui viene sclerotizzata oppure asportata una vena sana. Il sangue che ristagna, in questo caso, provoca la dilatazione di capillari fino ad allora nascosti, che spuntano in maniera disordinata sulla cute rendendosi visibili.
Poiché sono difficili da pungere, i capillari di un matting si possono trattare più efficacemente con il laser.

Il matting è un parrticolare tipo di capillari sulle gambe

Un esempio di matting

Infine, alcune zone della gamba come la caviglia e il cavo popliteo, oppure il dorso del piede, sono più idonee al trattamento con laser.
In queste aree, infatti, c’è poco tessuto sottocutaneo e le valvole venose possono avere un orientamento sovvertito; in tal caso è più facile provocare complicazioni se si utilizza la scleroterapia.

Perché a volte i risultati non sono buoni

I capillari non sono tutti uguali, rappresentano una problematica complessa e a volte il trattamento può addirittura peggiorare la situazione; questo avviene per lo più quando la situazione vascolare non è stata studiata correttamente.

Immaginiamo i capillari sulle gambe come una rete intricata di vasi collegati tra loro, nei quali il sangue si muove dai più piccoli verso i più grandi. A volte i capillari diventano visibili perchè il sangue refluisce da vasi più grandi, mentre altre volte il sangue va nella giusta direzione ma il suo flusso è ostacolato, rendendo i capillari più vistosi e dilatati.
A seconda dei casi, quindi, il trattamento dovrà essere differente. Ricordiamo che, se viene sclerotizzato un vaso che drena sangue in modo corretto, potranno formarsi dei nuovi capillari.

Inoltre, dobbiamo tenere presente che la presenza di capillari sulle gambe non può essere eliminata in modo definitivo, mentre possiamo intervenire sui fattori di rischio, sempre in maniera relativa (l’esposizione ormonale e la gravidanza sono fattori determianti).
Infine, l’utilizzo della calza elastocompressiva può migliorare il risultato della scleroterapia, e l’assunzione di alcuni flebotonici è di aiuto nel contrastare il problema.

Prima di qualsiasi trattamento, il mio consiglio è di rivolgersi ad uno specialista che possa effettuare uno studio accurato della circolazione con ecodoppler.

Fonti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6327418/pdf/etm-17-02-1106.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7389636/pdf/CD008826.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3458278/pdf/TSWJ2012-197139.pdf

https://www.ejves.com/action/showPdf?pii=S1078-5884%2808%2900460-7

I crampi notturni alle gambe sono una patologia poco conosciuta

Crampi notturni alle gambe: un disturbo diffuso e poco conosciuto

I crampi notturni alle gambe sono un disturbo comune e piuttosto fastidioso che colpisce la popolazione adulta e anziana. Il problema in realtà può manifestarsi anche nei giovani, ma avviene più frequentemente man mano che l’età avanza.

La presenza di crampi notturni alle gambe si associa ad un peggioramento della qualità del sonno e quindi a una scadente qualità di vita.
Inoltre, fino al 20% delle persone affette riferisce che il problema insorge anche di giorno, di solito verso sera.

Le cause di questo problema sono poco chiare e spesso anche il trattamento non è efficace.
In questo articolo esaminerò le evidenze scientifiche di questa patologia e i possibili rimedi per stare meglio.

Cosa sono i crampi notturni alle gambe

Si tratta fondamentalmente di contrazioni spontanee dei muscoli degli arti inferiori, localizzate per lo più al polpaccio ma anche al piede o alla coscia, che avvengono tipicamente di notte.

I soggetti affetti li descrivono come una stretta, una fitta, una crisi dolorosa; possono essere isometrici, cioè non cambiare la lunghezza del muscolo, oppure accompagnarsi ad una contrazione muscolare, come ad esempio la flessione del piede.

I crampi notturni alle gambe colpiscono la popolazione adulta e anziana

I crampi notturni alle gambe sono dolorosi, durano circa una decina di minuti e possono essere seguiti da periodi anche di alcune ore in cui si verificano ripetutamente o comunque si continua ad avvertire dolore.
Per questi motivi, i crampi notturni alle gambe peggiorano la qualità del sonno o addirittura determinano un’insonnia secondaria.

Perché si sviluppano i crampi notturni alle gambe

Premesso che si tratta di una patologia poco conosciuta, sebbene estremamente diffusa, i crampi notturni alle gambe sembrano originare da una anomalia dei neuroni motori periferici, cioè le cellule nervose che stimolano la contrazione di muscoli.

Alcuni studi basati sull’elettromiografia, infatti, hanno mostrato che in concomitanza con i crampi si verificano delle scariche nervose involontarie dirette ai muscoli, con frequenza tendenzialmente elevata e con esordio brusco.

Inoltre, sembra che i soggetti affetti siano più suscettibili agli stimoli elettrici rispetto alle persone sane. Questo farebbe pensare ad una possibile predisposizione allo sviluppo dei crampi, in persone che hanno una soglia di stimolazione muscolare più bassa del normale.

Altri studi hanno ipotizzato che la vita sedentaria dei giorni nostri abbia ridotto la capacità di allungamento dei tendini e dei muscoli, causando più facilmente l’insorgenza dei crampi.
Un’altra ipotesi è che durante il sonno, essendo il piede in flessione persistente ed i muscoli del polpaccio massimamente accorciati, ci sia una maggiore propensione alla contrazione muscolare incontrollata.

Per quanto riguarda la maggiore frequenza in età avanzata, una spiegazione si baserebbe sulle modificazioni che i neuroni subiscono nelle persone anziane.
Infatti, con l’invecchiamento il numero di cellule nervose diminuisce, e questo avviene maggiormente negli arti inferiori rispetto agli arti superiori. I neuroni che sopravvivono, quindi, funzionerebbero in modo anomalo.
Inoltre, negli anziani le terminazioni nervose sono più eccitabili a causa dell’accorciamento dei tendini, dell’immobilità prolungata e della scarsa circolazione del sangue, dovuta a diabete o problemi vascolari.

Chi è colpito da crampi notturni alle gambe

Oltre a presentarsi soprattutto in età avanzata, in crampi notturni alle gambe sono leggermente più frequenti nelle donne.

I crampi notturni alle gambe sono più frequenti nelle donne

Un recente studio, che ha indagato le caratteristiche epidemiologiche dei crampi, ci dice che essi si presentano di più in persone che hanno condizioni di salute scadenti, sonno disturbato, malattie cardiovascolari, artrite, malattie respiratorie e depressione.
L’associazione con l’artrite è stata ben documentata, ma non è chiaro se sia dovuta allo stato infiammatorio causato dall’artrite stessa oppure al danno ai nervi periferici secondario all’infiammazione.

Anche alcune alterazioni degli esami del sangue si associano ai crampi notturni alle gambe, come la diminuzione dei globuli rossi e l’aumento dell’emoglobina glicata (un parametro di gravità del diabete).

Cause dei crampi notturni alle gambe

I crampi notturni alle gambe si raggruppano in tre tipologie.
Possono manifestarsi senza cause apparenti (primitivi o idiopatici), possono essere causati da specifici fattori (secondari) o essere presenti in gravidanza.
In aggiunta, ricordiamo che gli adolescenti possono avvertire crampi notturni legati alla crescita, quindi del tutto fisiologici.

Vediamo le tre tipologie nel dettaglio.

Idiopatici

Sono i più frequenti, non hanno una causa apparente e si riscontrano nell’età adulta e anziana soprattutto se c’è uno stato di salute precario.

Secondari

Sono i crampi notturni alle gambe riconducibili ad alcuni specifici fattori. Vediamoli nello specifico.

Farmaci

Moltissimi farmaci causano crampi muscolari, ma solo alcuni sono associati ai crampi notturni alle gambe. Ecco i principali.

In alcuni casi i crampi notturni alle gambe sono causati da farmaci

Farmaci usati per contrastare l’osteoporosi
Raloxifene, un modulatore del recettore degli androgeni che si usa nelle donne in menopausa, per contrastare gli effetti della carenza ormonale
Teriparatide, un farmaco anti-osteoporosi che ha gli stessi effetti dell’ormone paratiroideo
Estrogeni coniugati

Farmaci usati per problemi del sistema nervoso
Clonazepam, un farmaco ansiolitico e ipnotico
Citalopram, un antidepressivo
Zolpidem, un sonnifero
Gabapentin, una sostanza usata per i disturbi nervosi periferici e per l’epilessia

Altri farmaci responsabili di crampi notturni alle gambe sono le infusioni endovenose di saccarosio di ferro e alcuni farmaci antinfiammatori come il Naproxene e il Celecoxib.

Alcuni diuretici come l’Idroclorotiazide sono stati a lungo ritenuti responsabili di crampi notturni alle gambe, perché modificando la concentrazione di elettroliti si pensava che alterassero la contrazione muscolare.
In realtà non ci sono studi che provino l’evidenza di questa correlazione.

Malattie arteriose

L’aterosclerosi periferica è una malattia in cui si formano placche che ostruiscono le arterie delle gambe, riducendo il flusso del sangue.
Si è osservato che, oltre ai sintomi tipici di questa malattia, fino al 75% delle persone affette manifesta anche crampi notturni alle gambe.
Anche i soggetti affetti da aterosclerosi delle coronarie presentano spesso questi disturbi.

Insufficienza venosa

L’insufficienza venosa è dovuta allo sfiancamento delle vene delle gambe, che diventano incapaci di drenare il sangue e si dilatano progressivamente formando le cosiddette vene varicose.

Tra i sintomi che la caratterizzano, anche i crampi notturni alle gambe possono presentarsi in questa malattia.

La causa sarebbe riconducibile al ristagno di sangue e alla conseguente scarsa ossigenazione dei tessuti, oltre che all’accumulo di metaboliti. Sembrerebbe anche che, se presenti, i crampi notturni alle gambe persistano dopo l’eventuale trattamento del problema venoso.

Anche la stazione eretta prolungata, uno dei fattori che favoriscono l’insufficienza venosa, sembra essere responsabile dell’insorgenza dei crampi.

Cirrosi epatica

Si tratta di una grave malattia nella quale il fegato viene progressivamente distrutto da un processo di infiammazione, a sua colta conseguente a vari fattori (infezioni, abuso di alcol, ecc.)

Gli studi scientifici mostrano che fino al 60% dei pazienti con cirrosi epatica manifesta crampi notturni alle gambe, soprattutto se sono anziani e con malattia in fase avanzata.

Patologie del sistema nervoso

Si associano a crampi notturni alle gambe il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, la neuropatia periferica e la stenosi del canale lombare o la compressione delle radici nervose a livello della colonna vertebrale.

Anche la chemioterapia, poiché distrugge le cellule nervose oltre a quelle tumorali, può causare questi disturbi.

Consumo di alcolici

I crampi notturni alle gambe sono uno dei sintomi tipici della miopatia alcolica. Questa malattia si caratterizza per il danno alle cellule muscolari causato dall’abuso di alcol, che distrugge le fibre muscolari di tipo 2.

Questo avverrebbe soprattutto negli anziani, che essendo sedentari sono più facilmente soggetti a perdita di fibre muscolari, diventando così più vulnerabili ai crampi.

Dialisi

Anche l’emodialisi si associa a crampi notturni alle gambe, mentre la presenza della sola insufficienza renale cronica no.

Alterazioni degli elettroliti

Al contrario di ciò che si pensa comunemente, non ci sono studi che dimostrino un nesso causale tra i crampi notturni alle gambe e la disidratazione o il calo degli elettroliti come sodio e potassio.
Il magnesio merita un discorso a parte, che vedremo a proposito dei crampi in gravidanza.

Nonostante ciò, alcune malattie come il diabete, gli squilibri della tiroide e il morbo di Addison (insufficiente funzionamento delle ghiandole surrenali) si associano a crampi notturni alle gambe.
Poiché queste malattie alterano la quantità di elettroliti, questo farebbe pensare ad un loro ruolo nell’aumentare la predisposizione a questi disturbi.

Certo però, come vedremo più avanti, non è consigliato trattare tutti i casi di crampi con la semplice assunzione di elettroliti, al contrario di ciò che si continua spesso a fare.

Crampi in gravidanza

Anche la gravidanza si associa a crampi notturni alle gambe, ma non è chiaro se la causa primaria dei disturbi sia proprio la gravidanza o piuttosto l’insufficienza venosa che si associa a questa condizione.

I crampi notturni alle gambe sono frequenti in gravidanza

I fattori causali dei crampi in gravidanza sarebbero la carenza di alcuni minerali come il magnesio, il calo del volume dei liquidi nel tessuto extracellulare e la inappropriata posizione delle gambe che spesso le donne in gravidanza assumono da sedute.
Come vedremo, in questo caso ha senso una integrazione con il magnesio.

Malattie che assomigliano ai crampi notturni alle gambe

Alcune patologie vengono confuse con i crampi notturni alle gambe, perché hanno dei sintomi simili. Vediamone alcune.

Sindrome delle gambe senza riposo

Questa malattia si caratterizza per una tipica sensazione di discomfort alle gambe, che costringe la persona affetta a muoverle continuamente fino alla cessazione dei sintomi.

Il problema avviene principalmente alla fine della giornata ma soprattutto di notte, ed il movimento è l’unico fattore in grado di dare sollievo. Quando si riprende il riposo, però, i sintomi si ripresentano puntualmente.

La sindrome delle gambe senza riposo è probabilmente una patologia dell’integrazione sensitivo-motoria che colpisce le terminazioni nervose delle gambe, ed è più facile esserne colpiti se anche i familiari di primo grado ne sono affetti.
Si differenzia dai crampi notturni alle gambe in quanto non ci sono contrazioni muscolari involontarie, ma è il paziente che sente l’esigenza di muoversi per eliminare la sensazione di discomfort.

Tra le cause di questa patologia sembra esserci un difettoso trasporto del ferro all’interno di alcune specifiche aree del cervello, cosa che a sua volta impedirebbe una corretta produzione di mielina, una sostanza fondamentale per il funzionamento delle fibre nervose.
Infatti, la gravità della malattia sembra correlarsi con bassi livelli di ferro, anche se ci sono individui malati che ne hanno livelli normali.

Altri fattori causali sembrano essere un aumentato metabolismo della dopamina, un importante neurotrasmettitore cerebrale, e alterazioni dello sviluppo embrionale dei neuroni.

Anche nella sindrome delle gambe senza riposo esistono forme di malattia primitiva, cioè senza cause apparenti, e forme secondarie, ad esempio in caso di gravidanza, insufficienza renale, o assunzione di alcuni farmaci.

Per quanto riguarda la terapia, la sindrome delle gambe senza riposo si caratterizza per una buona risposta ai farmaci dopaminergici, cioè quelli che hanno gli stessi effetti della dopamina.
Tuttavia, se la riposta è positiva circa nel 60-75% dei casi, va ricordato che questi farmaci possono anche peggiorare i sintomi della malattia. Per una cura efficace, quindi, è opportuno rivolgersi ad un Neurologo.
Secondo alcuni studi, sembra che l’esercizio fisico aerobico possa comunque migliorare i sintomi.

Disturbo da movimento periodico degli arti

Si tratta di una patologia rara che si manifesta tipicamente nel sonno e si caratterizza per la comparsa di movimenti involontari degli arti, che avvengono circa 15 volte ogni ora.
La diagnosi viene fatta con la polisonnografia, cioè un esame che indaga le caratteristiche del sonno, che nei pazienti affetti è notevolmente precario .

Il disturbo da movimento periodico degli arti si associa molto frequentemente alla sindrome delle gambe senza riposo (fino all’80% dei casi secondo alcuni studi).
A differenza dei crampi notturni alle gambe, i movimenti non sono dolorosi, hanno un andamento ritmico e ripetitivo, durano alcuni secondi e si ripetono a intervalli di un minuto al massimo.
Tipicamente, si osserva una lenta dorsi-flessione del piede, del ginocchio e dell’anca.

Neuropatia periferica

Questa malattia può causare crampi notturni alle gambe di tipo secondario, ma si differenzia dal disturbo di cui parliamo.
Con il termine neuropatia, infatti, si intende un cattivo funzionamento dei nervi periferici, che si caratterizza per la presenza di intorpidimento, formicolio e dolori simili ad una scossa elettrica nei territori cutanei interessati.

Tra le cause di neuropatia periferica ci sono la compressione dei nervi, l’abuso di alcol e il diabete.

Claudicatio intermittens

Si tratta di un dolore crampiforme che compare durante la deambulazione, dopo un intervallo di marcia ben preciso, che regredisce con il riposo.
Questa patologia è dovuta alla presenza di ostruzioni nelle arterie delle gambe causate dall’aterosclerosi, e si manifesta quando l’apporto di sangue non è sufficiente a far lavorare il muscolo mentre camminiamo.

Si tratta di un disturbo diverso dai crampi notturni alle gambe, ma i pazienti affetti da claudicatio intermittens possono manifestare anche questo problema.

Mialgie

Con questo termine si fa riferimento al dolore di origine muscolare.
Sono dolori che coinvolgono qualsiasi distretto muscolare, vengono avvertiti come profondi e intensi e si associano spesso a debolezza e scarsa tolleranza all’esercizio fisico.
Queste caratteristiche differenziano chiaramente le mialgie dai crampi notturni alle gambe.

Tra le cause di mialgia troviamo l’assunzione statine, cioè farmaci che abbassano il colesterolo plasmatico, oppure alcune patologie infiammatorie del muscolo come le miositi.

Mioclonie

Si chiamano anche spasmi ipnici e sono delle contrazioni involontarie dei muscoli; avvengono all’inizio dell’addormentamento e possono provocare un brusco risveglio.
Sono presenti anche in soggetti sani e, a differenza dei crampi notturni alle gambe, non sono dolorose.

Rimedi per i crampi notturni alle gambe

La terapia dei crampi notturni alle gambe non ha ancora a disposizione soluzioni che funzionino in tutti i casi. Ci sono però dei rimedi fisici e farmacologici che possono migliorare la situazione, a seconda dei casi specifici.

Rimedi fisici

Si tratta di esercizi muscolari preventivi oppure del trattamento del crampo in fase acuta.

Esercizi preventivi

In base agli studi presenti in letteratura, sembra che possa essere utile effettuare esercizi muscolari per prevenire la comparsa di crampi.

Un recente studio ha indagato l’effetto dello stretching ai polpacci e ai bicipiti femorali effettuato prima di dormire in soggetti adulti di oltre 55 anni, che lamentavano crampi notturni alle gambe e non assumevano terapia specifica; si è osservata una riduzione nella frequenza dei crampi.

I crampi notturni alle gambe possono essere prevenuti con lo stretching

Anche un blando esercizio fisico, eseguito per qualche minuto prima di dormire, può essere utile per prevenire il disturbo o quantomeno ridurlo. A questo proposito si può effettuare una corsa leggera al tapis roulant oppure una breve sessione di cyclette.

Un blando esercizio fisico a iuta a migliorare i crampi notturni alle gambe

Per chi fa esercizio fisico durante la giornata e soffre di affaticamento muscolare, invece, è consigliato effettuare uno stretching prima e dopo l’allenamento e idratarsi adeguatamente.
Anche i massaggi muscolari profondi possono essere d’aiuto nella prevenzione dei disturbi.

Trattamento del crampo acuto

In presenza di un crampo notturno acuto bisogna allungare passivamente il muscolo, ad esempio in caso di crampo al polpaccio va fatta una dorsiflessione della caviglia.

Farmaci

Non ci sono allo stato attuale farmaci che possano essere prescritti di routine per trattare i crampi notturni alle gambe. Il disturbo va indagato e vanno ricercate possibili cause; solo allora si potrà impostare una terapia.
Vediamo quali sono i farmaci normalmente impiegati per questi disturbi.

Chinino

Si tratta di un farmaco usato per curare la malaria che ha provata efficacia nella riduzione dei crampi notturni alle gambe.
Infatti, diversi studi scientifici basati sulla somministrazione di questo farmaco hanno mostrato una moderata evidenza nel ridurre l’intensità, il numero totale dei crampi, il numero di giorni in cui si avvertivano crampi e, in misura minore, la loro frequenza.
Il dosaggio è stato di 300 mg al giorno.

Tuttavia, il chinino non è più raccomandato per il trattamento dei crampi, in quanto si sono osservati pesanti effetti collaterali legati alla sua assunzione.
In realtà, se la cura è inferiore a 60 giorni, gli effetti collaterali sembrerebbero essere per lo più moderati, in particolare di tipo gastrointestinale oppure mal di testa e fischi alle orecchie.

In circa 2 casi su mille, però, si può manifestare un grave calo delle piastrine dovuto a reazione auto-immunitaria, che avviene in genere entro le prime tre settimane di trattamento.
Altre reazioni gravi sono rappresentate da allergie, interazioni con altri farmaci, cecità e disfunzione cardiaca.

Nel caso di sintomi particolarmente gravi in cui il chinino si debba comunque usare nonostante le raccomandazioni, i pazienti vanno informati degli effetti collaterali e bisogna valutare bene il rapporto rischio-beneficio.

Magnesio

Anche se viene comunemente usato per trattare i crampi notturni alle gambe, non ci sono evidenze scientifiche che provino la reale efficacia del magnesio nei confronti di questo disturbo.

Un recente studio, infatti, ha confrontato la somministrazione di magnesio orale con placebo in soggetti adulti affetti da crampi notturni alle gambe, senza riscontrare differenze significative.
Questo risultato ha fatto pensare che il magnesio abbia un possibile effetto placebo sui crampi.

Un’eccezione è rappresentata dalle donne in gravidanza, nelle quali il magnesio sembra avere maggiore evidenza di efficacia, come anche la supplementazione di sodio e complesso multivitaminico.
Bisogna comunque fare attenzione a non assumere troppo sodio, perché può favorire un aumento della pressione del sangue.

Ioni e vitamine

Assumere una supplementazione di calcio, potassio o vitamina E, come spesso si fa, non ha mostrato efficacia del migliorare i crampi notturni alle gambe.
Anche il loro trattamento con farmaci antinfiammatori o antiepilettici non sembra avere utilità, sulla base dei dati scientifici disponibili.

In merito ad una possibile supplementazione vitaminica, dobbiamo menzionare il complesso vitaminico di tipo B, che assunto per 3 volte al giorno ha mostrato efficacia nel trattamento dei crampi in soggetti che presentavano una carenza di queste vitamine.

Altri farmaci

Diltiazem
Si tratta di un farmaco usato per abbassare la pressione del sangue. Si è mostrato efficace nel ridurre la frequenza dei crampi ma non la loro intensità, con un dosaggio di 30 mg al giorno.
Lo studio che ne ha indagato gli effetti è stato piuttosto limitato, quindi questi dati non vanno presi per certi.

Verapamile
Anche quesrto farmaco abbassa la pressione del sangue. Può essere utilizzato per i crampi notturni assumendolo prima di andare a letto, al dosaggio di 120 mg.

Naftidrofurile ossalato (nome commerciale Praxilene)
Può essere efficace nel trattamento dei crampi, al dosaggio di 200 mg fino a 3 volte al giorno.
Va assunto ai pasti insieme ad un bicchiere d’acqua, ed è controindicato in caso di calcoli renali in quanto può favorirne la formazione.

Conclusioni

Purtroppo i crampi notturni alle gambe sono ancora poco conosciuti e i rimedi sono limitati. Questo suona strano, perchè il disturbo è molto diffuso e tutto sommato non si tratta di una patologia che comporta gravi problemi di salute.
Di certo però questi disturbi sono molto fastidiosi, e c’è bisogno di implementare le ricerche scientifiche per poter trovare rimedi efficaci.
Nel frattempo si possono utilizzare i rimedi fisici preventivi, e in caso di bisogno rivolgersi ad uno specialista per valutare l’opportunità di una terapia farmacologica.

Fonti

https://www.aafp.org/afp/2012/0815/p350.pdf

https://www.mp.pl/paim/en/node/4148/pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5818780/

https://smw.ch/article/doi/smw.2019.20048

https://www.aafp.org/afp/2017/1001/od3.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6037509/pdf/0160296.pdf

La trombosi in aereo è una complicanza non infrequente dei voli a lungo raggio

Trombosi in aereo: chi è a rischio e come si può prevenire

La comparsa di una trombosi in aereo è una evenienza non infrequente e probabilmente sottostimata, che può verificarsi quando si effettuano viaggi aerei a lungo raggio.

La causa prevalente della trombosi in aereo è la presenza di fattori di rischio individuali, che aumentano la possibilità di trombosi e di conseguenti embolie.
Bisogna considerare, però, che durante il viaggio si creano particolari condizioni fisiche e climatiche all’interno dell’aereo, le quali aumentano ulteriormente il rischio e possono tuttavia essere contrastate.

In genere, capita spesso di avvertire gonfiore e pesantezza alle gambe durante il volo; questi sintomi regrediscono di solito abbastanza rapidamente, dopo l’atterraggio o al massimo nel giro di qualche giorno.
Alle volte, però, un gonfiore o un dolore acuto possono comparire a distanza di giorni dal volo; in questo caso è bene insospettirsi e recarsi quanto prima ad effettuare un ecodoppler, per escludere la presenza di una trombosi.

Conoscere il problema della trombosi in aereo è molto importante, così come è importante sapere se si è a rischio di svilupparla.
In questo modo si potranno adottare delle misure preventive o effettuare una profilassi con farmaci, quando necessario.

In questo articolo vedremo quando un volo si definisce a lungo raggio, in che modo aumenta il rischio di trombosi e cosa fare per evitarla.

Che cos’è la trombosi in aereo

La trombosi in aereo è un evento caratterizzato dalla coagulazione improvvisa del sangue all’interno di una vena, tipicamente degli arti inferiori, che si verifica in relazione ad un volo di lunga durata.
Le vene interessate possono essere quelle superficiali, localizzate nel tessuto sottocutaneo, oppure quelle profonde, che si trovano nel contesto delle masse muscolari vicino alle rispettive arterie.

Se la trombosi è superficiale i sintomi sono generalmente il dolore e l’arrossamento lungo il decorso della vena, ed il rischio di complicazioni gravi è basso.
Quando sono interessate le vene profonde, al dolore si accompagna spesso un gonfiore improvviso; in questi casi la sede più colpita è il polpaccio ed il rischio di embolie è elevato.

ecodoppler venoso

I meccanismi attraverso i quali si sviluppa una trombosi in aereo si verificano tipicamente durante il volo, mentre la trombosi vera e propria si manifesta di solito a distanza di qualche giorno dall’atterraggio, generalmente entro le prime due settimane.
Il rischio di trombosi rimane comunque presente per circa quattro settimane.

Per quanto riguarda le dimensioni del problema, gli studi più vasti che sono stati effettuati (LONFIT) mostrano che nei i soggetti sani il rischio è relativamente basso (circa l’1,6% dei casi), mentre nella popolazione con fattori di rischio la percentuale aumenta nettamente, arrivando al 5%.

Questi dati rappresentano però la punta di un iceberg, in quanto la maggior parte delle ricerche effettuate non comprende i casi asintomatici e parte di quelli che si manifestano a distanza di tempo dal viaggio aereo.
Questo spiega il perché la trombosi in aereo sia un problema facilmente sottostimato.

Conseguenze della trombosi in aereo

Il pericolo principale legato ad una trombosi in aereo è l’embolia polmonare.
Si tratta di una complicanza più spesso conseguente alle trombosi venose profonde, quando frammenti di sangue coagulato si staccano dalla sede di trombosi e, trasportati dal flusso del sangue, raggiungono i polmoni dove bloccano la circolazione.

Un’embolia polmonare si manifesta di solito con dolore al torace e difficoltà a respirare, ma può assumere quadri clinici gravi che mettono a rischio anche la vita, e richiedono quindi un trattamento immediato.

La seconda conseguenza della trombosi in aereo è rappresentata dalla comparsa di un gonfiore ingravescente alla gamba, che inizia nella fase acuta e persiste poi nel tempo.
Questo gonfiore è dovuto inizialmente al blocco del flusso sanguigno conseguente alla trombosi, e successivamente agli esiti che la trombosi lascia sulla vena colpita.

Infatti, dopo che la trombosi si è risolta, le valvole venose possono rimanere danneggiate e non riescono più a svolgere la loro funzione di diga, tramite la quale sono in grado di bloccare la caduta del sangue verso il basso.
Di conseguenza, il sangue stesso refluisce verso le caviglie e lì tende a ristagnare, facendo peggiorare il gonfiore e causando addirittura la comparsa di ulcere.
Si tratta della cosiddetta “sindrome post trombotica”, che va trattata con l’applicazione di bendaggi decongestivi e successivamente con una calza elastica adeguata.

Cause della trombosi in aereo

Le cause della trombosi in aereo si dividono in fattori ambientali, che si sviluppano all’interno del velivolo, e in fattori intrinseci del soggetto. Questi ultimi, come abbiamo detto, sono quelli che hanno un peso maggiore.

I meccanismi attraverso i quali le varie cause portano al verificarsi di una trombosi sono principalmente tre: il ristagno di sangue, il danneggiamento della parete venosa e lo stato di aumentata coagulabilità del sangue.

Di seguito vedremo i vari fattori causali e i meccanismi attraverso i quali aumentano il rischio di trombosi in aereo.

Fattori ambientali

Si tratta di alcune condizioni climatiche e fisiche che si vengono a creare all’interno del velivolo durante il volo.

Ipossia

L’ipossia è la diminuzione della quantità di ossigeno nell’aria.
All’interno dell’aereo, per ragioni di risparmio sul carburante, viene mantenuta una pressione atmosferica di ossigeno simile a quella che si trova in alta montagna, precisamente ad una altitudine compresa tra 1800 e 2400 metri.

Questa improvvisa minore concentrazione di ossigeno che si viene a creare al momento della chiusura degli sportelli, chiamata ipossia ipobarica acuta, può favorire la trombosi in aereo perché attiva direttamente la coagulazione del sangue.
La stessa coagulazione, peraltro, tende a normalizzarsi dopo una prolungata acclimatazione.

L’aria nella cabina, avendo una pressione più bassa, esercita anche una minore pressione esterna sulle gambe, rendendo più difficile il ritorno del sangue venoso al cuore.
Le vene, infatti, pompando il sangue contro gravità, si giovano del supporto della pressione atmosferica esterna, che in aereo viene a mancare.

Disidratazione

Durante il volo l’umidità dell’aria tende a diminuire rapidamente all’interno dell’aereo, raggiungendo un valore compreso tra il 3% e il 15%. Questo provoca una forte disidratazione delle mucose del corpo e in generale un calo dei liquidi dell’organismo.

La disidratazione è responsabile di una progressiva concentrazione del sangue, dovuta proprio al calo della sua componente liquida, situazione che favorisce la coagulazione perché aumenta la facilità di contatto tra le piastrine e di conseguenza la loro attivazione.
In questo modo, una trombosi venosa può innescarsi più facilmente.

In aggiunta, l’assunzione spesso frequente di bevande alcoliche, di tè o caffè peggiora ulteriormente la disidratazione, perché queste sostanze sono notoriamente diuretiche e andrebbero quindi evitate.

Posizione durante il volo

Si tratta probabilmente del fattore ambientale più importante.
In condizioni normali, il sangue proveniente dalle gambe viene pompato contro gravità verso il cuore grazie all’azione dei muscoli del polpaccio, che si azionano in sinergia con le valvole venose quando camminiamo.

Mantenere una posizione seduta prolungata durante il volo aereo causa un persistente ristagno di sangue nelle gambe, perché gli angoli tra le articolazioni bloccano il flusso venoso e i muscoli del polpaccio non lavorano.
Inoltre, la pressione esercitata dal bordo del sedile sul lato posteriore delle cosce, incrementata dalla tipica posizione con le gambe accavallate che si assume nelle classi economiche, può provocare un danno diretto alle cellule della parete venosa.

A questo proposito, per molto tempo si è ipotizzata l’esistenza di una “trombosi della classe economica”, proprio in relazione ai posti a sedere particolarmente stretti di questa classe di viaggio, che favorirebbero maggiormente la trombosi rispetto a quelli delle classi più privilegiate.

la trombosi in aereo può essere favorita dalla posizione assunta durante il volo

In realtà, alcuni studi hanno mostrato che c’è una differenza minima in termini di rischio tra i passeggeri della classe economica rispetto a quelli della businness o della prima classe.
Il caso del presidente americano R. Nixon è emblematico, in quanto fu vittima di una trombosi profonda nel 1974 mentre viaggiava dagli Stati Uniti all’Europa e all’Unione Sovietica; trovandosi a bordo dell’aereo presidenziale, possiamo facilmente dedurre che si trovasse in una posizione di viaggio tutt’altro che scomoda.

D’altra parte, altri studi rivelano che i passeggeri seduti vicino al finestrino hanno un rischio due volte maggiore di sviluppare una trombosi rispetto a quelli sul lato corridoio, sempre in relazione alle posizioni assunte durante il viaggio e alla possibilità di camminare frequentemente durante il volo.
Questo vale soprattutto per i soggetti obesi.

Ritenzione idrica

Anche se provoca una progressiva disidratazione corporea, un volo a lungo raggio determina una significativa ritenzione idrica nelle gambe, che possono gonfiarsi o risentire di pesantezza e indolenzimento.
Questo accumulo di liquidi, se importante, potrebbe comprimere le vene muscolari delle gambe e favorire la trombosi.

La causa di questi disturbi è sempre legata al ristagno di sangue, dovuto a sua volta a posizione scorretta e poco movimento muscolare durante il viaggio.

Durata del volo

Sebbene non ci sia un consenso unanime che definisca quando un volo può essere considerato a lungo raggio, ci sono chiare evidenze di correlazione tra voli aerei di durata superiore alle sei ore e sviluppo di trombosi.
L’intervallo considerato riguarda solo il tempo passato in aereo, e non quello di attesa in aeroporto o nelle zone di transito.

Il rischio di trombosi in aereo aumenta se il volo supera le sei ore

Inoltre, i dati scientifici ci dicono che il rischio di trombosi in aereo è di oltre due volte più alto nei voli lunghi rispetto ai voli brevi, e aumenta del 23% circa per ogni due ore aggiuntive di volo.

Fattori relativi al passeggero

Alcune patologie o predisposizioni genetiche aumentano il rischio di trombosi in aereo, e tutti i soggetti con fattori di rischio addizionali si sono mostrati a maggior rischio di sviluppare il problema.

Sesso femminile, gravidanza e terapia ormonale

Il sesso femminile sembra essere un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di embolie polmonari nei voli a lungo raggio, e le donne in gravidanza sono colpite da trombosi in aereo in un volo ogni 100 circa.
Un grosso studio effettuato in Olanda ha mostrato che l’assunzione di contraccettivi orali determina un rischio 40 volte maggiore di sviluppare una trombosi in aereo nei voli a lungo raggio. Le donne che assumono terapia ormonale sostitutiva, invece, hanno un rischio di sviluppare trombosi in uno ogni 400 voli circa.

Altri fattori

I soggetti sovrappeso ma soprattutto i soggetti obesi, cioè con indice di massa corporea (BMI) superiore a 30, sono a maggior rischio di trombosi nei voli a lungo raggio, soprattutto se sono seduti vicino al finestrino.

Il rischio di trombosi in aereo è maggiore nei soggetti obesi spesie se seduti vicino al finestrinoo

Inoltre, essere stati sottoposti ad interventi chirurgici poco prima del volo aumenta di 20 volte circa il rischio di trombosi in aereo.
Anche la presenza di una neoplasia, che già di per sé aumenta il rischio di trombosi, incrementa il rischio, che arriva ad essere di 18 volte più alto rispetto agli individui sani, sempre nei voli a lungo raggio.

Per quanto riguarda la predisposizione genetica, ci sono diverse mutazioni di geni coinvolti nella coagulazione del sangue che determinano un aumento generale del rischio di trombosi.
Per quanto riguarda i voli a lungo raggio, i dati sono controversi; sembra, però, che le persone con mutazione della quinta proteina della coagulazione (il cosiddetto fattore di Leiden) abbiano un rischio 8 volte maggiore di sviluppare una trombosi in aereo rispetto ai soggetti normali.

Altri fattori che favoriscono la trombosi nei voli a lungo raggio sono la statura molto alta, l’età avanzata, i traumi recenti con immobilizzazione prolungata, aver avuto precedenti trombosi venose, la presenza di insufficienza venosa cronica di grado severo, lo scompenso cardiaco, la storia familiare di trombosi, il diabete e l’ipertensione.

Come prevenire la trombosi in aereo

Per prevenire la trombosi in aereo si possono adottare alcune misure preventive per contrastare i cambiamenti ambientali che si verificano all’interno dell’aereo.
In casi particolari, invece, questo non è sufficiente, e bisogna effettuare una profilassi con l’utilizzo di calze elastiche o farmaci.

Misure preventive

Si tratta di comportamenti che possiamo adottare durante il viaggio e che contrastano i fattori causali ambientali di trombosi.

Idratazione

Idratarsi adeguatamente prima e durante il volo aiuta a mantenere la giusta quantità di liquidi nell’organismo e permette di evitare una eccessiva concentrazione del sangue. Bisogna bere acqua o bevande analcoliche evitando gli alcolici, il tè e il caffè, perché stimolano la diuresi e quindi la perdita di liquidi.

Una idratazione adeguata, inoltre, contrasta gli effetti della scarsa umidificazione dell’aria, che oltre a contribuire alla disidratazione secca le mucose favorendo raffreddore e mal di gola.

Il consiglio riportato negli studi che ho esaminato è di bere almeno un bicchiere d’acqua ogni 2 ore di volo; credo però che si possa tranquillamente bere una quantità maggiore di acqua.

Attivazione muscolare

Per prevenire il ristagno eccessivo di sangue nelle gambe e il conseguente rischio di trombosi, è opportuno effettuare durante il volo esercizi di dorsi-flessione della caviglia; in questo modo si attiva la pompa muscolare del polpaccio e si favorisce il movimento del sangue stesso.

Per lo stesso motivo, le linee guida americane dell’ACCP (American College of Chest Physician) raccomandano a chi è a rischio di trombosi di sedersi vicino al corridoio e di effettuare brevi e frequenti passeggiate quando l’aereo è in quota.

Posizione di viaggio

Oltre agli esercizi muscolari, è importante prestare molta attenzione alla posizione assunta durante il viaggio.
Il sedile va reclinato il più possibile, mantenendo un angolo maggiore di 90 gradi, e le gambe vanno stese sotto il sedile di fronte per evitare l’eccessiva flessione tra le articolazioni, che ostacolerebbe il flusso del sangue.

Per lo stesso motivo, bisognerebbe evitare di posizionare bagagli tra le gambe e il sedile di fronte e non si dovrebbero accavallare le gambe, in quanto questa posizione è molto pericolosa per la circolazione venosa.
Consiglio anche di non abusare di sonniferi durante il volo, perchè più facilmente portano ad assumere posizioni scorrette durante il sonno.

Le gambe andrebbero mosse e allungate con semplici esercizi per 2 minuti circa ogni ora, e bisognerebbe camminare per 3 minuti circa ogni ora di volo.

Indumenti

Un altro accorgimento importante, soprattutto per le donne, è quello di non indossare pantaloni troppo attillati o comunque stringenti a livello dell’inguine o della vita, mentre negli uomini vanno evitati i calzini troppo stretti perché potrebbero causare un effetto laccio sotto il ginocchio.

In queste situazioni il flusso di sangue venoso, già ostacolato dalla posizione seduta, risulterebbe infatti ancora di più bloccato.

Profilassi

Consistono nell’utilizzo di dispositivi di tipo medico come le calze elastocompressive, oppure nella somministrazione di terapia farmacologica per rendere il sangue più fluido.

Calza elastica

La calza elastocompressiva esercita una pressione esterna su tutto l’arto inferiore o su una sua parte, a seconda della tipologia, facilitando il flusso di sangue venoso verso il cuore e riducendo il rischio di trombosi.
Per questo motivo, oltre a limitare il gonfiore delle gambe, l’utilizzo di una calza aiuta a prevenire la trombosi in aereo.

 

Si può prevenire una trombosi in aereo utilizzando una calza elastica

Una recente revisione della letteratura ha mostrato che l’utilizzo di una calza a compressione graduata (GECS in inglese) ha una alta evidenza di efficacia nel prevenire la trombosi in aereo, soprattutto nella sua forma asintomatica.
D’altra parte, sembra esserci minore evidenza nella riduzione del gonfiore e moderata evidenza nella prevenzione delle trombosi superficiali.

Secondo recenti linee guida, in caso di volo a lungo raggio le persone a rischio di trombosi in aereo dovrebbero indossare una calza elastocompressiva con pressione alla caviglia da 15 a 30 mmHg, sia sotto forma di gambaletto che di calza estesa alla coscia.
La calza elastica, quindi, deve essere di tipo terapeutico, cioè deve avere determinati requisiti strutturali e una particolare certificazione che garantisca le sue proprietà di compressione.

La calza non va acquistata di propria iniziativa ma va prescritta dal medico specialista dopo aver preso le misure del paziente e aver scelto il materiale più adatto, oltre che il grado di compressione.
In generale, possiamo affermare che l’utilizzo di una calza di seconda classe, nei soggetti a rischio, potrà consentire una prevenzione efficace della trombosi in aereo.

Sempre in base a queste raccomandazioni, i soggetti non a rischio non necessitano di questo presidio.

Profilassi farmacologica

In caso di rischio particolarmente elevato, per prevenire la trombosi in aereo è necessario ricorrere ai farmaci.

Gli antiaggreganti piastrinici non si sono dimostrati efficaci nella prevenzione della trombosi nei voli a lungo raggio. In un recente studio, infatti, l’assunzione di 400 mg al giorno di aspirina non si è associata a significativa riduzione del tasso di trombosi in aereo, causando invece frequenti disturbi gastro-intestinali.

L’eparina a basso peso molecolare, sotto forma di punture sottocutanee, ha mostrato invece risultati a tratti controversi.
Se è vero che l’assunzione di Enoxaparina, sotto forma di punture sottocutanee al dosaggio di 1 mg per ogni Kg di peso corporeo, è efficace nel prevenire la trombosi in aereo se somministrata da 2 a 4 ore prima della partenza, questo protocollo non può essere esteso a tutti i soggetti e ogni caso va valutato in funzione del rapporto rischio/beneficio.

Infatti, l’assunzione di questo farmaco può provocare anche problemi di sanguinamento, ed il rischio di emorragia va valutato scrupolosamente anche perché aumenta in relazione ad altri fattori clinici.

Quando è indicata, la profilassi con eparina può essere fatta al momento della partenza per l’aeroporto; il suo effetto durerà circa 24 ore e quindi sarà sufficiente per coprire l’intera durata del viaggio.

Conclusioni

In attesa di riprendere a viaggiare, conoscere il problema della trombosi in aereo potrà essere d’aiuto ai soggetti con fattori di rischio e anche alla popolazione generale, perchè con semplici accorgimenti si potrà prevenire una complicazione piuttosto seria e più frequente di ciò che si pensa.

Fonti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6326126/pdf/jvb-17-03-215.pdf

https://www.ejves.com/action/showPdf?pii=S1078-5884%2805%2900541-1

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6457834/pdf/CD004002.pdf

https://watermark.silverchair.com/jtm10-0334.pdf?token=AQECAHi208BE49Ooan9kkhW_Ercy7Dm3ZL_9Cf3qfKAc485ysgAAAqkwggKlBgkqhkiG9w0BBwagggKWMIICkgIBADCCAosGCSqGSIb3DQEHATAeBglghkgBZQMEAS4wEQQMdVXDv0y0YE1VlPooAgEQgIICXJc3KnQSkyCddIOiRFmV1-i__NkGRTzeeLmLZeqXPOfUKF0uljVE_CuRDw20DMBmfyhv7NVJXqI3qJZK3cJSCuoHIQowtz99vS1FoHLDj8lRVqUvkS4alNF_Vkj1wN_m1t35hMw4fxSxcGSzhAH_Ow_6HclCwWrkNuzFoo6Vg_cu5j8PUgmW652BEFjbCY4wtMUJ54lge0RYZs-yRJKfok-lg0kyYT2UHmZmGx1-Hmj0b69nNPzvYquTVlpBo7Zc8KLRWsm4k4j3BaR647NHglchZIR1K3xYZb_rQH_0LUYCIXiKMXPFWGmhSPnHV_i_OcIogfVH7U09YCXfwl2cOm58kbhGI6Oa4Jvxs-I3uk_gcEjps19XWGL0EP5tXn3OuczS8gzmRCwYNbqV13GQ1ed4VgJRWdri6CKauhwdE4P95sfFfhLMr9kwtlamrd7Amfx2o-UCxvo63-ZsWR_gelJbRGcVZhGcLuW2s3a_LlXMDIf9vhDcAtCJ05j-h-AYryRHFOBmtNxjFlCbK6pMf_W_XAkh2lP4W6X2dg-MVq0QAuphj9CHLhxye8T8BioYjqXVIxPQaLfoMTC8Vd9IIyEwwDacSs_0OSEFAkK9P43PdgZ4HsMlWZoOtWSGnWh2HRNGX_Bd_jVVm0-peG6jWf1hsCZvGFOnkAG5YqsDx_JxVHmLOIasvtmRLA8NjblSVyP4we1DBQGKTXoeEco8NIbibqClGHkHevJzQ98BSe0zekqs-4yW634ovIqaQrRYYajmnL4rySnwAMgJwUiWVn0hw0PmtrcWP9seh9o

La trombosi in gravidanza è più frequente in soggetti geneticamente predisposti

Trombosi in gravidanza: tutto ciò che bisogna sapere

La comparsa di una trombosi in gravidanza è un problema da tenere certamente in considerazione quando una donna si appresta ad affrontare la gestazione.
Le donne in gravidanza, infatti, hanno un rischio cinque volte maggiore di sviluppare una trombosi rispetto alle donne non gravide, e nei paesi occidentali la trombosi in gravidanza è la principale causa di morte materna.

È importante che le donne conoscano questa patologia, che peraltro desta molta preoccupazione anche nella popolazione generale.
Infatti, conoscere la propria situazione di rischio e saper rilevare eventuali sintomi permetterà di agire rapidamente e con efficacia, qualora si verificasse il problema.

Che cos’è la trombosi in gravidanza

La trombosi in gravidanza è un processo di coagulazione improvvisa del sangue all’interno di una vena, che avviene nel periodo della gestazione.
Questa condizione clinica interessa più frequentemente le vene degli arti inferiori, sia superficiali che profonde, ma può colpire anche le vene della pelvi, cioè la parte bassa dell’addome.

Il motivo principale per cui la trombosi è pericolosa è legato alla possibilità di una embolia.
Gli emboli sono dei frammenti di sangue coagulato che si staccano dalla sede di trombosi e seguono il flusso del sangue, che li veicola prima al cuore e poi ai polmoni, dove terminano la loro corsa ostruendo i vasi della circolazione polmonare.
La comparsa di una embolia ai polmoni si manifesta con dolore al torace e difficoltà a respirare, ed è una complicanza grave che può essere anche mortale.

Il secondo fattore di pericolosità legato alla trombosi in gravidanza è il possibile sviluppo di una sindrome post trombotica.
Questa condizione clinica è caratterizzata da un gonfiore ingravescente della gamba dovuto all’esteso danneggiamento che la trombosi causa alle vene, che diventano incapaci di drenare il sangue.

La sindrome post trombotica compare con maggiore frequenza se la trombosi interessa le vene iliache o femorali, evenienza che tra l’altro è particolarmente frequente in gravidanza.
Se non trattata precocemente, la sindrome post trombotica diventa irreversibile e può causare la comparsa di fibrosi e ulcere alle gambe.

Cause della trombosi in gravidanza

Il rischio di trombosi in gravidanza è dovuto all’aumentata facilità con cui il sangue coagula all’interno delle vene.
Ci sono persone più predisposte di altre alla trombosi in quanto presentano determinati fattori di rischio, sia legati alla genetica che ad eventi patologici ambientali.
In presenza di fattori di rischio, la possibilità di sviluppare una trombosi è la stessa in tutti e tre i trimestri della gravidanza, e diventa addirittura più alta nelle prime sei settimane dopo il parto.

In generale, la trombosi all’interno di una vena si sviluppa in conseguenza di tre meccanismi:
– ristagno di sangue;
– alterazioni delle cellule della parete venosa;
– modificazioni nei componenti del sangue che attivano la coagulazione.
In gravidanza sono implementate tutte e tre queste situazioni.

Primo, durante la gravidanza si verifica un persistente ristagno del sangue nelle gambe e nella pelvi a causa dell’azione degli ormoni sessuali femminili, che riducono il tono delle vene facendo diminuire la loro attività propulsiva.
Inoltre, il progressivo ingrandimento dell’utero gravidico crea un ostacolo meccanico al ritorno di sangue al cuore, aggravando la situazione.
A causa di fattori anatomici, l’arto inferiore sinistro è più colpito da questo fenomeno, in quanto la vena iliaca sinistra passa dietro la sua arteria satellite, che la schiaccia.

Secondo, al momento del parto le vene pelviche possono subire un danneggiamento meccanico a causa della spinta espulsiva del feto, sviluppando una trombosi.
La trombosi delle vene pelviche, peraltro, è piuttosto rara al di fuori della gravidanza.

Il terzo fattore favorente la trombosi in gravidanza è il più importante. Lo sviluppo di iper-coagulabilità del sangue è dovuto alla necessità, da parte dell’organismo, di fronteggiare il rischio di emorragie legate al parto. Ricordiamo, infatti, che nei paesi sottosviluppati l’emorragia è la principale causa di morte materna.
Sotto lo stimolo ormonale, la donna in gravidanza produce una maggiore quantità di proteine della coagulazione, sviluppando di conseguenza una forte suscettibilità del sangue a coagulare.

Sintomi della trombosi in gravidanza

Se la trombosi in gravidanza interessa le vene superficiali delle gambe, i sintomi principali sono il dolore e l’arrossamento lungo il decorso della vena.
Inoltre, spesso in gravidanza compaiono delle vene varicose, a causa dell’azione ormonale e dell’ingrossamento dell’utero, ed è noto che le vene varicose sviluppano più facilmente una trombosi rispetto alle vene sane.

Una trombosi in gravidanza può essere legata alla presenza di vene varicose

Quando sono colpite le vene profonde delle gambe, invece, il rischio di embolie polmonari è statisticamente più alto.
I sintomi più comuni, in questo caso, sono il gonfiore o il dolore acuto ad una gamba, spesso presenti contemporaneamente; altre manifestazioni possono essere l’arrossamento o la difficoltà a camminare.

Come già detto, in gravidanza aumenta l’incidenza di trombosi della vena iliaca, una grossa vena della pelvi che raccoglie tutto il sangue dell’arto inferiore corrispondente convogliandolo alla vena cava inferiore, che a sua volta lo porterà al cuore.
Una trombosi iliaca può manifestarsi con dolore addominale o dorsale e con gonfiore acuto che interessa tutto l’arto; siccome questi sintomi possono essere ricondotti alla gravidanza stessa, a volte capita di non riconoscere una trombosi iliaca e ritardandone la diagnosi.
In gravidanza, infatti, le gambe tendono a gonfiarsi per l’ostruzione linfatica causata dalla crescita del feto, mentre il dolore pelvico o dorsale può essere correlato all’azione meccanica dell’utero che agisce come un peso.

Come si diagnostica una trombosi in gravidanza

Se compaiono sintomi suggestivi di trombosi in gravidanza, la prima cosa da fare è recarsi con urgenza ad effettuare un ecodoppler venoso. Questo esame, totalmente non invasivo, permette infatti di riscontrare velocemente la presenza di una eventuale trombosi.

Una trombosi in gravidanza può essere diagnosticata con l'ecodoppler

Nel caso ci sia un forte sospetto legato ai sintomi ma non sia possibile fare subito l’ecodoppler, è consigliato iniziare immediatamente la terapia anticoagulante con le punture di eparina, a meno che questo farmaco sia controindicato.
Una volta effettuato l’ecodoppler si potrà capire se il trattamento va continuato o meno, e in questo modo si eviterà di restare senza terapia nel caso in cui la trombosi fosse effettivamente in atto.

Se è presente una trombosi pelvica, l’ecodoppler venoso potrebbe non essere in grado di riscontrarla. In tal caso, la paziente dovrà eseguire una risonanza magnetica addominale con mezzo di contrasto, evitando invece la TAC, che comporterebbe una grossa dose di radiazioni per il feto.

Infine, ricordo che il dosaggio del D-Dimero nel sangue non ha molta utilità durante la gravidanza, al contrario di quanto accade in una situazione normale.
Questa molecola, infatti, è fisiologicamente aumentata durante la gestazione, perché è un frammento di degradazione di una proteina coagulativa, e al pari delle altre molecole di questa categoria viene prodotta in quantità maggiore sotto lo stimolo ormonale.

Profilassi e terapia della trombosi in gravidanza

In presenza di determinati fattori predisponenti è consigliato prevenire la trombosi in gravidanza attraverso una profilassi con terapia anticoagulante.
Quando si fa una profilassi, il dosaggio è di solito ridotto a una somministrazione al giorno, e al momento del parto, solitamente spontaneo, non viene sospesa la terapia.

In presenza di una trombosi in gravidanza, invece, è opportuna una terapia anticoagulante a dosaggio pieno, di solito mediante due somministrazioni giornaliere, in quantità dipendente dal peso.
Il parto viene generalmente programmato, in modo da sospendere la terapia anticoagulante alcuni giorni prima.

Il farmaco di prima scelta, sia per la profilassi che per la terapia, è l’eparina a basso peso molecolare, sotto forma di punture sottocutanee.
Questo farmaco è generalmente ben tollerato, ma a volte può provocare un calo delle piastrine oppure generare una risposta allergica; inoltre, essendo espulsa attraverso i reni, tende ad accumularsi eccessivamente nelle persone con problemi di insufficienza renale.

La trombosi in gravidanza viene trattata con le punture di eparina

In presenza di una controindicazione alla somministrazione di eparina, il farmaco di seconda scelta è il Fundaparinux, sempre sotto forma di punture sottocutanee; questa sostanza, che inibisce una specifica molecola della coagulazione, non avrebbe però ancora una totale evidenza di sicurezza in gravidanza, e per questo va usata in casi selezionati.

Per quanto riguarda gli anticoagulanti assunti per bocca, sappiamo che il Warfarin attraversa la placenta ed ha un noto effetto teratogeno sul feto, cioè causa la comparsa di malformazioni. Per questo motivo non può essere assunto in gravidanza.
I nuovi farmaci anticoagulanti orali, chiamati con l’acronimo DOAC’s, sembrerebbero attraversare la placenta, e al momento i potenziali rischi sul feto non sono conosciuti.

Chi è a rischio di trombosi in gravidanza

Nonostante il fisiologico aumento della coagulabilità del sangue, la maggior parte delle donne in gravidanza non necessita di profilassi, perché i rischi di emorragia supererebbero quelli di trombosi.

Ci sono, però, alcune categorie di persone maggiormente a rischio di trombosi in gravidanza; queste persone dovranno quindi effettuare la profilassi con l’eparina, in alcuni casi prima del parto (ante partum), in altri dopo il parto (post partum).
Le donne che devono fare la profilassi prima del parto devono iniziarla precocemente nel primo trimestre, in quanto, come già detto, il rischio di trombosi è lo stesso in tutti e tre i trimestri.

In generale, le donne maggiormente a rischio di trombosi in gravidanza sono quelle che hanno avuto trombosi venose in passato, oppure quelle che sono affette da alcune mutazioni genetiche che le predispongono alla trombosi.
Altri fattori di rischio sono l’età maggiore di 35 anni, la nulliparità (cioè il non avere avuto parti precedenti), l’obesità, l’immobilizzazione prolungata e il fumo di sigaretta.

Anche in presenza di alcuni auto-anticorpi, cioè anticorpi diretti contro molecole normalmente presenti nell’organismo, c’è un maggior rischio di trombosi.
Gli anticorpi maggiormente responsabili di questo fenomeno sono il Lupus Anticoagulans e gli anticorpi anti-fosfolipidi.

Nel periodo dopo il parto, i principali fattori di rischio sono ancora l’immobilizzazione prolungata, l’ipertensione gravidica oppure l’essere state sottoposte ad interventi chirurgici, come il taglio cesareo.

Chi deve fare la profilassi

La società Americana di Ematologia ha prodotto nel 2018 delle linee guida che sintetizzano le evidenze più recenti della letteratura, fornendo delle indicazioni ai medici su chi sottoporre a profilassi per prevenire la trombosi in gravidanza.
Ricordo che le linee guida forniscono dei livelli di evidenza per una data terapia e non rappresentano la verità assoluta, ma piuttosto una rotta da seguire per il medico quando deve dare indicazioni alle pazienti.

Per quanto riguarda la trombosi in gravidanza, queste linee guida ci dicono che la necessità di profilassi con l’eparina si basa sulla presenza o meno di fattori di rischio acquisiti oppure genetici; vediamoli nello specifico.

Fattori acquisiti e trombosi in gravidanza

Le donne che hanno avuto precedenti trombosi venose spontanee oppure provocate da fattori di rischio ormonali, come ad esempio l’assunzione di pillola anticoncezionale, dovrebbero sottoporsi alla profilassi prima del parto.
D’altro canto, le donne che hanno avuto precedenti trombosi ma secondarie a fattori di rischio non ormonali, non dovrebbero sottoporsi a tale profilassi.

Entrambe queste categorie di donne, cioè che hanno avuto precedenti trombosi venose, dovrebbero però sottoporsi alla profilassi post partum.

Fattori genetici e trombosi in gravidanza

Ci sono diverse mutazioni genetiche che predispongono alla trombosi venosa, e in gravidanza la percentuale di rischio aumenta ulteriormente.
Infatti, il 50% circa delle trombosi in gravidanza è legato a predisposizione genetica ereditaria.

Queste mutazioni colpiscono dei geni relativi a proteine coinvolte nella coagulazione del sangue; le forme mutate facilitano maggiormente la coagulazione del sangue rispetto alle forme normali.
Esistono forme eterozigoti, cioè con un gene sano e uno mutato, e forme omozigoti, più pericolose in quanto entrambi i geni sono mutati.

Fattore di Leiden

Rappresenta la mutazione più frequente nella popolazione europea e asiatica, e riguarda la quinta proteina della cascata coagulativa.

Forma eterozigote – non è necessaria la profilassi ante partum, indipendentemente dalla storia di trombosi all’interno della famiglia della paziente, sempre se la paziente non ha avuto precedenti trombosi.
Anche la profilassi post partum non sembrerebbe consigliata.
Forma omozigote – è consigliata la profilassi sia in gravidanza che nel post partum, indipendentemente dalla storia familiare di trombosi.

Mutazione della protrombina (G20210A)

Questa mutazione fa aumentare i livelli nel sangue di protrombina, una delle ultime proteine coinvolte nel processo coagulativo.

Forma eterozigote – indipendentemente dalla storia familiare di trombosi, non è indicata la profilassi prima e dopo il parto.
Forma omozigote – in assenza di storia familiare di trombosi non è indicata la profilassi ante partum; è generalmente indicata la profilassi post partum.

Deficit di proteina C o proteina S

Si tratta di due proteine che regolano la coagulazione del sangue, evitando che si attivi eccessivamente.
La mutazione le rende presenti in minore concentrazione del normale, favorendo quindi la coagulazione e il rischio di trombosi.

In presenza di mutazione di queste proteine, la profilassi ante partum non è indicata, mentre la profilassi post partum è indicata solo se c’è una storia familiare di trombosi.

Deficit di antitrombina III

Anche questa glicoproteina controlla la coagulazione del sangue, evitando che si attivi troppo; la mutazione la rende carente nella sua forma attiva, predisponendo alla trombosi.

In assenza di storia familiare di trombosi, non è consigliata la profilassi ante partum e post partum, mentre se la storia familiare è positiva la profilassi andrebbe fatta sia prima che dopo il parto.

Conclusioni

Le donne in gravidanza dovrebbero conoscere la trombosi in gravidanza e sapere qual è il loro livello di rischio.
In presenza di mutazioni genetiche o di fattori di rischio acquisiti, la figura di riferimento per le indicazioni sulla profilassi e la terapia dovrebbe essere l’ematologo.

Se durante la gravidanza compaiono delle vene varicose nelle gambe oppure si manifestano dolori o gonfiori, bisogna consultare un angiologo ed effettuare una visita comprensiva di ecodoppler; in questo modo si potrà conoscere la propria situazione vascolare e prevenire eventualmente una trombosi, utilizzando, ad esempio, una calza elastica adeguata.

Ancora una volta, chi è ben informato previene il problema, e lo cura più efficacemente nel caso dovesse verificarsi.

Fonti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5778511/pdf/cdt-07-S3-S309.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6258928/pdf/advances024802CG.pdf

Le ulcere alle gambe richiedono uno specialista competente

Ulcere alle gambe: quando il problema è vascolare

La presenza di ulcere alle gambe è un problema grave che interessa fino all’1,5% della popolazione, anche se man mano che si avanza con l’età aumenta il numero di persone affette.
Le ulcere alle gambe comportano un peggioramento della qualità di vita della persona, sia per il dolore che provocano sia per lo stress dovuto alla limitazione nei movimenti, nella vita sociale e nell’igiene personale.

Indubbiamente, la maggior parte delle ulcere alle gambe è dovuta a problemi di circolazione.
A volte, però, le ulcere hanno cause meno comuni, e ciò rende difficile identificarne il problema alla base; inoltre, spesso non si trova lo specialista giusto che possa risolverlo.

Molti di noi potrebbero avere un genitore anziano o un nonno che soffre di questo problema. Conoscere le cause delle ulcere alle gambe, oltre che ciò che le differenzia tra di loro, è utile per orientarsi su come gestirle e a chi rivolgersi.

Cosa sono le ulcere alle gambe e come guariscono

Le ulcere alle gambe sono delle lesioni della barriera cutanea con perdita di sostanza; presentano sempre una esposizione del derma, cioè lo strato di tessuto sotto l’epidermide, e a volte anche di strutture più profonde come muscoli e tendini.
Le ulcere alle gambe si definiscono croniche quando sono presenti da almeno 6 settimane e non mostrano tendenza alla guarigione per un periodo di almeno 3 mesi.

Generalmente, le ulcere alle gambe guariscono attraverso tre fasi di durata diversa.
Nella fase infiammatoria, lo stimolo lesivo attiva nell’organismo la risposta infiammatoria, un esercito di molecole e cellule che, in modo aspecifico, tenta di distruggere l’elemento che ha avviato il danno.
La stessa infiammazione, però, con il tempo danneggia anche i tessuti dell’organismo stesso, favorendo la permanenza dell’ulcera.

Alla fase infiammatoria segue la fase proliferativa, che dura fino ad un mese e che è caratterizzata dalla formazione di nuovi tessuti e vasi sanguigni, che coprono l’ulcera fino a farla guarire.
Nella successiva fase di rimodellamento, che durerà fino ad un anno, i tessuti generati per guarire vengono ristrutturati e riorganizzati, sostituendo progressivamente le cellule con matrice fibrosa.

Le ulcere croniche rimangono bloccate nel passaggio tra la fase infiammatoria e quella proliferativa, almeno fino a che non ne viene rimossa la causa.
Naturalmente, essendo compromessa la funzione di barriera della cute, possono crescere batteri e svilupparsi infezioni, che complicano ulteriormente il decorso della lesione.

Cause vascolari delle ulcere alle gambe

Le ulcere alle gambe sono causate nell’80% dei casi da problemi vascolari.
Si tratta per lo più di alterazioni della circolazione venosa, legate cioè a ristagno di sangue dovuto a reflusso nelle vene oppure esiti di trombosi importanti.

Negli altri casi parliamo di ulcere arteriose, cioè dovute a ostruzione delle arterie, oppure di ulcere diabetiche, quando questa malattia colpisce i vasi e i nervi compromettendo la vitalità dei tessuti.

C’è da ricordare che spesso, soprattutto negli anziani, sono presenti più cause in uno stesso paziente che concorrono allo sviluppo dell’ulcera; si parla in questo caso di ulcere miste.

Ulcere venose

Le ulcere venose sono le più frequenti tra quelle legate a problemi di circolazione.
Il problema alla base è l’insufficienza venosa, una malattia che causa la progressiva perdita di funzione drenante delle vene delle gambe e che con il tempo causa un ristagno di sangue nelle parti più declivi, tipicamente alle caviglie.

Il sangue fermo attiva le cellule dei capillari sanguigni che diventano più permeabili, provocando in questo modo un accumulo di liquidi e cellule nei tessuti extracellulari. Inoltre, viene attivata la risposta infiammatoria che, cronicizzandosi, distrugge gli stessi tessuti causando la formazione dell’ulcera.

Le ulcere alle gambe possono essere causate da insufficienza venosa

Come riconoscerle?
Le ulcere venose si localizzano tipicamente alle caviglie, soprattutto al malleolo interno, sono abbastanza superficiali e possono produrre molto liquido a causa del concomitante edema alla gamba.
Infatti, le ulcere venose si accompagnano spesso ad una gamba gonfia e alla presenza di macchie scure alle caviglie, che sono altri segni dovuti all’insufficienza venosa.

Il trattamento delle ulcere venose prevede una corretta terapia compressiva e farmacologica, oltre che il trattamento del problema venoso che l’ha provocata; bisogna rivolgersi ad un medico specialista nell’ambito flebologico.

Ulcere arteriose

Le ulcere arteriose sono causate dalla diminuzione del flusso di sangue proveniente dalle arterie, quando queste sono ristrette oppure ostruite a causa dell’aterosclerosi.
L’aterosclerosi colpisce la parete delle arterie determinando lo sviluppo di placche aterosclerotiche, delle masse solide o semi-liquide che crescono progressivamente ostruendo il vaso oppure causando la partenza di emboli, cioè frammenti solidi che, seguendo il flusso del sangue, chiudono i vasi più piccoli a valle.

Le ulcere arteriose sono molto dolorose e si localizzano tipicamente alle estremità del piede, anche se possono avere una localizzazione variabile, in particolare sulle prominenze ossee. Si possono riconoscere per la presenza di tessuto necrotico, cioè nerastro e devitalizzato, e per la scarsa produzione di liquido.

Il primo passo per la guarigione delle ulcere arteriose è quello di pianificare un intervento per aumentare l’apporto di sangue; non bisogna assolutamente grattare o incidere queste ulcere, in quanto il trauma peggiorerebbe il danno e l’ulcera potrebbe ingrandirsi ulterioremente.
In questi casi bisogna rivolgersi al chirurgo vascolare.

Ulcere diabetiche

Il diabete è una malattia insidiosa che, attraverso meccanismi legati all’aumento degli zuccheri nel sangue, causa un danno alla microcircolazione della cute, di alcuni organi e dei nervi; una regione particolarmente colpita è proprio il piede.

Anche se lo sviluppo di ulcere alle gambe nel diabete può essere dovuto a problemi di circolazione, nella maggior parte dei casi il problema alla base è la neuropatia diabetica.
Si tratta di una progressiva degenerazione dei nervi periferici che comporta la perdita della sensibilità, di parte del movimento muscolare e del corretto funzionamento di ghiandole cutanee e vasi sanguigni.

Le ulcere alle gambe possono essere causate dal diabete

In presenza di neuropatia diabetica il paziente non avverte il dolore, le vibrazioni, la pressione e la temperatura. Di conseguenza, traumi anche banali come tagliarsi le unghie o esercitare piccole pressioni ripetute possono causare la formazione di ulcere, tipicamente alla pianta del piede o alle dita.
Oltretutto, la neuropatia compromette la secrezione di sudore ed il normale trofismo della pelle, aggravando così la situazione e favorendo lo sviluppo di infezioni, già facilitate dal diabete stesso.

Le ulcere diabetiche si riconoscono per l’aspetto circolare, sono circondate da pelle più spessa del normale e si localizzano alla pianta del piede nelle zone sottoposte a pressione, diventando spesso penetranti.
La prima cosa da fare per trattarle correttamente è alleviare lo stimolo pressorio.

A chi rivolgersi? In questi casi il diabetologo e il chirurgo vascolare dovrebbero lavorare in sinergia.

Ulcere vascolari meno frequenti

Alcune malattie vascolari più rare possono causare la formazione di ulcere alle gambe; si tratta di condizioni poco conosciute e a volte difficili da riconoscere.

Malattia di Buerger

Questa patologia provoca l’ostruzione di arterie e vene di piccolo e medio calibro, soprattutto a livello degli arti inferiori dove possono svilupparsi delle ulcere molto dolorose.
La malattia colpisce tipicamente i soggetti fumatori di sesso maschile, di età relativamente giovane (di solito sotto i 50 anni).

L’aspetto caratteristico di questa patologia è che, a differenza dell’aterosclerosi, non colpisce la parete dei vasi ma causa una coagulazione del sangue al loro interno; il risultato è comunque un arresto della circolazione periferica.
Le ulcere alle gambe, in questa malattia, sono molto dolorose, e se non cessa l’abitudine al fumo possono ingrandirsi velocemente rendendo necessaria l’amputazione.

Lo specialista di riferimento è l’angiologo o il chirurgo vascolare.

Emboli di colesterolo

A volte le ulcere alle gambe sono causate dal distacco di frammenti di colesterolo dalle placche aterosclerotiche; seguendo il flusso del sangue, questi frustoli finiscono nei vasi più piccoli sotto la cute e li occludono.
Questo problema colpisce soprattutto i maschi affetti da aterosclerosi, e può verificarsi più facilmente se le placche aterosclerotiche vengono manipolate in corso di altre procedure mediche.

Gli emboli di colesterolo possono causare la formazione di ulcere oppure, più tipicamente, mandano in sofferenza un dito del piede, che diventa dapprima bluastro e poi nero, a causa della sopraggiunta necrosi.
Il trattamento deve essere tempestivo e volto ad eliminare la placca aterosclerotica attraverso una procedura di chirurgia vascolare.

Calcifilassi

Questa patologia colpisce le persone con insufficienza renale terminale e diabete di lunga durata, quando il calcio si deposita in modo anomalo ed eccessivo nelle pareti delle piccole arterie cutanee.
I quadri clinici sono molto gravi, in quanto si sviluppano ulcere necrotiche molto dolenti e spesso difficili da trattare; anche la malattia di base compromette di per sé la prognosi.

Il trattamento in genere è poco efficace, perché non si riesce a ristabilire una circolazione di sangue efficace e duratura.

Atrofia bianca o vasculopatia livedoide

La vasculopatia livedoide è una malattia abbastanza rara che colpisce i piccoli vasi sanguigni determinando la comparsa di ulcere ricorrenti, che spesso guariscono lasciando una cicatrice bianca di forma stellata.
Questa condizione colpisce di più le donne, e le ulcere si localizzando di solito in entrambi gli arti a livello delle caviglie.

Tra le ulcere alle gambe possiamo riscontrare la vasculopatia livedoide

In un terzo dei casi non si trova una causa; nei rimanenti, si è osservata una associazione con malattie autoimmuni o alterazioni della coagulazione del sangue.

Ulcera di Martorell

Si tratta di una lesione rara, che colpisce tipicamente le donne affette da forme particolarmente gravi di ipertensione arteriosa, quando i vasi cutanei sono talmente irrigiditi da compromettere l’apporto di sangue ai tessuti.

Sono ulcere molto dolorose, con dei bordi netti e rilevati, localizzate tipicamente nella parte laterale o posteriore della gamba.
In presenza di ulcera di Martorell, le arterie sono pervie e non ci sono segni di insufficienza venosa.

La terapia prevede innanzitutto il controllo della pressione del sangue. Le ulcere piccole possono guarire con medicazioni adeguate, mentre quelle più grandi vanno coperti con innesti di pelle.

Conclusioni

La gran parte delle ulcere alle gambe è causata da problemi di circolazione.
Conoscere le cause di questo problema ci può aiutare a scegliere lo specialista più adatto e ad effettuare una prima gestione delle lesioni.

Come anticipato, a volte le ulcere sono causate da altre patologie che non hanno a che fare con un problema primario di circolazione. In un prossimo articolo analizzeremo queste cause meno frequenti ma comunque importanti da conoscere.

La ritenzione idrica può essere contrastata con una corretta integrazione

Ritenzione idrica nelle gambe: quali rimedi?

La presenza di ritenzione idrica nelle gambe viene lamentata da molte donne, soprattutto nel periodo primaverile ed estivo, è fonte di disagio ed è difficile da contrastare.
Si tratta sostanzialmente della percezione o sensazione di gonfiore localizzata alle caviglie, ai piedi, alle gambe o a volte alle cosce; naturalmente il gonfiore è frequentemente anche oggettivo.

Questo problema può accompagnarsi a dolori crampiformi o senso di pesantezza alle gambe, oppure a bruciore e indolenzimento.
Le cause di questa condizione sono difficilmente riconducibili ad un unico fattore, in quanto si tratta per lo più di forme miste dovute a predisposizione genetica e azione degli ormoni estrogeni.

Cause della ritenzione idrica

Con il termine ritenzione idrica si intende una generica tendenza a trattenere liquidi all’interno dell’organismo.
La ritenzione idrica propriamente detta dovrebbe accompagnarsi ad un aumento del peso corporeo o del volume degli arti, oppure presentarsi sotto forma di edema alla gamba, quando la pressione delle dita lascia un’impronta (il cosiddetto segno della “fovea”).

Il problema a cui ci riferiamo nello specifico, invece, a che fare con ristagno di acqua e linfa nella rete di tessuto connettivo che si trova nel contesto del grasso sottocutaneo degli arti inferiori.

La ritenzione idrica spesso si accompagna a dolore e pesantezza alle gambe

Perché succede questo?
Acqua e molecole filtrano regolarmente dai capillari sanguigni ai tessuti dove portano ossigeno e nutrimento, per poi essere raccolte dai capillari linfatici.
In alcune condizioni come la cellulite, oppure negli stadi iniziali del lipedema, c’è invece una tendenza intrinseca dei capillari ad essere più permeabili del normale, il che risulta in un accumulo di liquidi nei setti di connettivo che accolgono gli stessi capillari.
Questo processo a sua volta causa la ritenzione idrica.

Inoltre, quando la temperatura esterna aumenta, e le vene diminuiscono la loro attività per disperdere calore, questo meccanismo vizioso può essere indirettamente favorito.
Il ristagno di sangue dovuto ad ipotonia venosa e reflusso è alla base dell’edema che si forma nell’insufficienza venosa, ed è noto che la cellulite e la stessa insufficienza venosa vanno frequentemente di pari passo, sotto l’azione degli ormoni femminili.

Quali sostanze possono contrastare la ritenzione idrica?

Per combattere la ritenzione idrica nelle gambe servono delle sostanze che regolino la permeabilità dei capillari, possibilmente migliorino il tono venoso, cioè l’attività propulsiva delle vene, e “aggiustino” il funzionamento dei capillari linfatici.
Queste sostanze dovrebbero anche contrastare l’infiammazione e il danno ossidativo, perché quando i capillari filtrano di più attivano anche la risposta infiammatoria, tanto è vero che insufficienza venosa e cellulite si associano nel lungo termine ad infiammazione nella matrice extracellulare e fibrosi.

Premesso che è fondamentale idratarsi abbondantemente, non esiste un rimedio che cambi la situazione in modo fulmineo, anche perché la problematica è subdola e i meccanismi che la regolano rappresentano un bersaglio eterogeneo, difficile da colpire.
Abbiamo però a disposizione delle molecole, per lo più naturali, che hanno una azione flebotonica, cioè supportano la microcircolazione ed il funzionamento il sistema veno-linfatico, aiutandoci a contrastare il problema.

Conoscerle fornisce degli strumenti in più che si possono sfruttare.

Ruscus

Il Ruscus Aculeatus è una pianta cespugliosa sempreverde che produce delle grosse bacche rosse e forma delle foglie pungenti, per questo si chiama anche “pungitopo”.
L’estratto delle sue radici contiene delle sostanze chiamate saponine; esse hanno una nota funzione di supporto del sistema venoso, sono antiossidanti, cioè proteggono le cellule dai danni chimici, e hanno una azione diuretica.

La ritenzione idrica può essere contrastata con il Ruscus

Il meccanismo di azione dell’estratto di Ruscus sulla ritenzione idrica è legato all’azione dell’adrenalina e della noradrenalina sulle pareti delle vene.
Queste molecole stimolano le cellule muscolari dei vasi a contrarsi per far progredire il sangue, ed il Ruscus ne potenzia l’azione a livello recoettoriale, favorendo anche il rilascio in quantità maggiore della sostanza.
In questo modo, l’aumento del flusso capillare andrà di pari passo con una minore permeabilità, e quindi contrasterà la ritenzione idrica.

Negli studi sugli animali, il Ruscus ha mostrato un effetto dose-dipendente di aumento della contrazione delle vene e dei vasi linfatici, aumento della resistenza dei capillari e diminuzione della loro permeabilità, oltre che di contrasto all’azione infiammatoria dei globuli bianchi.
Nell’uomo, vari studi hanno analizzato questa sostanza in persone con insufficienza venosa, sia in forme lievi con presenza di soli capillari, sia in forme gravi con gonfiori importanti, ulcere ed esiti di trombosi.

Il Ruscus mostra un’alta efficacia sia nella riduzione dei sintomi come pesantezza, dolore, crampi, fatica e formicolio, sia nel contrasto alla ritenzione idrica, misurata quantitativamente come diminuzione della circonferenza alla caviglia e diminuzione del volume dell’arto.
Un fatto interessante è che nella popolazione studiata c’erano soggetti con capillari visibili sulle gambe e sintomi come pesantezza e gonfiore, cioè persone, per lo più di sesso femminile, molto rappresentative del problema di cui parliamo.

Negli studi analizzati, il Ruscus è stato somministrato per tre mesi in associazione con Esperidina, una sostanza flavonoide naturale, e in alcuni casi con Vitamina C.
L’associazione di 150 mg di Ruscus + 1 g di Vitamina C al giorno è un valido rimedio per contrastare la ritenzione idrica.

Escina

L’escina è un’altra sostanza appartenente alla categoria delle saponine; la troviamo nell’estratto dei semi di ippocastano.
Questa molecola contrasta l’infiammazione e riduce la permeabilità dei capillari, agendo quindi in opposizione ai meccanismi che determinano la ritenzione idrica. Inoltre, ha una azione protettiva proprio sulle cellule dei capillari sanguigni.

La ritenzione idrica può essere contrastata con l'escina

L’escina aumenta direttamente anche il tono venoso. Uno studio effettuato su vene safene prelevate chirurgicamente, tuttavia, ha mostrato che funziona poco o nulla se il vaso è molto tortuoso, quindi si può ipotizzare una sua maggiore efficacia negli stadi inziali dell’insufficienza venosa, quando ancora non si sono sviluppate vene varicose.

Per quanto riguarda la letteratura scientifica disponibile, la gran parte degli studi è stata effettuata in soggetti con insufficienza venosa.
L’escina si è mostrata efficace miglioramento di sintomi come il senso di gonfiore, mentre nella sindrome post trombotica non vi è ancora evidenza di una sua azione positiva in termini di prevenzione e trattamento.
La dose somministrata è stata di 40 mg per bocca per 21-25 giorni. Il dosaggio generalmente consigliato, tuttavia, è di 100 mg al giorno; va prestata attenzione se si soffre di patologie al fegato o di insufficienza renale.

Infine, anche sotto forma di gel l’escina si è mostrata efficace, questa volta nel migliorare gli edemi post traumatici (distorsioni, contusioni) ma anche il gonfiore legato all’insufficienza venosa.
Il dosaggio testato è stato di due applicazioni al giorno per tre settimane.

Rutina

La rutina è una sostanza appartenente alla categoria dei flavonoli, la troviamo nella pianta denominata Ruta Glaveolens ma soprattutto in alcuni alimenti come il grano saraceno, il , la passiflora e la mela.

Il primo aspetto interessante della rutina è legato ad un suo componente, la quercetina, che peraltro è presente nelle foglie di ibisco o karkadè, oltre che nello stesso ippocastano, nella calendula, nel biancospino, nella camomilla e nel Gingko Biloba.

La ritenzione idrica può essere contrastata con la quercetina
Tra gli alimenti, quelli particolarmente ricchi di quercetina sono il cappero, il levistico, l’uva rossa e il vino rosso, la cipolla rossa, il tè verde, il mirtillo, la mela, la propoli e il sedano.

Questa molecola determina una vasodilatazione a livello renale, che a sua volta aumenta la filtrazione di liquidi in questo organo favorendo una azione diuretica.
La quercetina, quindi, è un ottimo integratore per contrastare la ritenzione idrica, e si mostra efficace anche nel ridurre il senso di affaticamento che spesso si percepisce nel periodo primaverile ed estivo.
Il dosaggio non dovrebbe essere superiore a 300 mg al giorno.

Tornando alla rutina, ricordo che ha una potente azione antinfiammatoria e anti-proliferativa, e per questo è stata ampiamente studiata nei tumori e nelle malattie neuro-degenerative.

Centella asiatica

La Centella Asiatica è una pianta tipicamente presente in India e in altri paesi dell’Asia, la si trova ad altitudini montane e per secoli è stata usata come erba medicinale, per migliorare la memoria e il tono dell’umore.
Inoltre, è antiossidante e contribuisce a migliorare il controllo della pressione arteriosa.

La ritenzione idrica può essere contrastata con la centella asiatica

Le sostanze attive contenute nella Centella Asiatica sono anche in questo caso appartenenti alla categoria delle saponine.
Esse agiscono specificamente sul tessuto connettivo che costituisce le pareti delle vene, regolando la produzione delle molecole strutturali che lo compongono.
In particolare, l’azione si focalizza sulla sintesi di collagene, una delle sostanze cardine del tessuto connettivo stesso e che, tra l’altro, serve per la cicatrizzazione delle lesioni cutanee.
Studi su modelli animali, infatti, hanno mostrato che la Centella Asiatica velocizza la guarigione delle ferite.

In termini di ritenzione idrica, studi “in vivo” hanno mostrato un’azione protettiva della Centella Asiatica sui vasi capillari, una regolazione della loro permeabilità e un effetto antiossidante.
Nell’uomo si è osservata una riduzione della circonferenza alla caviglia, del gonfiore e del tasso di filtrazione capillare in soggetti che hanno assunto gli estratti di Centella Asiatica per 4-8 settimane. Il miglioramento è stato ottenuto anche nei sintomi soggettivi come gonfiore e pesantezza.

In queste ricerche, però, i parametri usati per definire la ritenzione idrica sono stati eterogenei, in alcuni casi quantitativi, in altri qualitativi. Oltretutto, si analizzavano soggetti con vari livelli di gravità di insufficienza venosa insieme a soggetti sani.
Queste distorsioni statistiche hanno portato a definire non ancora comprovato l’effetto della Centella Asiatica, almeno dal punto di vista strettamente scientifico.

Basandoci sull’esperienza clinica, possiamo tuttavia sfruttare le proprietà, comunque esistenti, di questa sostanza, nella dose di 60 mg da una a tre volte al giorno, per 4-6 settimane.
Bisognerebbe evitare di assumere contestualmente farmaci sedativi, perché sommerebbero la loro azione a quella della Centella, già di per sé tranquillante.

Conclusioni e consigli

Il problema della ritenzione idrica è complesso. Essa può essere ricondotta ad insufficienza venosa di tipo funzionale o a stasi linfatica, presente in alcuni stadi della cellulite e del lipedema.
Il comune denominatore sembra essere rappresentato dagli ormoni estrogeni, che agiscono sulla redistribuzione del grasso corporeo e sull’attività propulsiva delle vene e dei vasi linfatici.

Ci sono diverse sostanze che contrastano la ritenzione idrica, molte delle quali con una azione notoriamente efficace nella pratica clinica.
Secondo la letteratura più recente, mancano delle evidenze soprattutto per quanto riguarda la Centella Asiatica, a causa di fattori statistici che rendono necessarie delle ricerche più ampie e con parametri più rigidi.
Per il resto, una corretta integrazione può giocare il suo ruolo nel combattere questo problema.

Va ricordato che è importante limitare il consumo di sale e bere molto, per idratare adeguatamente la matrice extracellulare. In caso di ritenzione idrica questo tessuto è, in apparenza paradossalmente, disidratato, perchè il ristagno di liquidi si accompagna anche ad accumulo di molecole e cellule nello spazio extracellulare, rendendo questo fluido linfatico più denso del normale.

Fonti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6776292/pdf/dddt-13-3425.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5355559/pdf/main.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3116297/?report=printable

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3594936/pdf/ECAM2013-627182.pdf

https://www.minervamedica.it/it/riviste/international-angiology/articolo.php?cod=R34Y2017N02A0093

http://www.sicve.it/wp-content/uploads/2016/10/Flebologia-LG-SICVE-SIF.pdf